Solo un lampo in un giorno glaciale per abbracciarti e ricordarti che da cento anni sei una regina. La nostra regina.
Non importa se qui sei stata poco, o semplicemente non abbastanza, ammesso che esista un "abbastanza". Non importa se ormai una parte notevole di questo secolo l'hai trascorso apparentemente lontana, con il tuo sguardo color cielo.
Che tu fossi era una regina, era chiaro già dal tuo nome (Argia, scelse tua madre, divoratrice di libri), e quando sei cresciuta, ti sei meritata anche il soprannome di Perla. Poi - più prezioso ancora - l'amore del nonno.
Cento anni fa tu nascevi e io volte cerco in me i tuoi tratti, ma sono solo una principessa degli stracci. Tuttavia ti sento dentro di me, e ti avverto sulla mia pelle chiara; ora sorridi alle mie lentiggini, regina fiera.
Buon compleanno, con il tuo re.
Appunti di Viaggio di Marilena Lualdi Nature, music and doubts Apri un cassetto e trova un angolo di bellezza e riflessione. Qui puoi fermarti, respirare e riscoprire il senso profondo delle piccole cose
lunedì 19 settembre 2011
domenica 18 settembre 2011
Fonzie, the book and the cover
Never judge a book by its cover, mi canticchia il mio amico di lunga data (lunga sua) Steven. Sì, Steven Tyler, of course.
D'accordo, Steven, ma guarda un po' Fonzie. Dai te lo ricordi anche tu, io andavo praticamente all'asilo... tu almeno al liceo, non mascherarti dietro le mèches.
Il personaggio sembrava un duro, ma non ingannava nessuno. La sua giacca di pelle era morbida, come il suo cuore. Ok, non riusciva a dire scusa, ma almeno una o due lettere provava a pronunciarle.
That was the cover. E il libro? Meraviglioso, quello scritto in questi anni da Henry Winkler. E ora è pure baronetto! Questa sì è una cover, perché può non significare niente. Ma vedi come si impegna per il sociale, e se pesca, risparmia i pesciolini alla fine. Ah, giorni felici!
Che c'è, Steven, non abbocchi? Dai che hai un cuore d'oro pure tu, dovresti solo mettere la testa a posto.
Intanto prova a ripetere con me: sir Fonzie. Suona quasi meglio di sir Winkler.
Comunque, un libro tutto da leggere e rileggere. Adesso cantami "Full circle", Steven, perché Fonzie è un'eccezione e purtroppo dappertutto si ha la dannata tendenza a nutrirsi di copertine. Canta, per favore, così in qualche modo crediamo che un giorno tutto tornerà.
D'accordo, Steven, ma guarda un po' Fonzie. Dai te lo ricordi anche tu, io andavo praticamente all'asilo... tu almeno al liceo, non mascherarti dietro le mèches.
Il personaggio sembrava un duro, ma non ingannava nessuno. La sua giacca di pelle era morbida, come il suo cuore. Ok, non riusciva a dire scusa, ma almeno una o due lettere provava a pronunciarle.
That was the cover. E il libro? Meraviglioso, quello scritto in questi anni da Henry Winkler. E ora è pure baronetto! Questa sì è una cover, perché può non significare niente. Ma vedi come si impegna per il sociale, e se pesca, risparmia i pesciolini alla fine. Ah, giorni felici!
Che c'è, Steven, non abbocchi? Dai che hai un cuore d'oro pure tu, dovresti solo mettere la testa a posto.
Intanto prova a ripetere con me: sir Fonzie. Suona quasi meglio di sir Winkler.
Comunque, un libro tutto da leggere e rileggere. Adesso cantami "Full circle", Steven, perché Fonzie è un'eccezione e purtroppo dappertutto si ha la dannata tendenza a nutrirsi di copertine. Canta, per favore, così in qualche modo crediamo che un giorno tutto tornerà.
mercoledì 14 settembre 2011
Pif-finho, meno male che ci sei tu
La mia ammirazione per il Pif è dichiarata, e quando vedo una sua puntata de "Il testimone" e posso fermarmi, lo faccio senza esitazioni. Perché la sua è vera inchiesta giornalistica, con coraggio, con ironia, con leggerezza che non vuol dire fermarsi alla superficie, anzi. Ti rimane tutto sotto pelle, sospeso tra il sorriso e il disagio.
E' poi ancora più raro che avverta questo bisogno di fermarmi, quando la puntata è una superreplica. Ma quei bambini di strada in Brasile, guidati da un pallone che è una speranza, o soltanto un sogno, non vanno solo visti. Vanno rivisti, riascoltati, abbracciati. Li hai conosciuti nelle favelas, li vedi in palestra e poi nel campus della Roma. Ti aggrappi alle loro storie e vorresti sognare, come sembra volere Pif.
Pif-finho o come diavolo si scriverà, non importa. Facci sempre sognare, con quel sottile senso di disagio, finché troviamo la forza di cambiare qualcosa, a partire da noi e dalle nostre illusioni.
E' poi ancora più raro che avverta questo bisogno di fermarmi, quando la puntata è una superreplica. Ma quei bambini di strada in Brasile, guidati da un pallone che è una speranza, o soltanto un sogno, non vanno solo visti. Vanno rivisti, riascoltati, abbracciati. Li hai conosciuti nelle favelas, li vedi in palestra e poi nel campus della Roma. Ti aggrappi alle loro storie e vorresti sognare, come sembra volere Pif.
Pif-finho o come diavolo si scriverà, non importa. Facci sempre sognare, con quel sottile senso di disagio, finché troviamo la forza di cambiare qualcosa, a partire da noi e dalle nostre illusioni.
lunedì 12 settembre 2011
Nanni e il treno che torna
Due giorni senza televisione sono una delizia, ma va a finire che poi il vero vuoto ti appare quando ritrovi un apparecchio davanti. Per fortuna, viaggi su Raistoria in un'ora socialmente morta, e trovi Nanni Loy. Che in verità in famiglia lo sopportano in pochi, però riguardandolo - sarà il fascino del bianco e nero, suvvia - ti conquista come l'apparizione più interessante di tutta quella fascia serale. Perché dei tg ti sei stufato, il calcio è meglio dimenticarlo (fosse anche andata bene, dei commenti drammatici su una situazione ridicola non sai più che fartene) e i quiz sono così assurdo specchio dell'attualità: adesso ti devi sforzare pure di dare la risposta sbagliata. All'inizio pensavo fosse una gag copiata da "sei uno zero".
Nanni Loy appare e scompare. Prendono sullo schermo il suo posto volti di italiani, dalle Alpi a Lampedusa. E ti fanno venire in mente un treno, quello per Strasburgo, preso una decina d'anni fa. quindici, dai. C'erano tanti, tanti emigranti. Gente che per lo più andava a Mulhouse o Strasburgo. Volti affaticati, voglia di parlare, di ridere sdentati e di riabbracciare figli e nipoti. Gente divisa tra il paese e la città, tra il caloroso vuoto e il freddo correre.
Volti ansiosi di condividere. Oggi li rivedi forse sui barconi, o negli angoli della città. Ma ci sono ancora. Senza Nanny Loy.
Nanni Loy appare e scompare. Prendono sullo schermo il suo posto volti di italiani, dalle Alpi a Lampedusa. E ti fanno venire in mente un treno, quello per Strasburgo, preso una decina d'anni fa. quindici, dai. C'erano tanti, tanti emigranti. Gente che per lo più andava a Mulhouse o Strasburgo. Volti affaticati, voglia di parlare, di ridere sdentati e di riabbracciare figli e nipoti. Gente divisa tra il paese e la città, tra il caloroso vuoto e il freddo correre.
Volti ansiosi di condividere. Oggi li rivedi forse sui barconi, o negli angoli della città. Ma ci sono ancora. Senza Nanny Loy.
domenica 11 settembre 2011
E io difendo Barbie Girl
Ma dai ragazzi, non si può neanche scherzare? Sobbalzo alla classifica delle peggiori canzoni degli anni Novanta, stilata dall'autorevole Rolling Stone. Come, the winner is... Barbie Girl.
No, io non ci sto, sfodero risposta canterina da rapper. Non è solo "per fatti personali", tipo che quella canzone ondeggiava al matrimonio della mia sorellina greca a Parigi, quindi è nella top ten dell'album familiare. No, il punto è un altro. Per quanto danzereccia fosse, era o mi sembrava una parodia. Che andrebbe benissimo persino nel 2011, dove tante si ostinano a fare le Barbie (per non parlare dei Ken), mentre il mondo reale si affaccia sul baratro, affezionato alle involuzioni della finanza e ormai non solo, e anzi ci ha messo anche un piedino dentro.
E noi che facciamo, buttiamo via l'ironia? No, io difendo "Barbie Girl", perché se non altro non si prende sul serio. E perché forse una risata ci seppellirà.
No, io non ci sto, sfodero risposta canterina da rapper. Non è solo "per fatti personali", tipo che quella canzone ondeggiava al matrimonio della mia sorellina greca a Parigi, quindi è nella top ten dell'album familiare. No, il punto è un altro. Per quanto danzereccia fosse, era o mi sembrava una parodia. Che andrebbe benissimo persino nel 2011, dove tante si ostinano a fare le Barbie (per non parlare dei Ken), mentre il mondo reale si affaccia sul baratro, affezionato alle involuzioni della finanza e ormai non solo, e anzi ci ha messo anche un piedino dentro.
E noi che facciamo, buttiamo via l'ironia? No, io difendo "Barbie Girl", perché se non altro non si prende sul serio. E perché forse una risata ci seppellirà.
sabato 10 settembre 2011
Patti e l'amore sviscerato
(dedicato ad Andrew)
Il mio vecchio (not talking about age, of course, non è nel mio interesse!) compagno di scuola non ci crederà, ma nel mucchietto di bigliettini scambiati negli anni tosti, ovvero dalle medie al liceo, c'è anche un testo vergato frettolosamente da lui o mano comunque amica: è quello di "Pissing in a river" di Patti Smith. Mi è esploso come un flash nella mente oggi, mentre la strimpellavo al piano. Quella cassetta ce l'ho ancora, dear friend, con il testo rosa infilato dentro.
Ai tempi ero convinta anche che si trattasse della più straordinaria canzone d'amore mai scritta. Sarà stata un periodo sfigato, mi sussurra qualcuno al mio fianco. Comunque l'opinione si è poi ridimensionata sul messaggio in sé, più che altro perché dopo i primi sbandamenti della vita, di piangere tanto per qualcuno che ha levato le tende, non mi è più venuta voglia. Però resta un capolavoro, a partire dal suo coraggio linguistico. Alla faccia del mio presunto maschilismo ammiro Patti Smith per questa canzone. Perché quando ti chiedono "Mi suoni una canzone d'amore", tu rispondi: ok, "Pissing in a river", e ti guardano storto, anche i più alieni alla comprensione dell'inglese.
Accostare un atto di liberazione... idrica all'amore, per quanto si affacci un poetico fiume, è tutto tranne che romantico. Forse perché l'amore, quello reale, non lo è affatto, ma questa è considerazione da cioccolatino per cui me la rimangio immediatamente, con tanto di carta per punirmi.
Certo, decenni prima, concludeva con tale gesto - e sembrava epico - una poesia Arthur Rimbaud. Tra l'altro, era l'"Oraison du soir", preghiera che partiva da una visione quasi angelica e sgorgava - ça va sans dire - in un simile atto liberatorio, approvato dai grandi eliotropi. Ma Patti è una donna, quindi se permettete occorre un pelino di coraggio in più a iniziare una canzone così; persino il movimento in sé è un tantino più complesso. Tra l'altro sì, inizia ed è un pugno in faccia: pissing in a river, e subito dopo la visione "guardandolo crescere". Sorry?
Diventando adulti, o almeno provandoci, non mi sono trovata sempre d'accordo con lei, per fortuna; significherebbe che siamo rimasti quegli adolescenti aggrappati a frasi e fraseggi per navigare nel mondo, costretti a riflettere su Patti, Jim, John e via dicendo, tramite i nostri bigliettini che parevano frettolosi ma erano sempre più precisi degli appunti che in contemporanea cercavamo di prendere durante la lezione.
Tuttavia, Patti è quella visione ribelle, quell'urlo di "Rock'n'roll nigger", quello schiaffo di "We three" e persino il passaggio di devozione totale - sempre più malinconica fino e oltre l' addio - a suo marito. Patti è avere voglia, anche solo un giorno, di danzare a piedi nudi, che sia in corso un inno rock scatenato o una traccia di valzer. E di liberarsi di vani pudori: "Le mie viscere sono vuote, espellendo la tua anima".
Il mio vecchio (not talking about age, of course, non è nel mio interesse!) compagno di scuola non ci crederà, ma nel mucchietto di bigliettini scambiati negli anni tosti, ovvero dalle medie al liceo, c'è anche un testo vergato frettolosamente da lui o mano comunque amica: è quello di "Pissing in a river" di Patti Smith. Mi è esploso come un flash nella mente oggi, mentre la strimpellavo al piano. Quella cassetta ce l'ho ancora, dear friend, con il testo rosa infilato dentro.
Ai tempi ero convinta anche che si trattasse della più straordinaria canzone d'amore mai scritta. Sarà stata un periodo sfigato, mi sussurra qualcuno al mio fianco. Comunque l'opinione si è poi ridimensionata sul messaggio in sé, più che altro perché dopo i primi sbandamenti della vita, di piangere tanto per qualcuno che ha levato le tende, non mi è più venuta voglia. Però resta un capolavoro, a partire dal suo coraggio linguistico. Alla faccia del mio presunto maschilismo ammiro Patti Smith per questa canzone. Perché quando ti chiedono "Mi suoni una canzone d'amore", tu rispondi: ok, "Pissing in a river", e ti guardano storto, anche i più alieni alla comprensione dell'inglese.
Accostare un atto di liberazione... idrica all'amore, per quanto si affacci un poetico fiume, è tutto tranne che romantico. Forse perché l'amore, quello reale, non lo è affatto, ma questa è considerazione da cioccolatino per cui me la rimangio immediatamente, con tanto di carta per punirmi.
Certo, decenni prima, concludeva con tale gesto - e sembrava epico - una poesia Arthur Rimbaud. Tra l'altro, era l'"Oraison du soir", preghiera che partiva da una visione quasi angelica e sgorgava - ça va sans dire - in un simile atto liberatorio, approvato dai grandi eliotropi. Ma Patti è una donna, quindi se permettete occorre un pelino di coraggio in più a iniziare una canzone così; persino il movimento in sé è un tantino più complesso. Tra l'altro sì, inizia ed è un pugno in faccia: pissing in a river, e subito dopo la visione "guardandolo crescere". Sorry?
Diventando adulti, o almeno provandoci, non mi sono trovata sempre d'accordo con lei, per fortuna; significherebbe che siamo rimasti quegli adolescenti aggrappati a frasi e fraseggi per navigare nel mondo, costretti a riflettere su Patti, Jim, John e via dicendo, tramite i nostri bigliettini che parevano frettolosi ma erano sempre più precisi degli appunti che in contemporanea cercavamo di prendere durante la lezione.
Tuttavia, Patti è quella visione ribelle, quell'urlo di "Rock'n'roll nigger", quello schiaffo di "We three" e persino il passaggio di devozione totale - sempre più malinconica fino e oltre l' addio - a suo marito. Patti è avere voglia, anche solo un giorno, di danzare a piedi nudi, che sia in corso un inno rock scatenato o una traccia di valzer. E di liberarsi di vani pudori: "Le mie viscere sono vuote, espellendo la tua anima".
venerdì 9 settembre 2011
11 settembre: Rossella, Rudy and I
Dell'11 settembre conservo frammenti di ricordi visivi, uniti da un atteggiamento rosselliano. Sì, quel giorno più che mai mi ispirai a Rossella O'Hara e mi tenni alla larga dalla televisione, troppo dolore. Erano già poco sopportabili gli aggiornamenti delle agenzie. Ci ho messo addirittura qualche mese a guardare un mezzo documentario, sfuggendo come una bambina e fissata a quella morale "Domani è un altro giorno". Certo, dentro di me esplodevano fiamme di emozioni e riflessioni che mi avrebbero anche condotto in un viaggio fondamentale, personale e non solo.
Oggi mi ritrovo ancora a restare lontano dalla sostanza di quella giornata, immersa in una concentrazione di preghiera, e contemplare un piccolo grande episodio da allora celebrato sulla parete di casa. Un vetro semplice, sul cui sfondo c'è la foto di un pompiere che alza la bandiera americana. Lì ho adagiato un messaggio che, appena ricevuto, ho guardato, rigirato, riesplorato con gli occhi incredula, nel novembre del 2001. Avevo mandato, in quei devastanti giorni, un messaggio di cordoglio e di affetto in Comune a New York: mail o fax, non ricordo. Sono una grafomane e tanti hanno compiuto questo gesto, non fa notizia.
Fa notizia invece - tanto più in un Paese come il nostro - che il 27 novembre mi arrivi una lettera a casa. Apro e leggo questo messaggio: Cara Miss Lualdi, grazie per la sua recente lettera. Il suo sostegno è particolarmente significativo per noi in questi tempi difficili, e le sono grato per le sue parole gentili. Spero che presto lei possa visitarci a New York City. I miei migliori auguri". Già era tutto bizzarro, vederci sotto la firma di Rudolph Giuliani, even more.javascript:void(0)
Con tutti i guai che hanno - mi sono chiesta - si sono messi a rispondere a tutti i messaggi? Ero stravolta e ho pensato a tutte le volte in cui scriviamo al settore pubblico per problemi e pratiche che ci affliggono. Scriviamo, in Italia, per ottenere spesso 1) risposte tardive 2) risposte imprecise 3) risposte zero.
E mi sono detta, o my God, Rudy, ma in quel Paese, contraddittorio, folle, dai mille volti gradevoli e sgradevoli, fate sul serio.
Naturalmente, pochi mesi dopo mi sono messa in viaggio verso Nyc. Non vorrete mica scherzare, con Rudy. Obbedisco.
Oggi mi ritrovo ancora a restare lontano dalla sostanza di quella giornata, immersa in una concentrazione di preghiera, e contemplare un piccolo grande episodio da allora celebrato sulla parete di casa. Un vetro semplice, sul cui sfondo c'è la foto di un pompiere che alza la bandiera americana. Lì ho adagiato un messaggio che, appena ricevuto, ho guardato, rigirato, riesplorato con gli occhi incredula, nel novembre del 2001. Avevo mandato, in quei devastanti giorni, un messaggio di cordoglio e di affetto in Comune a New York: mail o fax, non ricordo. Sono una grafomane e tanti hanno compiuto questo gesto, non fa notizia.
Fa notizia invece - tanto più in un Paese come il nostro - che il 27 novembre mi arrivi una lettera a casa. Apro e leggo questo messaggio: Cara Miss Lualdi, grazie per la sua recente lettera. Il suo sostegno è particolarmente significativo per noi in questi tempi difficili, e le sono grato per le sue parole gentili. Spero che presto lei possa visitarci a New York City. I miei migliori auguri". Già era tutto bizzarro, vederci sotto la firma di Rudolph Giuliani, even more.javascript:void(0)
Con tutti i guai che hanno - mi sono chiesta - si sono messi a rispondere a tutti i messaggi? Ero stravolta e ho pensato a tutte le volte in cui scriviamo al settore pubblico per problemi e pratiche che ci affliggono. Scriviamo, in Italia, per ottenere spesso 1) risposte tardive 2) risposte imprecise 3) risposte zero.
E mi sono detta, o my God, Rudy, ma in quel Paese, contraddittorio, folle, dai mille volti gradevoli e sgradevoli, fate sul serio.
Naturalmente, pochi mesi dopo mi sono messa in viaggio verso Nyc. Non vorrete mica scherzare, con Rudy. Obbedisco.
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