Una valanga di anni dopo, mi trovo sotto il mio canestro. Sono lì per una manifestazione gioiosa e non c'è spazio per la malinconia, eppure in qualche modo quest'ultima cerca di insinuarsi.
Nel lungo cammino intrapreso finora, ho avuto tante occasioni di entrare qui, al palazzetto e le ho evitate affrontando uno slalom accurato. Ma adesso non ha più molto senso, anche se non so perché.
Quando aspetto le premiazioni, mi dirigo o sotto quel canestro che non dimenticherò mai. C'era una difesa impenetrabile in quella partita, in quell'attimo che sembrava infinito, così non potevo avanzare, né passare la palla. Avevo solo una folle soluzione: tirare da metà campo, io soldo di cacio e pure al culmine della mia miopia. Significava rinunciare al controllo e affidarmi totalmente al caso.
Ci vedo poco da qui? Non ci vedrò per niente. Ma sì, ho chiuso gli occhi.
Li ho riaperti in tempo per intravedere la palla che calava implacabile nel canestro. La cosa mi ha fatto esultare, quindi ridere. Oggi solo riflettere: quante volte mi trovo davanti a una barriera impenetrabile per me, per le mie forze. Forse, l'unica via è proprio quella: arrendersi e avere fiducia. E forse, qualche volta lo faccio ancora.

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