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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

sabato 7 gennaio 2012

L'uncinetto e i nodi

La contessa ha preso bonariamente il giro il mio primo tentativo di uncinetto, ma io le voglio bene ugualmente. Dodo però prende una medaglia in più, perché ha mostrato tenera compassione.

Nel ricamo da ragazzina facevo pena; in montagna un'estate mi rassegnai a imparare a destreggiarmi con i ferri della maglia, grazie a una brillante signora - piuttosto assertiva per rubare un termine che usiamo di questi giorni, noi fans di Dog Whisperer, e io in effetti mi sentivo un cucciolo - ma quando mi accorsi che la prima sciarpa ostentava un buco, la abbandonai. Anche per non far soffrire ulteriormente la signora.

Non sono portata per questo genere di cose, e mi spiace come tutte le passioni familiari che non sono riuscita a portare avanti. Non ho un componente femminile nel mio albero genealogico, che non abbia saputo brillare, confezionando ottimi maglioncini, centrini, ricami da sballo. Insomma, è brutto, è come se io non venissi da nessuno di questi esseri che pur amo, ciascuna con le sue peculiarità. Mariuccia era un mago, zia Antea faceva miracoli, e la nonna Giuseppina che tra l'altro era una donna di ferro? si sa che io vado fiera del suo sferruzzare mentre guardava la box. Insomma, noi Lualdi, Castiglioni, Galli, Zerini mica pettiniamo le bambole.

Posso forse affermare di essere figlia del mio tempo, ma anche questa è una scusa, perché vedo coetanee sferruzzare che è una meraviglia.

Allora sono solo io. E adesso prendo in mano un uncinetto che mai avevo toccato, non per confezionare in tempo di crisi (però mai dire mai), bensì per cimentarmi con i nodi che sono la principale seccatura della mia vita, forse delle nostre.

Perché credo che la Kabbalah abbia tracciato una strada saggia: c'è un nodo che si forma nella nostra esistenza, e a volte non lo individuiamo subito. Così cresce, ci frena, ci aiuta a commettere lo stesso errore. Fermarsi, esaminare il tracciato, trovarlo e scioglierlo può essere la nostra salvezza.

Siccome anche il mio c'è, ma non lo vedo, o meglio non ancora nella sua pienezza, perché un'ombra si insinua, ecco che afferro l'uncinetto. Lì il punto sbagliato non si lascia fraintendere. E lo puoi sciogliere in mezzo secondo.

Mi capisci, dolce contessa? un bacio a una meravigliosa famiglia, appena conosciuta.

venerdì 6 gennaio 2012

Pigliati una stella e sii felice

Nel bar scherziamo spesso che incrociamo troppi bronci, gente che quasi non ti fa passare e se cerchi un varco cortesemente, o ti ignora o ti ostacola. Il mio amico varesino commenta: ecco, sono i varesini. Non è che altrove sia però una delizia.

Qualche giorno fa, però, stavo cercando un posticino con Chicco al bancone dei bar per bere il caffè ed ecco un miracolo: tre sorrisi meravigliosi, tre volti che brillavano e scambiavano auguri con il baristi. Erano tre pachistani, credo, che si sono subito scostati perché avessimo spazio. Li ho ringraziati con un sorriso a mia volta e sono stata colpita dalle loro voci festose. Quando se ne sono andati, ho avvertito persino l'irrefrenabile impulso di rivolgere loro gli auguri.

Sarò condizionata dall'Epifania, dal libro di Giavini sullo stupore che rileggo di settimana in settimana, ma la loro gioia mi ha meravigliato deliziosamente e mi ha messo in testa un'idea ovviamente folle: forse erano i re magi.

La Befana è paganamente simpatica, ma volete mettere la storia di questi tre uomini? Cioè, tre signori che stanno anche bene, nel loro conciliante agio insomma, e si mettono in viaggio per chilometri e chilometri, perché richiamati da una stella che dà loro un annuncio pazzesco.La stella nel cielo, e una che si accende nel cuore e batte furiosamente. La ciliegina sulla torta è che quando trovano il bimbo, mica si dicono: uè, ma questo è un poverello, ci hanno preso in giro. No, si fidano, lo riempiono di doni e tornano felici.

Oggi gli avrebbero prescritto un trattamente sanitario obbligatorio. La loro felicità, iniziata con un viaggio folle, è proseguita, anzi è esplosa. Se riesco a mettermi in viaggio per una stella, sulla parola (e pure inespressa, secondo i canoni umani)... ah che voglia di provarci. Ma sì, pigliamoci una stella che è la medicina migliore. E poi lasciamola andare: a ciascuno il proprio viaggio.

Buona Epifania.

giovedì 5 gennaio 2012

Il Paese dove non sappiamo stare

Entrata in punta di piedi in "Ritratto di Signora", ho subito commesso un peccato, spero perdonabile. Irrimediabilmente, le prime pagine mi hanno condotto più all'autore che ai protagonisti che si affacciavano. Mi solleticava questo vagare tra l'America e l'Inghilterra, tra ciò che è americano e ciò che è inglese.

Mi sono riletta le note biografiche di Henry James. Gli Usa, il richiamo europeo, e in particolare proprio per l'Inghilterra. Ho pensato che a volte il Paese è come un corpo: non ci sappiamo stare. Insomma, ci siamo nati, ma sentiamo che forse è stato per sbaglio, o semplicemente in un altro ci troveremmo meglio. Vogliamo dimagrire, ingrassare, cambiare colore... Vogliamo una terra più calda, baciata dal fresco, senz'altro diversa.

Scomodo un altro mio diletto: Stevenson. La scusa è la salute, che spinge sempre più a Sud, a caccia del sole: la combustione si fa magica e determinante, con l'apporto dell'ingrediente fondamentale che si chiama amore. In realtà, al di là dei panorami, si cerca un altro modo di vivere. Non so, se lo si rintracci mai.

Io stessa mi confesso dolcemente colpevole. Da quando ho una manciata di anni, guardo nostalgicamente alla Scozia. Scrivo della Scozia, sogno della Scozia, e una volta in aereo ho risposto in modo così veemente sugli inglesi (perdonami, topolino mio) a un olandese, che quest'ultimo mi chiese: ma allora sei davvero scozzese?

Può darsi. So che se le sto lontano, mi manca. E che se ci arrivo, respiro. Lo scrivo contemplando il mio campanile sinaghino, stamattina purificato dalla nebbia, e ammettendo che il mio Lago Maggiore non è secondo a nessuno, nemmeno al mio amato Lomond.

Eppure il confine è lieve, come scrive Giuseppe Battarino. Io lo varco, di continuo.

mercoledì 4 gennaio 2012

La strada della nebbia magica

Sembra l'antitesi della deliziosa e speranzosa canzone del Rocky Horror (ribadirò fino alla noia: uno dei testi più avvincenti di filosofia moderni), quella che cinguettava: there's a light... Sì, insomma, in teoria c'è sempre una luce nella strada più buia e ce ne rallegriamo tutti.

Eppure io ho un debole per una strada, a pochi passi da casa mia, che sfoggia un potere misterioso e forse perverso: quasi sempre lì c'è nebbia. A volte mi infilo apposta, manco vivessi nella nostalgia da scighea o come si scrive, i maestri del dialetto mi perdonino, poi controllerò.

La nebbia è creatura sfuggente, rispetto al passato: anche lei si è rotta un po' le scatole, accade. La magia in quella strada è che spesso un batuffolone grigio appare e si sofferma a guardare tutti con l'aria dispettosa di un bambino. Non è una via di brughiera, al limite ha un ultimo scampolo di campagna tra case e palazzoni. Devo dire che quel terreno mi sospinge già indietro di per sé, perché mi riporta a una mitica visita al circo da bambina: mi guidò il nonno, in arrivo dalla Valle, e mi teneva stretta la manina mentre varcavamo la soglia del tendone. Il cuore batteva forte, per lo spettacolo, e perché ero con lui.

Il nonno se n'è andato, il circo ha scelto altri lidi. Eppure è rimasta lei, la nebbia. Certe notti in cui tutto è così limpido che più limpido non si può e si sopporta, percorro apposta quella strada, nella speranza di ritrovarla e di ritrovarmi.

martedì 3 gennaio 2012

Orecchini e piccoli pensieri per sé

Ho impiegato 40 anni a farmi i buchi nelle orecchie. E il merito non è nemmeno mio. Diciamo così: ho sempre detestato - uno dei principi condivisi con il Demone dei Kiss - qualsiasi segno che fosse definitivo su un corpo che definitivo non è. Insomma, nulla è per sempre, allora perché devo imprimere un marchio, che sia un tatuaggio o un forellino? Fa pure male, per pochissimo va bene; ma visto che questa povera carcassa deve già subire la propria dose di sofferenze, risparmiamole quelle minori.

Un dì, lui mi ha detto: perché non ti fai i buchi nelle orecchie? Io ho preso e sono andata. Nessuno dei miei familiari o amici ci credeva. C'era una bambina, la figlia del titolare del negozio, che scalpitava guardandomi, perché voleva già mettersi gli orecchini. Il padre mi pregò di dissuaderla e allora le ho assicurato che l'operazione procurava un male boia. Non penso di averla convinta, perché i miei occhi di solito mi tradiscono. Dentro di me, ridevo.

Perché pensare a quel simpatico giorno? Forse perché sono in cerca di simili, piccoli pensieri per me stessa. Con gli orecchini mi piaccio, eppure non avevo mai contemplato l'idea. Nessuno mi ha forzato, ma è bastata una frase buttata lì da qualcuno che mi vuole bene per prendere in esame un'idea prima mai contemplata.

Ho bisogno di trovare qualche altro piccolo pensiero, abbattere qualche piccolo tabù dell'anima. Non so se capita anche a voi. Per il corpo, per ora mi soffermo alla maschera di fango: dura solo dieci minuti. Sui tatuaggi non ho cambiato idea: quando ero a Sharm, me ne fecero due meravigliosi. Mi sentivo uno schianto. Ma il vero bello, sapete qual era per me? Che poi si sarebbero dissolti. Anche per questo, me li godevo tanto.

lunedì 2 gennaio 2012

Arturo e il ritorno dei D-book

Mi accingo a leggere un D-book, acquistato prima di Natale. Mi attendono due testi, e per ora non ne svelerò il titolo.

Basta la dichiarazione di intenti. I D-book sono quelli del Dovere, insomma i libri che a scuola ti hanno infilato caparbiamente tra i must e quindi tu li hai evitati come la peste. A volte, dovevi cedere, tra mille sospiri. Ricordo un'unica reazione gioiosa al liceo: quando spulciammo, tra gli interminabili titoli proposti, L'amante di Lady Chatterley. Credo che la prof non fosse poi così sorpresa, quando alla prima lezione di inglese post vacanze ci presentammo tutti fieri di questa lettura. Che oggi probabilmente è da educande.

Per il resto, morte ai D-book, tranne una manciata d'obbligo per non soccombere a fine anno. Non è che ora affiorino di botto, sintomi preoccupanti ce n'erano stati già in passato. Posso affrontare serenamente il mio outing, visto che il mio ex prof è su Facebook oggi: non gli mentirò. Lui era un fan de "L'isola d'Arturo", a me metteva l'orticaria solo il titolo. L'ho preso, perché sono obbediente, ma non l'ho lasciato entrare nella mia caparbia esistenza. All'inizio.

Pochissimi anni dopo (ovvero a distanza di sicurezza dalla scuola), Elsa Morante diventò la mia eroina incontrastata: avevo letto quasi tutti i suoi libri. Ma fin qui, niente di male. E' proprio l'Isola che mi ha agguantata, con la stessa magia che anima Procida. Tant'è che io sono una devota della svizzera-napoletana Ischia, ma quando ci sono andata, ho sempre dovuto prevedere una tappa a Procida. Tra i pescatori, i cestini calati dai balconi per dare chiavi e quant'altro e poi la chiesa che domina tutto e tutti, disseminata di bigliettini con gli anatemi di un prete contro i ladri.

La perversione è cresciuta al punto che mi piace mettermi al cospetto delle rocce, tra "angeli e angelesse" e vedo il misterioso Wilhelm, bello e dannato, con il quale forse mi sento solidale per ostentare una pelle bianca in un mondo che inneggia all'omogeneità e cancella le mille sfumature.

Lo vedo "solo, mezzo steso su un lembo di terreno fiorito d'erbacce", gli occhi fissi a una finestrella del penitenziario. Lui così bello e stracciacuori, piegato da un amore vergognoso e impossibile, anzi calpestato con l'epiteto di Parodia. Lui che prova a spezzare l'indifferenza, con il suo canto, "con una testardaggine infantile e cupa". E come Arturo, chiuse quelle pagine, è difficile lasciare Procida, ma devo.

Mm, che paura aprire il nuovo D-book.

domenica 1 gennaio 2012

Un augurio italiano? Che non finisca sempre "prima"

I discorsi ufficiali mi scivolano via, saranno i fatti a salvarci o rovinarci. Ovvero noi stessi, sempre che non ci attacchino altre zavorre per andare a fondo meglio.

Ma se devo scegliere un auspicio per il nostro Paese, in blocco, è che perda la sindrome del "prima". Non è un vizio solo pubblico. Esamini l'orario di un ufficio? Guai se entri dieci minuti prima, e non per tuo sfizio ma perché magari quell'orario non è proprio ritagliato sulla realtà di chi lavora. Nel migliore dei casi, troppi ti trattano male, qualcuno ti invita anche a tornare.

Hai un buono di qualsivoglia natura che devi spendere con ultima data utile stampata in evidenza? Accade che ti presenti a spenderlo, ma scopri che quella data è utile solo per te: doveva venire prima, oggi è troppo tardi. Ma se c'è scritto così, ci sarà pure una buona ragione: be', doveva avvisarmi prima.

Se proprio non vogliamo cambiare - e dunque non essere presi sul serio - almeno siamo più chiari.

Negli uffici esponiamo cartelli più veritieri, anticipando di un bel dieci minuti la chiusura. Qualcuno già lo fa, peraltro: non varcate quella porta.

E se ci sono buoni, bonus e altre diavolerie, si scriva per favore: ultima data 31 gennaio, ma bisogna spenderlo almeno una settimana prima. Così ci capiamo.

Buon primo dell'anno. Ma basta prima!