Sono una figlia del Rock(y horror). Non ho mai saputo cosa fosse una cultura dominante, perché per me le culture sono tante, né ho bisogno di asterischi e altri strumenti artificiali.
Don't dream it, be it, è stato solo uno dei democratici ordini scanditi da Tim Curry-Frank nel Rocky Horror per me, quel pensiero di Richard O' Brien fatto esplodere dalla prepotenza cortese di Tim.
Quando vidi il Rocky Horror Picture Show, decisi anche che dovevo scoprire quest'uomo incredibile in ogni parte. L'ho seguito con passione - dovrei dire, con antici-pation, ma non so farlo come lui - ma non solo nei grandi film, dove spesso ricopriva il ruolo del cattivo, talvolta finendo male come Frank.
Volli fortissimamente guardare "Times Square" e andai ragionevolmente fuori di testa intercettando "Pissing in a River" di Patti Smith; seguivo con ansia le sorti delle Sorelle Pattumiera, ma la voce di Tim nella veste di deejay mi guidava e a modo suo mi rasserenava.
In fondo, ribadiva ciò che mi aveva già spiegato senza mettersi in cattedra. Un insegnante anticonformista, che sceglieva la vita.
Adesso svegliati.
Ho reso omaggio anche al Rocky Horror nel mio libro "Figli del rock", ma non a lui, a Tim Curry. Lo sussurro oggi, quando non oso cliccare sulla sua autobiografia che ho acquistato tempo fa, a patto che fosse plasmata dalla sua voce. Quando ho tante battaglie, dentro e fuori.
Ma io so ciò che mi ha insegnato Tim Curry nella notte. In ogni notte.
Adesso svegliati: incontrerai un incubo o la realtà, a volte entrambi. Ma se lo vorrai, ti aspetta un sogno che sta solo a te realizzare.
ps Tim, e se per una volta fossi stato proprio Frank, e avessi scelto di partire dopo Dolly Parton? Come lui sognava di indossare i vestiti di Fay Wray.

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