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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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domenica 23 settembre 2018

Il campione che ascoltava i piccoli (mica è finita, grazie Giorgio Rossi)

- Ragazzina, ma tu sei della Roma? E vivi qui a Busto Arsizio?

Fuori dall'atrio dell'albergo, io ho solo voglia di piangere, perché il mio piano perfetto è stato smantellato dal portiere, mica della squadra. Niente autografi dei miei eroi, sbattuta fuori appena nella reception avevano capito che la persona che cercavo era un'invenzione, per incontrare i miei campioni.

E io invece l'ho appena incontrato, un campione, solo che ancora non lo so. Vedo solo un uomo dagli occhi buoni, che si preoccupa della mia tristezza. 
- Ragazzina, non piangere e stai qui. Adesso andranno tutti a cena, i giocatori della Roma. E tu avrai gli autografi di tutto, te lo prometto.

Questa storia comincia qui,  Giorgio Rossi. E non finisce mai. Nemmeno oggi che tu te ne sei andato o così pare. Perché dopo 55 anni (e più) con la Roma e a fianco dei più piccoli, come dei grandi, con la stessa cura, con il medesimo sorriso, non si può mica andare lontano.

Un senso della vita


Abbiamo viaggiato insieme per un bel pezzo di vita, nel nome del calcio e qualcosa di più. E io non posso che dirti grazie, ancora. Anzi, per sempre, dentro quel campo infinito in cui sei sceso, o meglio salito.

Bisogna tornare alle origini del nostro incontro sì, quando nella lombardissima Busto Arsizio io cresco romanista. Un po' per spirito da rompiscatole, all'inizio, un po' perché avvertivo qualcosa di speciale, un senso della vita che raramente ho trovato poi nel calcio. Vincere, che brivido, ma farlo con stile, con passione, senza ingordigia: altrimenti amen, siamo felici ugualmente. Ne parlai anche nel mio libro dei secondi, ricordando l'importanza della tua amicizia. 

http://www.nomosedizioni.it/limportanzadiesseresecondi


Io allora ero emozionatissima di incontrare Falcao, grazie a te, ma nel cuore mi sono rimasti gli occhi onesti di Di Bartolomei. E poi Nela, il mio prediletto. Tutti sfilavano davanti a me, e grazie a te tutti firmavano puntuali il mio quadernetto. 

Mica era finita. Mi chiedevi di tornare, il giorno dopo, per inondarmi di foto. E l'hai sempre fatto, scrivendomi biglietti, aggiornandomi sui campioni, mandandomi pure la maglietta con dedica, di anno in anno, di decennio in decennio.

- Ciao, Marilena. Sto a massaggià er Pupone.

E io ridevo, perché grazie a te, ho fatto sempre sparire le lacrime, memore di quella prima lezione. 

Rimanendo bambina


Crescevo, rimanendo bambina, ma solo tu potevi spiegarmelo sul serio. Come quando affrontai l'esame orale di giornalista. Concentratissima, peccato che scoprii che nel ristorante davanti all'hotel ogni tanto passava Giannini. Al che la mia attenzione si spostò più alla necessità di mangiare lì, per incontrare il Principe.

Non accadde, ma i camerieri fecero un tifo spropositato per il mio esame e festeggiammo. In quell'occasione, prima dell'esito, ricordo una passeggiata insieme in cui tu provasti a offrirmi un caffè. Solo che per fare cento metri, ci abbiamo messo mezz'ora e di caffè non so quanti ce ne hanno offerti passanti e baristi. 

Ma il momento che mi ha spalancato ancora di più la consapevolezza su ciò che sei, sull'amicizia, sulla lealtà, sul calcio che racchiude tutti questi valori, è venuto dopo. E prima di altri piccoli, grandi gesti.

Quando arrivo a Roma per seguire un incontro al Senato. Terminato l'evento, sono ad aspettarti con una serie di persone seriose, finché ti presenti tu, che invece sei serio. Sei vestito nel segno dalla Roma dalla testa ai piedi e quelli ti guardano male, io ti ammiro e mi dico: meno male che Giorgio è venuto a prendermi e adesso chiacchieriamo un po'.

Invece, mi fai salire in macchina, perché devi farmi conoscere una chiesa che nessuno di questi lombardi di passaggio si ferma a scoprire mai. Io rimango ammirata, mentre me ne racconti la storia. 

Mica è finita.

La lettera custodita


Mentre mi riporti in albergo, apri il cassettino dell'auto e mi mostri un foglio: è la lettera di ringraziamento che ti avevo scritto tanti anni prima, quando mi avevi fatto conoscere Tancredi, Di Bartolomei, Falcao, Conti, Pruzzo, Nela, Chierico e tutti, tutti gli altri, compreso Liedholm naturalmente.

L'hai conservata con te per tutti quegli anni, quella missiva scritta dalla ragazzina di Busto Arsizio, che intanto vergava di giallo e rosso i fogli e sognava un calcio così, per sempre. 

non è stato un calcio così, per sempre.

Ma tu Giorgio, sì.

E allora adesso che mi fa male, proprio male, sapere di non poterti più abbracciare, io ripeto la frase che è caduta in questo cassetto più di una volta.

Mica è finita.

Tu ascolterai sempre i piccoli, accanto ai grandi, e sempre ti dirò:

grazie Giorgio.

giovedì 29 giugno 2017

Non ci si inchina ai leoni (buoni primi novant'anni)

Così siamo arrivati ai novant'anni. Se corro indietro, salto anche qualche vita indietro, mi sa, Gian Pietro Rossi.

Io scrivo da qualche mese alla Prealpina, non procuro ancora dolori alla classe politica: la sto studiando, diciamo. Poi arrivano le elezioni, il mio capo Gianni Fusetti mi manda un salto a prendere i dati ed è il primo contatto con il municipio della mia città. Sì, niente internet o diavolerie simili.

Mi trovo un sindaco nuovo, e non so che in realtà lo ritrovo. Fino  a quel momento, ero poco bustocca, molto milanese, troppo sparsa per le città del mondo.

Il primo brivido di quelli veri - tra timore e godimento - è quando torno in redazione un giorno e sento il signor Gianni che accoglie una  furibonda telefonata di questo sindaco, già tre volte senatore e per la settima volta nella stanza dei bottoni di Palazzo Gilardoni. Avevo spulciato tra le delibere e trovato una decisione che non sarebbe proprio piaciuta a un alleato politico: zac, pubblicato e adesso tempesta sia. Il leone Rossi chiama, fruga in redazione alla ricerca della preda piccola Malu e pare volerla azzannare.

Il signor Gianni non è uno che sbraita, neanche quando gli urlano addosso. Ma i suoi ragazzi non si toccano. Con voce ferma mi difende. Io rabbrividisco e sento che questo mestiere mi piace moltissimo.

Mi piace indisporlo un po', questo leone, quando è potente, lo ammetto. Quando esplodono gli anni dell'ingiustizia, io sono disorientata anche dal suo coraggio. Per la prima e unica volta nella mia vita, mi ribello nel mio piccolo; con un mio amico, anarchico pacifico come me, compio un gesto che non ho mai fatto per nessuno e solo loro due conoscono.

E quando giustizia tardi viene fatta,  non finisce a tarallucci e vino, tra di noi. Adesso che tutto è chiarito, qualche scintilla deve ancora divampare.  Perché le voglio bene. Si è arrabbiato (e pure io), ma non mi ha mancato mai di rispetto: qualcosa che non posso affermare di altri.

Adesso che compie novant'anni, la guardo e mi appare ancora come un leone, un leone ferito perché sente la mancanza di  ciò che è più importante, la sua compagna di una vita. La sua metà, silenziosa nella sua saggezza.

Ma lei è ancora leone, Rossi. Quando la incontro, ha tanti ricordi e anche tante idee nuove. Non si ferma mai, pensa a cosa fare per Busto, scuote la terra e i palazzi. E io sono sempre una ragazzina anarchica: non mi inchino davanti ai leoni. Preferisco ringraziarli, con un abbraccio, di aver camminato insieme, di esserci pizzicati e di averci riso insieme, in tutte queste vite.

domenica 28 maggio 2017

Notte e se non ci fosse Totti

Specializzata con incerti risultati in rimozioni, sto alla larga dall'ultima partita della Roma. Di Totti. La medesima cosa, mi viene da aggiungere e trovassi una gomma, cancellerei subito.

Stanca di veder cambiare maglie e anima, più di una volta mi sono dichiarata: se non ci fosse Totti, non tiferei nemmeno più. Fin da bambina, ho amato la Roma per tutto ciò che mi trasmetteva e chiudevo gli occhi davanti al vacillare dei miti.

Falcao, perché non hai tirato quel rigore nella partita nefasta contro il Liverpool?

Ma tutto passa, (quasi) tutti passano. Da quel giorno in cui mi buttarono fuori dall'albergo della mia città perché con uno stratagemma entravo e chiedevo l'autografo alla Roma, la Roma di Liedholm, è passato fin troppo. Un mondo, penso. Ma Giorgio Rossi no: lui è la mia vera, indissolubile bandiera.

- Ragazzina, non piangere, aspetta fuori che adesso usciamo tutti e avrai i tuoi autografi.

Giorgio ha fatto il massaggiatore sempre della Roma, gli è costato molto andare in pensione, lo so. Quando andavo nella capitale, c'era modo di salutarsi e lui arrivava così vestito in stile Roma, che sorridevo di gioia. Impossibile fare due passi senza sentirsi offrire un caffè con lui.

Totti, all'inizio quasi non mi ero accorta fosse arrivato. Poi un giorno chiamo Rossi e mi dice: ciao, bustocca, sono qui a fare i massaggi al Pupone.  Così Francesco è entrato nella mia storia, nella mia vita. Sperando di potermi fidare, ma non urlandolo: adesso gli offriranno un megacontratto altrove, adesso dovrà tirare il rigore della nostra vita, adesso… Non mi sono mai resa conto di quanto dentro di me l'avessi messo alla prova, prima di arrendermi.

Se non ci fosse Totti, una bandiera così indissolubile, mi sa che ritirerei la maglia di tifosa, perché questo calcio non mi garba più. Lo mormoro, perché nell'armadio ho la maglia di Daniele De Rossi e capto la contraddizione.

Finché arriva quel giorno: Totti, non c'è più davvero. Esce dal campo e io cerco di non guardare, per precauzione. Mica che questa folle convinzione sia reale. Lui tornerà dentro, uno, dieci, venti minuti. Oppure un altro arriverà come lui, perché mica è un eroe: è un giocatore speciale e una persona alla quale voglio bene, ma non un salvatore del mondo.

La mia fiducia nello sport e nella fedeltà che si può avere anche nel calcio, in un tempo avido come questo, però, l'ha salvata. E allora mi sento immersa in un bel casino.

Grazie, capitano. E inventa qualche altra azione, ti prego, per tirarmi fuori da questo pasticcio.

Notte e se non ci fosse Totti.



giovedì 9 febbraio 2017

Renata senza (troppe) parole

Renata, i suoi occhi chiari non gridano mai, come la sua vita. Sempre accanto al suo Gian Pietro, senza bisogno di apparire. Sette volte sindaco, senatore, ripercorro ancora una volta tutto il suo curriculum, ma di Renata non si parla perché lei non vuole.

Eppure è lei che rende possibile ogni passo, nella sua umiltà.

Renata, mica se ne andrà davvero. Troppo attenta a esserci, a non raccogliere applausi, solo a sostenere.   E se chiudo gli occhi, rivedo i suoi, chiari, che ridono in un Natale come gli altri. L'unica traccia d'orgoglio ancora una volta non per sé, ma per i nipoti.

Renata senza (troppe) parole: buon viaggio, senza allontanarsi troppo.

lunedì 6 luglio 2015

Ogni volta - canzone per la notte

Vasco, questo contrasto mi piace, e suona quasi come armonia. Una presenza, anche inaspettata; un'assenza, dolorosa.

Ogni volta che qualcuno si preoccupa per me
ogni volta che non c'e'
proprio quando la stavo cercando

Non guardare in faccia a  niente, eppure piangere. Ogni volta, circoli viziosi e rigeneranti. E un lato B, una canzone seconda di quando seguivo Vasco, di quando non c'era quella folla. Eppure non mi sentivo mai sola.

Ogni volta, Vasco Rossi, canzone per la notte.