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mercoledì 27 novembre 2019

Il Tigrottino per mano: adesso sei forte, corri

Più di due anni per agguantare mezzo secolo. Quello di un giornale che ha accompagnato i tifosi allo stadio Speroni e del Pro Patria Club.

Il Tigrottino...

L'ho sempre tenuto tra le mani, da tifosa. Poi la Pro Patria è diventata un lavoro, anche: dove mantenere la freddezza, il distacco, era la vera sfida, roba che nessuna remuntada sembrava possibile, eri già battuto in partenza nel frenare la tensione. Alla mia professione in tutti questi (trenta) anni ho affiancato anche la gioia di scrivere su questi fogli preziosi.

Mi ricordo quando ho scritto la prima volta qui, l'emozione,grazie a Luca Cirigliano, mio fratello anche di calcio, e alla squadra che si è creata. Quando con lui, Flavio Vergani e tutti i ragazzi abbiamo anche fatto nascere un libro dal nulla in pochi giorni, per la promozione!

Due anni e mezzo fa, mi hanno chiesto di prendere per mano questo giornale. Ho accettato di fare il direttore, pur conscia delle incombenze professionali che esigevano sempre più tempo ed energie. Ero nel mezzo di una rivoluzione di vita, che mi ha chiesto tanto e tanto mi ha dato.

 Il Tigrottino era un hobby, una passione e le passioni si trattano bene. Io non sono del club, sono un'anarchica per tutto e in tutto, ma la parola riconoscenza hanno cercato di insegnarmela a casa. 
Per questo motivo ho detto: 

Tigrottino, ti conduco ai tuoi primi cinquant'anni costi quel che costi. 

Anche se capiti nel fine settimana fitto di impegni professionali, anche se sono via per un lavoro in un albergo e devo dedicarti le ore della notte prima di ripartire. Anche se la famiglia brontola: ci siamo anche noi.

Ma non importa.Ti ho preso per mano e anche tu hai preso me con garbo insegnandomi molto: mi hai mostrato più di tante palestre la natura umana, lo spirito di squadra, le difficoltà, le gioie e le delusioni. Come uno specchio che restituiva, moltiplicandolo, le emozioni della mia Pro.

Abbiamo camminato insieme, e accanto a noi c'erano tante persone. Alcune, non ci sono più, come Giovanni Garavaglia, l'ultimo suo messaggio letto e riletto su un treno durante una trasferta di lavoro: non lo dimenticherò mai.

Sono grata al presidente Roberto Centenaro, che ha dato sempre massimo supporto. Al suo successore Giovanni Pellegatta. A chi nel club è stato sempre dalla nostra parte e devo fare una citazione speciale per Gianni Rigon e per Giannino Gallazzi.

E alla squadra. A tutta la squadra. Non cito nessuno, perché non voglio tralasciare un solo nome: io parto da quel 2013, quando un gruppo di giovani si cimentò in questa nuova avventura: prendere un giornale storico e metterci tutto il nostro entusiasmo. E ciascuno di loro per me è stato importante a modo suo.

Adesso, io devo proprio andare per la mia strada, perché ho nuovi impegni che si stanno affacciando e non posso più tralasciare i miei progetti. In questa riorganizzazione, ho scelto di dire addio anche alla direzione del Tigrottino. E ho lavorato il più possibile perché potesse essere affidato a un giovane. Ed eccone uno che  un giorno spero faccia il mio mestiere, Alessandro Bianchi, come Sveva Vergani.

Devo prendere la mia strada con determinazione e lo faccio, felice di essere riuscita a giungere a questo traguardo con il Tigrottino, navigando su mari anche mossi ma sempre con dedizione e fiducia. Settimana scorsa, al museo della Pro Patria, ho visto un nostro numero con una copertina magica davanti alla Coppa e ho avvertito i brividi. Come quelli "di storia" nella copertina che in questi anni mi è stata più cara, quella della partita sotto la neve con la Carrarese. Ed ecco la copertina di settimana scorsa... L'ultima, be', riguarderà il derby con il Novara: ci vogliono i fuochi di artificio per  un passo importante. Sono sicura che il grande Daniele De Grandis - amico prezioso del giornale - è d’accordo.

Al cinquantesimo anno sei arrivato, Tigrottino, e puoi continuare la tua strada. Sei forte, corri!

Io proseguo la mia anche allo stadio Speroni, con Varesenoi, i miei colleghi con cui 14 anni fa ho deciso di lasciare una via sicura per dipingere un sogno.

Che sia giornalismo o Pro Patria e persino altro, a me sognare piace ancora moltissimo.







domenica 23 settembre 2018

Il campione che ascoltava i piccoli (mica è finita, grazie Giorgio Rossi)

- Ragazzina, ma tu sei della Roma? E vivi qui a Busto Arsizio?

Fuori dall'atrio dell'albergo, io ho solo voglia di piangere, perché il mio piano perfetto è stato smantellato dal portiere, mica della squadra. Niente autografi dei miei eroi, sbattuta fuori appena nella reception avevano capito che la persona che cercavo era un'invenzione, per incontrare i miei campioni.

E io invece l'ho appena incontrato, un campione, solo che ancora non lo so. Vedo solo un uomo dagli occhi buoni, che si preoccupa della mia tristezza. 
- Ragazzina, non piangere e stai qui. Adesso andranno tutti a cena, i giocatori della Roma. E tu avrai gli autografi di tutto, te lo prometto.

Questa storia comincia qui,  Giorgio Rossi. E non finisce mai. Nemmeno oggi che tu te ne sei andato o così pare. Perché dopo 55 anni (e più) con la Roma e a fianco dei più piccoli, come dei grandi, con la stessa cura, con il medesimo sorriso, non si può mica andare lontano.

Un senso della vita


Abbiamo viaggiato insieme per un bel pezzo di vita, nel nome del calcio e qualcosa di più. E io non posso che dirti grazie, ancora. Anzi, per sempre, dentro quel campo infinito in cui sei sceso, o meglio salito.

Bisogna tornare alle origini del nostro incontro sì, quando nella lombardissima Busto Arsizio io cresco romanista. Un po' per spirito da rompiscatole, all'inizio, un po' perché avvertivo qualcosa di speciale, un senso della vita che raramente ho trovato poi nel calcio. Vincere, che brivido, ma farlo con stile, con passione, senza ingordigia: altrimenti amen, siamo felici ugualmente. Ne parlai anche nel mio libro dei secondi, ricordando l'importanza della tua amicizia. 

http://www.nomosedizioni.it/limportanzadiesseresecondi


Io allora ero emozionatissima di incontrare Falcao, grazie a te, ma nel cuore mi sono rimasti gli occhi onesti di Di Bartolomei. E poi Nela, il mio prediletto. Tutti sfilavano davanti a me, e grazie a te tutti firmavano puntuali il mio quadernetto. 

Mica era finita. Mi chiedevi di tornare, il giorno dopo, per inondarmi di foto. E l'hai sempre fatto, scrivendomi biglietti, aggiornandomi sui campioni, mandandomi pure la maglietta con dedica, di anno in anno, di decennio in decennio.

- Ciao, Marilena. Sto a massaggià er Pupone.

E io ridevo, perché grazie a te, ho fatto sempre sparire le lacrime, memore di quella prima lezione. 

Rimanendo bambina


Crescevo, rimanendo bambina, ma solo tu potevi spiegarmelo sul serio. Come quando affrontai l'esame orale di giornalista. Concentratissima, peccato che scoprii che nel ristorante davanti all'hotel ogni tanto passava Giannini. Al che la mia attenzione si spostò più alla necessità di mangiare lì, per incontrare il Principe.

Non accadde, ma i camerieri fecero un tifo spropositato per il mio esame e festeggiammo. In quell'occasione, prima dell'esito, ricordo una passeggiata insieme in cui tu provasti a offrirmi un caffè. Solo che per fare cento metri, ci abbiamo messo mezz'ora e di caffè non so quanti ce ne hanno offerti passanti e baristi. 

Ma il momento che mi ha spalancato ancora di più la consapevolezza su ciò che sei, sull'amicizia, sulla lealtà, sul calcio che racchiude tutti questi valori, è venuto dopo. E prima di altri piccoli, grandi gesti.

Quando arrivo a Roma per seguire un incontro al Senato. Terminato l'evento, sono ad aspettarti con una serie di persone seriose, finché ti presenti tu, che invece sei serio. Sei vestito nel segno dalla Roma dalla testa ai piedi e quelli ti guardano male, io ti ammiro e mi dico: meno male che Giorgio è venuto a prendermi e adesso chiacchieriamo un po'.

Invece, mi fai salire in macchina, perché devi farmi conoscere una chiesa che nessuno di questi lombardi di passaggio si ferma a scoprire mai. Io rimango ammirata, mentre me ne racconti la storia. 

Mica è finita.

La lettera custodita


Mentre mi riporti in albergo, apri il cassettino dell'auto e mi mostri un foglio: è la lettera di ringraziamento che ti avevo scritto tanti anni prima, quando mi avevi fatto conoscere Tancredi, Di Bartolomei, Falcao, Conti, Pruzzo, Nela, Chierico e tutti, tutti gli altri, compreso Liedholm naturalmente.

L'hai conservata con te per tutti quegli anni, quella missiva scritta dalla ragazzina di Busto Arsizio, che intanto vergava di giallo e rosso i fogli e sognava un calcio così, per sempre. 

non è stato un calcio così, per sempre.

Ma tu Giorgio, sì.

E allora adesso che mi fa male, proprio male, sapere di non poterti più abbracciare, io ripeto la frase che è caduta in questo cassetto più di una volta.

Mica è finita.

Tu ascolterai sempre i piccoli, accanto ai grandi, e sempre ti dirò:

grazie Giorgio.

domenica 28 maggio 2017

Notte e se non ci fosse Totti

Specializzata con incerti risultati in rimozioni, sto alla larga dall'ultima partita della Roma. Di Totti. La medesima cosa, mi viene da aggiungere e trovassi una gomma, cancellerei subito.

Stanca di veder cambiare maglie e anima, più di una volta mi sono dichiarata: se non ci fosse Totti, non tiferei nemmeno più. Fin da bambina, ho amato la Roma per tutto ciò che mi trasmetteva e chiudevo gli occhi davanti al vacillare dei miti.

Falcao, perché non hai tirato quel rigore nella partita nefasta contro il Liverpool?

Ma tutto passa, (quasi) tutti passano. Da quel giorno in cui mi buttarono fuori dall'albergo della mia città perché con uno stratagemma entravo e chiedevo l'autografo alla Roma, la Roma di Liedholm, è passato fin troppo. Un mondo, penso. Ma Giorgio Rossi no: lui è la mia vera, indissolubile bandiera.

- Ragazzina, non piangere, aspetta fuori che adesso usciamo tutti e avrai i tuoi autografi.

Giorgio ha fatto il massaggiatore sempre della Roma, gli è costato molto andare in pensione, lo so. Quando andavo nella capitale, c'era modo di salutarsi e lui arrivava così vestito in stile Roma, che sorridevo di gioia. Impossibile fare due passi senza sentirsi offrire un caffè con lui.

Totti, all'inizio quasi non mi ero accorta fosse arrivato. Poi un giorno chiamo Rossi e mi dice: ciao, bustocca, sono qui a fare i massaggi al Pupone.  Così Francesco è entrato nella mia storia, nella mia vita. Sperando di potermi fidare, ma non urlandolo: adesso gli offriranno un megacontratto altrove, adesso dovrà tirare il rigore della nostra vita, adesso… Non mi sono mai resa conto di quanto dentro di me l'avessi messo alla prova, prima di arrendermi.

Se non ci fosse Totti, una bandiera così indissolubile, mi sa che ritirerei la maglia di tifosa, perché questo calcio non mi garba più. Lo mormoro, perché nell'armadio ho la maglia di Daniele De Rossi e capto la contraddizione.

Finché arriva quel giorno: Totti, non c'è più davvero. Esce dal campo e io cerco di non guardare, per precauzione. Mica che questa folle convinzione sia reale. Lui tornerà dentro, uno, dieci, venti minuti. Oppure un altro arriverà come lui, perché mica è un eroe: è un giocatore speciale e una persona alla quale voglio bene, ma non un salvatore del mondo.

La mia fiducia nello sport e nella fedeltà che si può avere anche nel calcio, in un tempo avido come questo, però, l'ha salvata. E allora mi sento immersa in un bel casino.

Grazie, capitano. E inventa qualche altra azione, ti prego, per tirarmi fuori da questo pasticcio.

Notte e se non ci fosse Totti.



venerdì 2 dicembre 2016

Il calcio al referendum

Sarebbe divertente se alla fine fosse la sfida delle nostre squadre di calcio. Velenoso e disimpegnato, tanto quanto siamo riusciti a diventare.

Ma questo non è calcio.

O meglio il nostro atteggiamento è un calcio sl referendum.

martedì 15 novembre 2016

Notte e si torna a casa

E' un giorno in cui le memorie si accumulano e  il peso. Lo sento, quando incontro un amico con il quale le condivido e il suo dinamismo abituale mi sembra per un attimo appannato.

E' stanco, confessa, dopo mesi durissimi. Durissimi anche perché troppi se ne sono andati. Vorrei aiutarlo, ma mi sento impacciata.

Più tardi ritorno timidamente sulle memorie della giornata. Il professor Enrico Signorelli, ricordato nell'ospedale della mia città. Che cos'era per lui l'ospedale, casa. Il luogo dove presentarsi alle cinque di mattina a operare, dove garantire presenza costante e umana. Anche burbera, certo, e ripenso a quello che mi raccontava con ammirazione e piglio simpatico papà del suo coscritto.

Poi parlano di Giorgio Mutinelli, perché anche lui ha lavorato all'ospedale. Anche stasera con la cucciola ci viene da andare a mormorare una preghiera davanti a casa sua e ci chiediamo se sia già tornato da Parma, dov'era ricoverato. Perché il suo addio sarà qui, a Busto, a casa, tra due giorni. Ma lui è già qui.

Lo capisco, quando leggo un bellissimo articolo di Shadi Cioffi su l'Informazione.
http://www.informazioneonline.it/LAY009/L00908.aspx?arg=1009&id=25523

E' a casa che si vuole stare, quando si è stanchi, perché è a casa che si è dato tutto senza stancarsi mai.

notte e si torna a casa.

domenica 10 luglio 2016

Notte e quel che c'entra con il calcio

Per varie ragioni, me li sono goduti così poco, questi Europei. Anche le favole durate di più non potevano ridarmi il sorriso, in un mondo dilaniato.

Stasera, non c'era spazio per la favola. Ma in qualche modo, sono felice. E non per motivi che non c'entrano con il calcio, come la bellezza profumata del Portogallo e gli occhi profondi della sua gente, che mi porto dietro da tanti anni. Non sarebbe una motivazione, anche perché la Francia è una terra non meno amata, e ricca di sfumature come ogni quadro in grado di commuovere.

un pallone, per quanto prezioso sogno di bambino, non può risanare le ferite di un popolo, che siano la povertà o la crudeltà del terrorismo.

No, non porta in campo due popoli, ma due squadre. E io penso che chi è stato più squadra, persino dalla panchina, abbia stretto tra le mani la coppa. Sì, compreso il troppo presto perduto Cristiano Ronaldo, ma aggrappato agli istanti del gioco fino all'ultimo. Lui troppo bravo, bello, ricco e famoso, per non avere alle calcagna il mostro del gratuito invidiare.

Ma non ha vinto lui. Ha vinto la squadra, che sia piaciuta o no. E questo c'entra con il calcio, perché mi rende felice.

Notte e quel che c'entra con il calcio.

lunedì 4 luglio 2016

Non inquadrate le chiome dei calciatori (sos)

Stavo cercando refrigerio nel calcio e dichiarando eterno amore nonostante gli scossoni degli anni e delle deviazioni sportive.

Poi mi inquadrate le chiome dei calciatori. Molti, troppi fighetti, cura meticolosa a pettinature che - se ci fosse sano agonismo - in campo si scioglierebbero subito.

Ma tutta questa attenzione, i fans delle pettinature di moda non potrebbero dedicarle alla squadra?

Non inquadrate le chiome dei calciatori, vi prego tv: fate che io mi illuda un pochino ancora.

giovedì 30 giugno 2016

Si può essere Poeti

Ci sono ore scandite dalla poesia, un orologio raffinato e umile perché non esclude nessuno.

Così davanti all'Augusto medita un filosofo greco. Poi scorgo un paio di poeti: uno con la penna, l'altro con il pallone. Lo so, quest'ultimo di recente ha poco a che fare con la poesia. Ma finché correrà avanti uno come Gipo Calloni, che per la Pro Patria e il calcio autentico non si risparmia, io la sentirò risuonare.

Lo pensa, ne sono sicura, anche il maestro Ginetto Grilli. Che si è seduto un momento accanto al Gipo, in omaggio al titolo del suo libro.

Perché i poeti, mi sa, sono coerenti ed è questo che li frega, per fortuna. Si può essere Poeti, a volerlo, a non tradirsi.

domenica 26 giugno 2016

Chi ha già vinto gli europei

Entro con i miei compagni di squadra: loro già con divisa e tensione agonistica, io solo con il cuore che scenderà in campo con loro. E con gli avversari.

Non ho ancora potuto vedere una partita intera degli Europei, travolta da un po' di eventi. Ma questa è la gara più importante e si affronta tra mura di cemento, su un campetto sotto il sole.

Le vecchie glorie dell'Antoniana si confrontano con i ragazzi del carcere, allenati dall'amico Luca Cirigliano. Concludendo una stagione di sport vero, quello che apre i mondi, coltiva legami e valori, guarda avanti.

Vi dico per primo il risultato, che conta per ultimo: 5-6. 

Importa che entrambi danno il massimo sotto il sole, per se stessi e per gli altri.

Che un ragazzo senegalese sfodera un sorriso felice quando segna e anche quando sbaglia.

Che un altro goleador, un altro ragazzo, è alla sua ultima partita tra il cemento perché tra pochi giorni uscirà dal carcere.

Che ci si scalda, ma la lealtà sportiva lega  le squadre.

Alla fine ci si congeda, felici e riconoscenti. Grazie a chi ha reso possibile questa straordinaria stagione.

Qui abbiamo già vinto gli Europei.

E uscendo condivido un nuovo sogno: riuscire a giocare sul campo esterno, sull'erba, su uno spazio che abbia più respiro. Tanto respiro quanto ne possiede la speranza.

sabato 11 giugno 2016

Il calcio e tornare bambini

A pranzo un amico mi porta il suo nipotino, fresco di terza elementare. Un ragazzino che mastica panino, biscotto gelato e calcio. Tifa Torino, no prego, Napoli.

E quando gli chiedo se sia pronto agli Europei, mi avverte: io non tifo la nazionale, c'è troppa Juventus. Roba da tornare indietro, di fretta, di trent'anni e più. Ai Mondiali della gioia per l'intera penisola, tranne due o tre posticini tra cui il divano di casa mia dove piangevo. Ho già fatto outing da un pezzo, sulla mia predilezione per il Brasile, che mi sono tenuta anche per un paio di competizioni internazionali, temo.

Una delle ragioni, da romanista appassionata, era la stessa del bimbo. E neanche mi attenuava la furia vedere Conti e altri miei idoli.

Tra qualche anno questo bimbo non dico che si pentirà, ma forse cambierà idea. O magari no.

Ma intanto mi ha fatto tornare bambina: potere del calcio, anche così.

sabato 28 maggio 2016

Dialoghi reali - comprendi di calcio?

- Dovevi chiamarmi tra un quarto d'ora.

- Sì, ma c'era la partita. E io ero in pena per l'Atletico.

- Quindi? Anch'io, è logico.

- Perdeva come da copione, quindi ero nervosa. Poi ha pareggiato e ho pensato: cribbio, non posso guardarlo, sto anche peggio. Lo faranno perdere alla fine e sarà stata una sofferenza in più.

- Non capisci niente di calcio.

- Capirai, tu cistone.

- Ma va'…

- Vai tu…

- Vado a vedere la partita.

- Io no (abbasso il volume).

venerdì 22 aprile 2016

Totti e il mio amico del Torino

Una sola cosa sa farmi domare le emozioni: l'amicizia. Ripenso a quei minuti travolgenti, con Totti e le favole che si stanno stingendo, poi mi viene in mente chi ha pagato per questo.

Il Torino, perché le favole hanno quasi sempre un retrogusto triste.

Allora scrivo  al mio amico tifoso del Toro: sono stata così felice, ma non volevo che soffriste voi, perdonami. Lui mi risponde: Totti ha reso felice anche me.

Mi soffermo sulle magie, senza titoli, senza ambizioni sfrenate, solo amore per un pallone e chi ci sa ancora fare incantesimi.

Totti e il mio amico del Torino, mi sembrano una cosa sola, finché durerà. E di più.

venerdì 15 aprile 2016

Le donne, il calcio e chi è gentiluomo

Posso così indignarmi, il commento perfetto è il tuo. Da gentiluomo quale sei.

Mihajlović ha detto che le donne non dovrebbero parlare di calcio.

E tu: gli uomini non dovrebbero parlare delle donne.

Tu sei il mio gentiluomo. sempre.


giovedì 14 aprile 2016

Il calcio, gli uomini e le donne

Ogni giorno sento qualche persona, nota o meno nota, sentenziare: le donne non dovrebbero parlare di calcio.

Anch'io coltivo un pensiero:  tanti uomini non dovrebbero praticarlo.

venerdì 1 aprile 2016

Roberto e la zampata di umiltà (Roma, mi manchi)

Mi manca la Roma. Posso avere la Roma? Roberto Pruzzo compie tot anni, mica glieli rinfaccerò adesso. Ma io sono ferma a più di trent'anni fa, quando incontro la squadra nella mia città, grazie a una scelta di campo (leggi di soggiorno) ufficialmente incomprensibile di Liedholm.

Lo rivedo dopo tanti, tantissimi anni. Entro nella sala stampa della Pro Patria, anche se sono lì come tifosa, e non ho il permesso di entrare. Il presidente biancoblù buono è misericordioso, quando dico che vorrei dare un'occhiata.

Pruzzo - allenatore della squadra avversaria - sta uscendo, io urlo: Robertoooooo (il presidente della Pro arrossisce con garbo). Si ferma e parliamo della Roma, a lui scappa un sospiro.

Oggi rileggo la bellissima frase su Totti, quella zampata di umiltà. Condivido il suo compleanno e più di uno juventino - sì, dai, non cominciai l'intenso percorso giallorosso più di trent'anni fa anche per rompere le scatole? - condivide con parole emozionanti. Sono felice di tanta armonia.

Roberto, mi manchi. E mi manca la Roma, quella senza calcoli apparenti e con un pizzico di follia.

giovedì 24 marzo 2016

Notte e vorrei un sogno arancione

Prima della parentesi brasiliana e del ritorno all'ovile azzurro, avevo avuto una seria batosta. Una deriva, se così possiamo chiamarla per un'italiana, olandese.

Intendiamoci, amavo tutto dell'Olanda. Ogni luogo comune e ogni presunta verità: complice gli amichetti di quel Paese che trovavo al mare, diciamolo.

Ma iniziavo ad accostarmi al calcio e quello fu il colpo di grazia. Per questo motivo, in un giorno così grigio, se non nero, in cui ci ferisce la scomparsa di Cruyff, cerco di cancellare le lacrime e di tornare a quei folli giorni. In quegli anni in cui sognavo arancione e mi inchinavo alla  bellezza di uno sport che poi il tempo avrebbe divorato e snaturato a sufficienza.

Io so cosa voglio fare stanotte: voglio un sogno arancione.

Avanti, capitano: facci sognare, ancora.

Notte e vorrei un sogno arancione.

domenica 21 febbraio 2016

Quando appenderò le scarpe al chiodo

Ho sempre ritenuto impossibile appendere le scarpe di tifosa al chiodo. Oggi è un giorno folle in cui non sono più nemmeno sicura anche di questo.

Romanista e tigrotto, in vicende e mondi così diversi, non c'entrano i risultati o le beffe accumulate come nel caso della mia Pro Patria. Non posso togliere quelle maglie dal cuore e non lo farò mai.

Ammetto però che la serie A mi sta lentamente svuotando. La sua perdita di bandiere, di "per tutta la vita", l'avanzata cosmica di denaro e apparenze: tutto troppo simile all'esistenza fuori dallo stadio.

Oggi vedo la pronta reazione di Spalletti alle gravissime (?) dichiarazioni di Totti. Ora, per me l'allenatore deve tenere le redini, punto. Ma deve anche esserne capace, magari guardando chi ha davanti.

Totti, ultima bandiera, so cosa ha dato alla Roma e non solo, cosa ha dimostrato in questi anni.

Spalletti, non mi ricordo: sarò sicuramente sbadata.

martedì 22 settembre 2015

Il calcio si addice alle donne

Si può essere seri, con leggerezza. Le donne lo sanno fare e abbandono ogni pudore nel dirlo. Perché chi pensa che il calcio sia diventato una guerra o mero business, dovrebbe guardare le tifose.

E io volentieri ospito il decalogo delle donne tigrotte, con un invito: andate allo stadio. Occupiamolo con il nostro cuore e lo strapperemo a ciò che con il calcio non c'entra.

Le donne tigrotte, noi donne tigrotte, tifiamo Pro Patria, la squadra della nostra città. È il calcio vicino, quello tramandato, quello che può avere un futuro. Da noi, il calcio, l'ha salvato una donna.

Vorrà pur dire qualcosa: il calcio si addice alle donne.

Allora abbonatevi...


1. Perché la Pro Patria è DONNA 
2. Perché tutti possano comprendere che il "sesso debole" è quello più forte 
3. Perché potrai dimostrare che le donne di calcio ne capiscono e sono in grado di spiegare bene il fuorigioco agli uomini 
4. Perché ti puoi prendere delle libertà (di parola) che non penseresti mai di prenderti altrove
5. Perché puoi sfogare la tua rabbia contro il guardalinee e non contro il tuo compagno (civilmente, dai)
6. Perché accompagni il tuo lui invece di obbligarlo a fare i mestieri o a portarti a fare shopping sfrenato 
7. Perché lo Speroni è il posto ideale dove una vera mamma tigre "tira su bene" i suoi tigrotti
8. Perché il biancoblù è un abbinamento di gran classe 
9. Perché comunque son le quote rosa che fan girare il mondo 
10. Perché la Pro Patria è stata salvata dalla TESTA...rdaggine di una donna

LE DONNE TIGROTTE

sabato 27 giugno 2015

Un calcio è una mano tesa

Un calcio d'inizio che mi riporta così indietro. Nel carcere della mia città, anni fa, ho visto, incontrato tanti sforzi di tendere la mano e di chiedere a chi era fuori da quelle mura di fare altrettanto.

L'emozione attraversa i ricordi, a ripensare agli incontri di quegli anni. Anche a un'amicizia che mi ha fatto crescere tanto. 

Ci si trovava con i libri, principalmente. Con la voglia di riscattarsi o di farsi credere, di perdonare, di perdonarsi, di ricominciare. Di ricordarsi che quando si cade, c'è speranza se qualcuno è accanto per aiutarti a rialzarti.

Non è che la mia Busto abbia sempre raccolto il messaggio. Eppure c'è sempre stato.

Per  questo motivo, io ci spero. Sta nascendo una squadra di calcio, e so che Luca Cirigliano ci ha messo tutta la preparazione, ma più ancora il cuore.

A questi ragazzi ora manca solo una cosa: un avversario, che in realtà è un amico. Qualcuno da battere o con il quale perdere una partita, ma senza essere mai sconfitti.

E io sogno che una, due, cento società, minuscole o affermate, vengano a dare il calcio d'inizio. A tendere la mano.

martedì 26 maggio 2015

E lasciatemi 'sto calcio

Continuate a infervorarvi su accoltellamenti, scommesse, deviazioni di varia natura.

Questo non è il calcio. Sai che scoperta. Lo sappiamo, che non è il calcio. Infatti, sto guardando altro.

La furia, quella gioiosa, per rincorrere un pallone: non importa se la indossa un bimbo o un Pupone, o il vostro giocatore preferito.

Lasciatemi questo calcio, che è il calcio. Il resto si chiama violenza fine a se stessa, alibi per procurare del male, per speculare, per rendersi ogni giorno più avidi. Attorno a un campo di pallone, come a molti altri luoghi.

Io so dove tenere lo sguardo. Su quel pallone, su quel bimbo, anche se sembra meno ingenuo di ieri, ma che importa, finché ha voglia di correre e ridere.