Una certificazione metaforica di ciò abbiamo spesso fatto. Perché bisogna avere il muso libero per scegliere se stare a terra o volare.
Appunti di Viaggio di Marilena Lualdi Nature, music and doubts Apri un cassetto e trova un angolo di bellezza e riflessione. Qui puoi fermarti, respirare e riscoprire il senso profondo delle piccole cose
venerdì 8 maggio 2020
La certificazione
Contemplati i volti dei volatili puntati verso il cielo, torno ai nostri sulla Terra. Mi sembra di assistere a una sorta di evoluzione tutta umana: se non indossi la maschera, sei punito. Forse con un rimescolamento, se non capovolgimento, delle ragioni. Lo devi fare per proteggere gli altri, mentre prima - quando la maschera era impalpabile, se non invisibile - dovevi tutelare te stesso.
giovedì 7 maggio 2020
Il senso del capolinea
Ho fatto la pendolare della vita, su tanti treni sono salita con la sensazione anche di un’imbarazzante ubiquità. A volte, in preda alla distrazione, ho sbagliato a scendere, altre non sono scesa sbagliando ancora di più.
Fino a quest’epoca chiarificatrice che mi ha svelato il senso del capolinea. Ho già avuto modo di riflettere su come certi mondi si siano ritratti spontaneamente e siano tornati al loro posto.
Detto in altra maniera, sono arrivata al capolinea con quei treni. E con tutto il sollievo che ciò comporta. Quando il convoglio arriva alla meta finale, indipendentemente dal fatto che tu la apprezzi o no, hai la tranquillità di non poter più sbagliare. Hai incontrato tante persone, chi ti ha fatto ridere, chi ti ha commosso, chi ti ha aiutato e chi ti ha fregato. Di alcuni conserverai un bel ricordo o magari il numero.
Ma intanto tu sei sceso, perché dovevi, perché un nuovo viaggio ti attende oppure vuoi stare fermo per un po’.
Al capolinea, si è tutti spinti fuori, in un’unica direzione. A un certo punto, ti volti e non c’è più nessuno. Sai che quel viaggio è terminato, quella missione archiviata.
Il capolinea che hai cercato confusamente, alla fine ti ha trovato. E tu rivolgi a quel cartello consumato in stazione un saluto finale, traboccante di gratitudine.
Fino a quest’epoca chiarificatrice che mi ha svelato il senso del capolinea. Ho già avuto modo di riflettere su come certi mondi si siano ritratti spontaneamente e siano tornati al loro posto.
Detto in altra maniera, sono arrivata al capolinea con quei treni. E con tutto il sollievo che ciò comporta. Quando il convoglio arriva alla meta finale, indipendentemente dal fatto che tu la apprezzi o no, hai la tranquillità di non poter più sbagliare. Hai incontrato tante persone, chi ti ha fatto ridere, chi ti ha commosso, chi ti ha aiutato e chi ti ha fregato. Di alcuni conserverai un bel ricordo o magari il numero.
Ma intanto tu sei sceso, perché dovevi, perché un nuovo viaggio ti attende oppure vuoi stare fermo per un po’.
Al capolinea, si è tutti spinti fuori, in un’unica direzione. A un certo punto, ti volti e non c’è più nessuno. Sai che quel viaggio è terminato, quella missione archiviata.
Il capolinea che hai cercato confusamente, alla fine ti ha trovato. E tu rivolgi a quel cartello consumato in stazione un saluto finale, traboccante di gratitudine.
L'eremo prepara la strada
Pochi luoghi ho amato come l'eremo di San Salvatore. Quelle camminate lunghe e irresistibili, nel silenzio del verde, che conduceva nelle anche più silenziose mura. A volte, si insinuava il vociare dei turisti, sempre meno.
Io scendevo i fragili gradini e rimiravo le panche immaginando sonni che da scomodi diventavano ispiratori. Dalle finestrelle lo sguardo usciva e si impigliava sui rami, e immaginavo che secoli prima il lago Maggiore si offrisse ancora più generosamente. Gli inverni erano tormentosi, eppure a modo loro amici; le estati, fruscianti come preghiere.
Poi, il tempo ha ferito e chiuso questo angolo di pietra viva. Che ora si sta rianimando, coraggiosamente. Proprio mentre il virus ci inchioda a una vita che avvertiamo come limitata, queste porte ci annunciano che potranno aprirsi ancora.
La parrocchia di Massino Visconti lo annuncia su Facebook, premettendo: « Riprendono i lavori di restauro al complesso di San Salvatore a Massino Visconti. Purtroppo non sappiamo se riusciremo a concludere per la festa di agosto, le nuove norme sono stringenti. Confidiamo di poter realizzare questo sogno e trovarci tutti insieme!».
A me sembra un piccolo miracolo, che uomini e donne di buona volontà lo abbiano fatto rifiorire, proprio adesso. E poco male se l'eremo è corso avanti, quando noi eravamo ancora fermi.
L'eremo forse prepara la strada a un tempo spoglio di richieste senza senso e ricco di essenzialità. È rimasto chiuso nel suo dolore e ora ci aspetterà.
Perché io voglio tornare, nell'eremo incastonato nella verde collina, pregare di fronte alle cappelle e scendere poi quei gradini, diventare pietra viva e rianimarmi coraggiosamente, insieme.
GRAZIE A CHI SI IMPEGNA E SI IMPEGNERÀ
https://www.facebook.com/109053379764829/posts/524907398179423/?d=n
Io scendevo i fragili gradini e rimiravo le panche immaginando sonni che da scomodi diventavano ispiratori. Dalle finestrelle lo sguardo usciva e si impigliava sui rami, e immaginavo che secoli prima il lago Maggiore si offrisse ancora più generosamente. Gli inverni erano tormentosi, eppure a modo loro amici; le estati, fruscianti come preghiere.
Poi, il tempo ha ferito e chiuso questo angolo di pietra viva. Che ora si sta rianimando, coraggiosamente. Proprio mentre il virus ci inchioda a una vita che avvertiamo come limitata, queste porte ci annunciano che potranno aprirsi ancora.
La parrocchia di Massino Visconti lo annuncia su Facebook, premettendo: « Riprendono i lavori di restauro al complesso di San Salvatore a Massino Visconti. Purtroppo non sappiamo se riusciremo a concludere per la festa di agosto, le nuove norme sono stringenti. Confidiamo di poter realizzare questo sogno e trovarci tutti insieme!».
A me sembra un piccolo miracolo, che uomini e donne di buona volontà lo abbiano fatto rifiorire, proprio adesso. E poco male se l'eremo è corso avanti, quando noi eravamo ancora fermi.
L'eremo forse prepara la strada a un tempo spoglio di richieste senza senso e ricco di essenzialità. È rimasto chiuso nel suo dolore e ora ci aspetterà.
Perché io voglio tornare, nell'eremo incastonato nella verde collina, pregare di fronte alle cappelle e scendere poi quei gradini, diventare pietra viva e rianimarmi coraggiosamente, insieme.
GRAZIE A CHI SI IMPEGNA E SI IMPEGNERÀ
https://www.facebook.com/109053379764829/posts/524907398179423/?d=n
Di Poco, di Più
Su questi tempi falsamente immobili continuano a scorrere i quesiti di un'amica che non oso definire sapiente, perché lei si scrollerebbe via questa parola. È che pone domande così importanti, e io sono così scarsa su questo terreno che ammiro chi agilmente vi semina.
Di che cosa abbiamo bisogno, realmente? Che cosa ci hanno sussurrato o gettato in faccia questi tempi falsamente immobili?
Questa risposta è corsa avanti, nei miei pensieri: di Poco.
Io ho capito di aver bisogno di poco, tante necessità schiaffate dentro la mia vita da prepotenti consuetudini o da inerzie mie: spesso, entrambe le cose.
E allora, mi sono chiesta come potrei definire quel poco. Chiudendo gli occhi, vedo pezzi di cielo e fili d'erba, uno sguardo sincero, anche sconosciuto, una visita casuale in chiesa quando c'è mio fratello.
Non calcoli febbrili su ciò che puoi permetterti o che puoi accumulare, non amici che quando chiami o messaggi scivolano via tanto che mai sarà, non persone che sanno cosa chiederti di fare senza soffermarti su ciò che sei, non ruoli pomposi ma gesti silenziosi.
Una corsa nel prato, un raggio di sole, un poltrire sul divano felice come una gatta. Quel poco che avevo da bambina, a costo di bambina diventare ancora.
E quel Poco è così immenso, nella sua essenzialità, da essere Più.
Sì, io avrei bisogno di Poco. Di Più.
Di che cosa abbiamo bisogno, realmente? Che cosa ci hanno sussurrato o gettato in faccia questi tempi falsamente immobili?
Questa risposta è corsa avanti, nei miei pensieri: di Poco.
Io ho capito di aver bisogno di poco, tante necessità schiaffate dentro la mia vita da prepotenti consuetudini o da inerzie mie: spesso, entrambe le cose.
E allora, mi sono chiesta come potrei definire quel poco. Chiudendo gli occhi, vedo pezzi di cielo e fili d'erba, uno sguardo sincero, anche sconosciuto, una visita casuale in chiesa quando c'è mio fratello.
Non calcoli febbrili su ciò che puoi permetterti o che puoi accumulare, non amici che quando chiami o messaggi scivolano via tanto che mai sarà, non persone che sanno cosa chiederti di fare senza soffermarti su ciò che sei, non ruoli pomposi ma gesti silenziosi.
Una corsa nel prato, un raggio di sole, un poltrire sul divano felice come una gatta. Quel poco che avevo da bambina, a costo di bambina diventare ancora.
E quel Poco è così immenso, nella sua essenzialità, da essere Più.
Sì, io avrei bisogno di Poco. Di Più.
mercoledì 6 maggio 2020
Basta la direzione
Nel nostro girovagare all’alba, ci fermiamo spesso a fissare la luce calda all’orizzonte. Come oro liquido, raccolto dalle mani.
In quel momento sappiamo qual è la direzione o così ci pare. Quella in cui troveremmo il senso primo e pieno. Invece, torniamo alle nostre mete meccaniche, ma con una strana felicità. Come se bastasse sapere che c’e Una direzione.
E forse basta davvero.
martedì 5 maggio 2020
Sul balcone di Montalbano (mi sono risvegliata)
Nella mia relazione complicata con la televisione, lui ha offerto un balsamo sulle ferite di questo periodo. Che non mi piace tanto definire lockdown, perché questa "chiusura" si è rivelata per me meno ermetica di quanto temessi: ha permesso a tanti lati, desideri, timori anche, di uscire.
Parlo di Montalbano: non importa se fossero repliche, io avvertivo tutta la freschezza del suo arrivo. L'unico appuntamento in tv che ho aspettato davvero, in una giungla dominata dalla comunicazione sul virus, e neanche spesso chiarificatrice.
1 Un balcone sul mare: mi sistemavo sul balcone a respirare quel mare che si intrufolava nell'aria. Mi piacciono quelle colonnine che lo sostengono, ma permettono di sbirciare già la bellezza del manto azzurro frusciante. Io adoro quella Sicilia che non ho mai potuto vedere dal vivo, anche nelle storie e nei caratteri della gente: ecco che mi sento a casa.
2 Ascolto infatti una marea di espressioni deliziose, come tutte quelle che vengono dal cuore di una terra.
3 La trama avvincente, i caratteri uniti da un filo rosso dell'umanità.
4 In questo periodo, spesso più stremata che mai dalla giornata e dai pensieri, ecco che a metà puntata mi è accaduto di addormentarmi. Più una volta. Ma mica per disinteresse o noia, ci mancherebbe. Al contrario, mi sentivo così a casa che mi lasciavo andare.
5 Poi mi risvegliavo. Prima della fine, non temete. Mi mancavano dei pezzi ufficialmente (prima di questo periodo drammatico, non avevo seguito ogni puntata), eppure approdavo alla soluzione del caso con il commissario Montalbano, cogliendo tutto nella sua interezza.
6 Ecco, perché sono grata a Camilleri, al commissario Montalbano e a tutti coloro che mi hanno tenuto compagnia, no, che mi hanno letteralmente convocata il lunedì sera di persona personalmente.
Non ho atteso Montalbano con la frenesia di Twin Peaks (l'unica serie che ho seguito completamente, da ragazza, rassegnandomi a una registrazione solo in un'occasione), né con la devozione pacata di Barnaby.
Perché questa è un'epoca diversa e diversa sono io. Anzi lo voglio essere sempre più più: sul balcone di Montalbano mi sono risvegliata. Meglio.
Parlo di Montalbano: non importa se fossero repliche, io avvertivo tutta la freschezza del suo arrivo. L'unico appuntamento in tv che ho aspettato davvero, in una giungla dominata dalla comunicazione sul virus, e neanche spesso chiarificatrice.
1 Un balcone sul mare: mi sistemavo sul balcone a respirare quel mare che si intrufolava nell'aria. Mi piacciono quelle colonnine che lo sostengono, ma permettono di sbirciare già la bellezza del manto azzurro frusciante. Io adoro quella Sicilia che non ho mai potuto vedere dal vivo, anche nelle storie e nei caratteri della gente: ecco che mi sento a casa.
2 Ascolto infatti una marea di espressioni deliziose, come tutte quelle che vengono dal cuore di una terra.
3 La trama avvincente, i caratteri uniti da un filo rosso dell'umanità.
4 In questo periodo, spesso più stremata che mai dalla giornata e dai pensieri, ecco che a metà puntata mi è accaduto di addormentarmi. Più una volta. Ma mica per disinteresse o noia, ci mancherebbe. Al contrario, mi sentivo così a casa che mi lasciavo andare.
5 Poi mi risvegliavo. Prima della fine, non temete. Mi mancavano dei pezzi ufficialmente (prima di questo periodo drammatico, non avevo seguito ogni puntata), eppure approdavo alla soluzione del caso con il commissario Montalbano, cogliendo tutto nella sua interezza.
6 Ecco, perché sono grata a Camilleri, al commissario Montalbano e a tutti coloro che mi hanno tenuto compagnia, no, che mi hanno letteralmente convocata il lunedì sera di persona personalmente.
Non ho atteso Montalbano con la frenesia di Twin Peaks (l'unica serie che ho seguito completamente, da ragazza, rassegnandomi a una registrazione solo in un'occasione), né con la devozione pacata di Barnaby.
Perché questa è un'epoca diversa e diversa sono io. Anzi lo voglio essere sempre più più: sul balcone di Montalbano mi sono risvegliata. Meglio.
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lunedì 4 maggio 2020
Una sola nuvola
Una sola nuvola. Mi sembra così il cielo di una liberazione gridata, ma non vissuta. Mi fermo a guardarlo e capisco perché mi attira così intensamente.
Una sola nuvola, mi sento io. Energie, ricerca dolorosa, compresse nel mio piccolo cielo: ogni
tanto si affaccia un orizzonte che fugge senza pudore.
Una sola nuvola, siamo noi.
tanto si affaccia un orizzonte che fugge senza pudore.
Una sola nuvola, siamo noi.
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