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domenica 30 aprile 2017

I volti dentro una laurea

Venticinque anni. Uno sguardo casuale sulla tesi, una domanda che mi piomba addosso e focalizzo la data della mia laurea: aprile 1992. Avevo 23 anni e terminavo un pezzo di vita, mentre già ne avevo aperto altri, un po' forsennatamente insieme.  Sta terminando questo mese, con il suo silenzioso anniversario, e mi fermo a ricordare.

Che strano: rivivo quel giorno, papà e mamma che mi portano a Milano, ma restano fuori a causa della mia agitazione e un po' anche della loro. Entra il mio caro amico Beppe, unico ammesso. Pochi frammenti, poi l'abbraccio ai miei e mentre brindiamo, ho già un sacco di cose da fare, mi assicuro.

Sì, quel giorno è importante, eppure quasi vola nella mia memoria, perché inciampo nella sera prima. Dovrei essere a casa a ripassare o a riposare, ma mi fermo fino a tardi nell'aula del municipio dove scorrono i risultati elettorali. Da una parte è febbre giornalistica, sì. Quello è un periodo in cui potrebbe cambiare tutto, con le avvisaglie e poi  la bufera di Tangentopoli, oppure niente.

Ma contano di più le persone degli anni, delle stagioni, delle fragili previsioni. Nelle ore in cui mi laureo, Marco Sartori viene eletto deputato e i suoi occhi brillano di gioia, forse con una scintilla di incredulità. Io ho 23 anni, lui che è come un fratello il mese dopo ne compierà 29. Sembra tutto così strano e travolgente, un nuovo inizio per ciascuno di noi.

Oggi non riesco a non pensare che ho 48 anni, l'età in cui lui ci ha lasciato. Con il tempo che prima l'ha portato via, poi gli ha reso omaggi da galantuomo, lo so: vorrei far credere a me stessa che così procura meno dolore, ma un corno.

Risento la sua voce e un'altra quella sera, che pur direttamente non ho ascoltato. I cellulari sono ancora un miraggio e vengo richiesta in non so quale ufficio del Comune, perché c'è una telefonata dalla redazione, allora guidata dal mio maestro gentiluomo Gianni Fusetti. Mi avvisano che ha chiamato il direttore, Mino Durand, ed è furibondo con me.

Motivo dell'ira: "Ma Marilena dov'è?! In Comune per i risultati elettorali? Disgraziata, mandatela subito a casa che domani mattina presto si laurea!".

Sono cresciuta abbastanza da non lasciarmi afferrare dal magone, bensì dalla gratitudine. Persino dall'orgoglio.

Ho conosciuto persone meravigliose, alcune mi hanno voluto un mondo di bene. Ho vissuto tempi in cui si poteva stare umani. In cui ci si preoccupava degli altri, anche quando si rideva. In cui non c'erano cellulari per raggiungerti in ogni istante, ma si sapeva come farti arrivare il messaggio più importante.

E di quei tempi, sarà rimasto pure qualcosa, lo sento mentre chiudo la mia tesi nel suo cassetto.

Con Marco che ride e parte per Roma, deciso a fare seriamente. Con papà che sopporta che quella disgraziata di sua figlia sia fuori fino a notte fonda invece di ripassare o studiare per il momento per cui ha tanto sudato, il momento che forse lui aspetta più di lei. E con Durand che se non chiudo questo cassetto ora, per precauzione mi sgrida ancora.

giovedì 8 dicembre 2016

In ogni inizio

Su una pagina della Prealpina freno bruscamente l'anima. Prima è per la foto: quella di Mino Durand, mio primo direttore e anima intensa e generosa.

Poi per un articolo, che scrisse lui nel 1967. Io a questo mondo non c'ero ancora o meglio - penso calcolando con un brivido - cominciavo a esserci.

Con lui come direttore ho cominciato a scrivere, 23 anni dopo. E a essere Malu.

Leggerlo per me significa assaporare il linguaggio e l'arguzia che mi affascinavano di lui. Mi sembra di riaverlo vicino. Rivedo, risento il mondo in cui credevamo con tutte le nostre fragilità. La febbre della notizia, che non doveva però strappare la lucidità. Il rispetto, cardine verso i lettori e non solo.

Mi rivedo con lui e altre persone a un evento, subito dopo a mangiare un boccone in pizzeria. E lui a chiedere ciò che gli premeva:

- Un telefono per favore.

Dentro i gettoni e la chiamata a Fausto per farsi leggere ogni titolo, ogni dettaglio della prima pagina.

Lo rivedo. Ci rivedo.

E poi certo anche i momenti di amicizia, con le goliardate e le confessioni solenni. L'unica volta in cui si sono incontrati lui e mio padre, provati nella vita da un dolore simile eppure capaci di combattere come leoni.

La seconda volta in cui mi hanno operata, il giorno dell'intervento era convocata l'assemblea al giornale, l'assemblea che segnava la sua partenza.

C'era un corridoio lunghissimo e gli avevo proibito di venire a trovarmi: troppo faticoso per lui. Era lo stesso motivo per cui avevo implorato a mio padre di non venire, sarei uscita presto. E sapevo quanto gli costasse, sapevo che non mi avrebbe ascoltata.

Papà, testardo coraggioso.

Anche Mino Durand.

Mentre il mondo faceva altro e io fissavo stanca un piatto con un triste certosino, sentii un trambusto e vidi entrare il direttore , al braccio di un giovane collega.

Scoppiai a piangere.

E lui: figlia, mangia.

Tante parole di Durand ho nel cuore, ma queste ultime due mi accompagneranno sempre, con il suo sorriso birbante e generoso. E in ogni lotta, in ogni inizio ci sarà anche lui.

lunedì 11 agosto 2014

Mino Durand, auguri e nient'altro

Il primo sguardo che scrutava e poteva quasi incutere paura a una ragazzina. Le chiamate al mattino presto in redazione, sfuriate solenni e sicure. Ma quelle per incoraggiare, ridere, sondare il benessere con il fidanzato, molte di più.

Ogni agosto, in queste ore, mi viene il magone, pensando alla telefonata che non posso fare più. Cavolate, perché gli auguri arrivano senza problemi in cielo.

Il mio primo direttore. Un padre, presto. Le birbate condivise, tipo portare le birre analcoliche al ristorante, per sicurezza. E quei braccialetti portafortuna che tintinnano: uno, per finire a me.

Ogni agosto ripenso a Mino Durand e credo che sì, anche lui come mamma si stimerebbe tutto all'idea di essere coscritto del Papa. Lui che parlava ai principi e ai portinai, con lo stesso rispetto, sovrano indiscusso tra i camerieri del Palace (e non solo).

Per me era un padre, eppure non ho mai smesso di dargli del lei.

Nonostante tutte le monellerie.

Tipo quella sera che al Palace si accorse che non lo ascoltavo affatto.

- ma che cosa stai guardando?

Io sobbalzo e balbetto,finché lui si gira e scorge quei fustacchioni del basket.

- ma invece di dar retta a me,stai guardando quei giocatori!

- eh sì...

Lui ride,e sta dicendo: brava.

Auguri in cielo, Mino, so che è in corso un brindisi con mio padre. E non riesco a dire nient'altro.