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martedì 7 novembre 2017

Notte e siccome Marco

Ogni anno cerco una foto più bella, ma per egoismo cedo.


Siccome Marco Sartori era più contagioso di generosità, mi tengo stretta questa. Pegno di un compleanno del mio piccolo ormai grande, Lawrence, nato in queste ore in cui Marco se n'è andato. Quante volte l'abbiamo festeggiato insieme, bambino.

Siccome Marco sa unire anche le persone più diverse. Sa convincerti che il tempo è galantuomo, anche quando avresti qualche riserva da opporre. Siccome Marco convinse quasi mia madre a ballare e mi fece viaggiare su un'auto impegnativa targata Varese (e con qualche adesivo, anche più delicato, a Roma).

Siccome questo e molto di più, Marco mi fa pensare a quella notte che  mi sembrava dolorosa, ma tranquilla. 
Poi lui è uscito di scena e ci è entrato ancora di più.

Mari, il tempo è galantuomo.

Siccome Marco ci credeva mentre andava via, ci credo anch'io.

Notte e siccome Marco.

domenica 30 aprile 2017

I volti dentro una laurea

Venticinque anni. Uno sguardo casuale sulla tesi, una domanda che mi piomba addosso e focalizzo la data della mia laurea: aprile 1992. Avevo 23 anni e terminavo un pezzo di vita, mentre già ne avevo aperto altri, un po' forsennatamente insieme.  Sta terminando questo mese, con il suo silenzioso anniversario, e mi fermo a ricordare.

Che strano: rivivo quel giorno, papà e mamma che mi portano a Milano, ma restano fuori a causa della mia agitazione e un po' anche della loro. Entra il mio caro amico Beppe, unico ammesso. Pochi frammenti, poi l'abbraccio ai miei e mentre brindiamo, ho già un sacco di cose da fare, mi assicuro.

Sì, quel giorno è importante, eppure quasi vola nella mia memoria, perché inciampo nella sera prima. Dovrei essere a casa a ripassare o a riposare, ma mi fermo fino a tardi nell'aula del municipio dove scorrono i risultati elettorali. Da una parte è febbre giornalistica, sì. Quello è un periodo in cui potrebbe cambiare tutto, con le avvisaglie e poi  la bufera di Tangentopoli, oppure niente.

Ma contano di più le persone degli anni, delle stagioni, delle fragili previsioni. Nelle ore in cui mi laureo, Marco Sartori viene eletto deputato e i suoi occhi brillano di gioia, forse con una scintilla di incredulità. Io ho 23 anni, lui che è come un fratello il mese dopo ne compierà 29. Sembra tutto così strano e travolgente, un nuovo inizio per ciascuno di noi.

Oggi non riesco a non pensare che ho 48 anni, l'età in cui lui ci ha lasciato. Con il tempo che prima l'ha portato via, poi gli ha reso omaggi da galantuomo, lo so: vorrei far credere a me stessa che così procura meno dolore, ma un corno.

Risento la sua voce e un'altra quella sera, che pur direttamente non ho ascoltato. I cellulari sono ancora un miraggio e vengo richiesta in non so quale ufficio del Comune, perché c'è una telefonata dalla redazione, allora guidata dal mio maestro gentiluomo Gianni Fusetti. Mi avvisano che ha chiamato il direttore, Mino Durand, ed è furibondo con me.

Motivo dell'ira: "Ma Marilena dov'è?! In Comune per i risultati elettorali? Disgraziata, mandatela subito a casa che domani mattina presto si laurea!".

Sono cresciuta abbastanza da non lasciarmi afferrare dal magone, bensì dalla gratitudine. Persino dall'orgoglio.

Ho conosciuto persone meravigliose, alcune mi hanno voluto un mondo di bene. Ho vissuto tempi in cui si poteva stare umani. In cui ci si preoccupava degli altri, anche quando si rideva. In cui non c'erano cellulari per raggiungerti in ogni istante, ma si sapeva come farti arrivare il messaggio più importante.

E di quei tempi, sarà rimasto pure qualcosa, lo sento mentre chiudo la mia tesi nel suo cassetto.

Con Marco che ride e parte per Roma, deciso a fare seriamente. Con papà che sopporta che quella disgraziata di sua figlia sia fuori fino a notte fonda invece di ripassare o studiare per il momento per cui ha tanto sudato, il momento che forse lui aspetta più di lei. E con Durand che se non chiudo questo cassetto ora, per precauzione mi sgrida ancora.

martedì 8 novembre 2016

Mio fratello e il professore in un giorno di novembre

Non pensavo novembre potesse ferirmi ancora così. Mio fratello e il professore si sono incamminati insieme in un giorno di novembre.

Il secondo mi aveva salutato, portandomi altra luce prima del suo viaggio.

Mio fratello no, non ha potuto.

In poche ore ho capito che novembre, capace di portarmi via all'improvviso chi più amavo, non avrebbe poi concesso grazia alcuna. E sotto il peso di quelle ore, li risento con il loro veleno. Ma niente può togliermi il cielo di averli conosciuti e aver camminato con loro oltre ogni giorno, mese e anno della mia vita.

venerdì 7 novembre 2014

Può succedere anche questo

Può succedere anche questo. Che nelle stesse ore si spenga come una fiamma che ha brillato troppo, un vecchio saggio.

E come una fiamma, che ha bruciato intensamente la strada, un fratello.

Tu sai che sono così distanti, ma la ferita è una sola. Ed è tua, ma non soltanto.

Un vecchio saggio, che dà fiducia ai giovani. Le sue ultime parole, in uno scantinato di un pomeriggio dal sapore autunnale: vedi le donne del Vangelo che conversano di fronte a te.

Un fratello, che doveva fare ancora tanto, in un mondo di veleni. Forse troppo, per lui.

Può succedere anche questo. Tre anni consumati, senza che io me ne renda conto. E non mi lascerete mai, come non lascerò voi.

Gianbattista Roggia. Marco Sartori.

Prof. Fratello.

Perché può succedere anche questo: hai voglia di combattere, ancora.

giovedì 23 gennaio 2014

Marco e il tempo galantuomo

Il tempo è galantuomo. Quella frase, la rivedo sulle labbra di Marco Sartori, prima che assumesse suono. L'ultima volta, in un locale caro ai noi bustocchi, per il rito del caffè. Lui pronto a fare, ripartire, nonostante la malattia. 

La risento, invece, al termine della serata di presentazione de "L'importanza di essere secondi" - il libro che ho dedicato anche alla sua memoria - , perché trasformò in domanda l'affermazione di Marco, un amico architetto.

Il tempo è davvero galantuomo? Marco sa che spesso esito e la mia via d'uscita è che non credo nel tempo. In questi giorni ho tra le mani però uno scritto prezioso, che mi conferma la sua visione. Mi ribadisce che il bene seminato da persone come lui non se ne va. Resta, come una luce costante, che non si fa spegnere dal male.

Lo scritto è un bellissimo saggio di Flavio Quaranta, dell'Inail, sulle origini dell'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Un'analisi storica, uno zoom su testimonianze vercellesi. Flavio è una persona che conosco solo dalla morte di Marco, perché mi ha scritto una mail stupenda dopo aver letto gli articoli sulla scomparsa del suo presidente nazionale.

Per me, non è il presidente dell'Inail. E' l'amico, il fratello, il ragazzo di Busto, la sua meritata carriera (e so che non gli piacerebbe vederla chiamata così) solo sullo sfondo.

Marco guardava le persone, negli occhi e nel cuore. Flavio non si dimenticherà mai la lettera che ricevette da lui, dopo l'invio di alcuni studi storici. Non due righe di circostanza - che pur avrebbero fatto notizia, in un mondo in cui rispondere è atto non così scontato - ma un messaggio spontaneo e accurato nello stesso tempo. Un appello, in un certo senso. "E' importante - gli scrisse Marco - per tutto l'istituto che la memoria delle nostre origini non vada mai persa e sia patrimonio condiviso di coloro che, con passione e costanza, lavorano a favore di un sistema sociale intimamente legato alla storia imprenditoriale del nostro Paese".

E' solo la parte centrale della mail mandata da Marco. 

No, Flavio non scorderà mai questo ex ragazzo, che sapeva ridere e agire seriamente. Nemmeno noi, perché il tempo è galantuomo.

http://www.nomosedizioni.it/catalogo.php?b=12NMS412