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domenica 2 dicembre 2018

L'amicizia al tempo delle sigarette nei giornali

Le foto e le riflessioni di alcuni colleghi cari in occasione di un compleanno importante, sono una scintilla per i ricordi. Quelli che non si possono scrivere nelle cronache, non fanno rumore, ma nei cassetti sì.

Mi fa piacere aver percorso un piccolo pezzo di strada assieme alla Prealpina, che ora celebra i suoi 130 anni. Le faccio tanti, tantissimi auguri. 

Io ne ho solo quindici condivisi nella redazione dove sono cresciuta, dove ho imparato a fare i primi passi, i primi sbagli, i primi progressi. Anzi, dove sono entrata per la prima volta a diciotto anni, tutta fiera con altre compagne per portare una notizia bomba: il primo sciopero nella mia scuola.

Due anni dopo tornai da Gianni Fusetti, il mio primo caporedattore, e continuo a pensare alla fortuna di aver avuto lui, un signore del giornalismo, una guida come Mino Durand nelle vesti di direttore e altri colleghi preziosi. 

Questa sera tuttavia, chissà perché mi vengono in mente le sigarette di Antonio Porro. Antonio fu il mio capo per pochi anni, ma fondamentali per cercare di essere una cronista testarda e sincera. Cercare, perché non ci arrivi mai. Sentivo la pressione con lui, che sapeva tirar fuori qualsiasi notizia. Ma avvertivo anche che Antonio una soluzione, un'idea, le aveva sempre. Brusco quanto basta per poter trasmettere il suo affetto, arrivava nel pomeriggio carico di sigarette e pronto a trangugiare caffè doppi. Allora convivevano computer e macchine da scrivere, e lui usava queste ultime con un dito solo. La sera, rileggeva ogni riga in pagina con una lente di ingrandimento e non usciva un refuso. Restava lì fino a notte ed era un mistero (poi risolto, ma che terrò nel riserbo) su come giungesse lì e come ripartisse visto che non guidava.

Allora non c'erano cellulari; se la sera accadeva una notizia di nera a dieci chilometri, ma nella tua zona comunque, e avevi un'ora per chiudere il giornale, eri ragionevolmente spacciato a meno che non avessi lui, Antonio, che con naturalezza ti aiutava a scrivere trenta righe. 

C'erano due aspetti chiave nelle redazioni allora. Primo, si fumava tantissimo. Secondo, in qualche modo, tra mille differenze, c'era una strana forma di amicizia. Non poteva accadere che qualcuno avesse dei problemi e non venisse in qualche modo soccorso, pur di soppiatto.

Un giorno, nella nostra redazione trasferirono un collega, che aveva dovuto affrontare una lunga terapia per la sua malattia. Dopo una settimana, osò chiedere timidamente ad Antonio con il quale condivideva l'ufficio: scusa, potresti fumare un po' meno?

Antonio scosse il capo: non avrebbe fumato un po' meno, avrebbe semplicemente smesso di fumare.

Naturalmente non lo prendemmo sul serio, ma fu proprio ciò che accadde. 

Da tre pacchetti al giorno a zero. 

Qualche perfido raccontò che nella notte, passando fuori dalla redazione deserta, vedeva una lucina rossa nel buio, come di una sigaretta, sul balcone. Ma anche se fosse, ciò non toglie nulla al prodigio che fu il suo gesto.Oggi mi viene in mente questo episodio, e tanti altri, piccoli e veri. 

L'amicizia al tempo delle sigarette. E persone che non si possono dimenticare, con gli anni che scorrono  e le sembrano portare ancora più vicino.







domenica 5 agosto 2018

Notte e un cuore sincero

Il 5 agosto è una data che sa segnare, anche oltre il dolore. Dieci anni fa moriva Rossella, che nella mia vita avevo incontrato, in quanto amica carissima di mia cugina. Pochi mesi dopo, dovendo dire addio a mio padre, capivo, sentivo più profondamente quella sofferenza e ritrovavo un filo importante per la mia esistenza.

Eppure quella data doveva dirmi altro ancora. Due anni dopo, se ne andava Roberto Ferrario. Per me, l'editore del mio primo giornale, la Prealpina, quello dove ho trascorso quindici anni.

Adesso, sulla scia dei messaggi che ho letto, mi vengono in mente due momenti. Come gemme, incastonate in un riquadro di vita.

La prima, fu tanti, tantissimi anni fa. Quando organizzai un forum sull'inquinamento nella mia zona, con diversi interlocutori. Vi portai un registratore obsoleto, con cui ascoltavo la mia musica e avevo immagazzinato pure interminabili puntate di una radio, poco tempo prima, per la mia tesi.

Lui lo guardò appena, ma si tuffò nel forum, come tutti noi. E fummo felici del fatto che realtà così diverse, anche in apparente contrasto, avessero partecipato. Era un piccolo contributo alla ricerca della verità, che dovrebbe essere il fulcro di ogni nostro passo.

Pochi giorni dopo, mi arrivò un pacchetto: era un registratore, più maneggevole e moderno. Neanche bisogno di tante parole, perché nella mia città non si usa spargere fiato: bastano i fatti.

Anni dopo, me ne andai per cercare altre direzioni della mia strada.


Quando presi la decisione, presi anche 24 ore di tempo in più, perché me lo chiese lui e io gli ero affezionata. Non era facile, neanche per me.

Finché se ne andò papà e io scelsi diversi modi di sopravvivere, tra cui concludere il libro che lui aveva iniziato. Ne mandai una copia al dottor Roberto, come lo chiamavamo, perché lo sentivo come un atto giusto, di gratitudine.

Pochi giorni dopo, mi chiamò un mio collega: Mari, hai visto la Prealpina?

- Non ancora.

- Guardala, parlano del tuo libro.

Aveva un tono strano, anzi stranito. Non sapevo cosa aspettarmi, ma corsi a prenderla e basta. Vidi che aveva scritto un bellissimo articolo il direttore Giancarlo Angeleri.

E che in prima pagina c'era la foto del mio nonno, sulla soglia del suo negozio.

Io non so chi possa compiere un gesto così. Se non un cuore sincero, capace di piccoli e grandi atti, che non fanno rumore. Finché tu dici: grazie. E non sai cos'altro aggiungere. Ma ti trovi a ripeterlo, con voce sempre più nitida.

Notte e un cuore sincero.

lunedì 11 agosto 2014

Mino Durand, auguri e nient'altro

Il primo sguardo che scrutava e poteva quasi incutere paura a una ragazzina. Le chiamate al mattino presto in redazione, sfuriate solenni e sicure. Ma quelle per incoraggiare, ridere, sondare il benessere con il fidanzato, molte di più.

Ogni agosto, in queste ore, mi viene il magone, pensando alla telefonata che non posso fare più. Cavolate, perché gli auguri arrivano senza problemi in cielo.

Il mio primo direttore. Un padre, presto. Le birbate condivise, tipo portare le birre analcoliche al ristorante, per sicurezza. E quei braccialetti portafortuna che tintinnano: uno, per finire a me.

Ogni agosto ripenso a Mino Durand e credo che sì, anche lui come mamma si stimerebbe tutto all'idea di essere coscritto del Papa. Lui che parlava ai principi e ai portinai, con lo stesso rispetto, sovrano indiscusso tra i camerieri del Palace (e non solo).

Per me era un padre, eppure non ho mai smesso di dargli del lei.

Nonostante tutte le monellerie.

Tipo quella sera che al Palace si accorse che non lo ascoltavo affatto.

- ma che cosa stai guardando?

Io sobbalzo e balbetto,finché lui si gira e scorge quei fustacchioni del basket.

- ma invece di dar retta a me,stai guardando quei giocatori!

- eh sì...

Lui ride,e sta dicendo: brava.

Auguri in cielo, Mino, so che è in corso un brindisi con mio padre. E non riesco a dire nient'altro.