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mercoledì 27 novembre 2019

Il Tigrottino per mano: adesso sei forte, corri

Più di due anni per agguantare mezzo secolo. Quello di un giornale che ha accompagnato i tifosi allo stadio Speroni e del Pro Patria Club.

Il Tigrottino...

L'ho sempre tenuto tra le mani, da tifosa. Poi la Pro Patria è diventata un lavoro, anche: dove mantenere la freddezza, il distacco, era la vera sfida, roba che nessuna remuntada sembrava possibile, eri già battuto in partenza nel frenare la tensione. Alla mia professione in tutti questi (trenta) anni ho affiancato anche la gioia di scrivere su questi fogli preziosi.

Mi ricordo quando ho scritto la prima volta qui, l'emozione,grazie a Luca Cirigliano, mio fratello anche di calcio, e alla squadra che si è creata. Quando con lui, Flavio Vergani e tutti i ragazzi abbiamo anche fatto nascere un libro dal nulla in pochi giorni, per la promozione!

Due anni e mezzo fa, mi hanno chiesto di prendere per mano questo giornale. Ho accettato di fare il direttore, pur conscia delle incombenze professionali che esigevano sempre più tempo ed energie. Ero nel mezzo di una rivoluzione di vita, che mi ha chiesto tanto e tanto mi ha dato.

 Il Tigrottino era un hobby, una passione e le passioni si trattano bene. Io non sono del club, sono un'anarchica per tutto e in tutto, ma la parola riconoscenza hanno cercato di insegnarmela a casa. 
Per questo motivo ho detto: 

Tigrottino, ti conduco ai tuoi primi cinquant'anni costi quel che costi. 

Anche se capiti nel fine settimana fitto di impegni professionali, anche se sono via per un lavoro in un albergo e devo dedicarti le ore della notte prima di ripartire. Anche se la famiglia brontola: ci siamo anche noi.

Ma non importa.Ti ho preso per mano e anche tu hai preso me con garbo insegnandomi molto: mi hai mostrato più di tante palestre la natura umana, lo spirito di squadra, le difficoltà, le gioie e le delusioni. Come uno specchio che restituiva, moltiplicandolo, le emozioni della mia Pro.

Abbiamo camminato insieme, e accanto a noi c'erano tante persone. Alcune, non ci sono più, come Giovanni Garavaglia, l'ultimo suo messaggio letto e riletto su un treno durante una trasferta di lavoro: non lo dimenticherò mai.

Sono grata al presidente Roberto Centenaro, che ha dato sempre massimo supporto. Al suo successore Giovanni Pellegatta. A chi nel club è stato sempre dalla nostra parte e devo fare una citazione speciale per Gianni Rigon e per Giannino Gallazzi.

E alla squadra. A tutta la squadra. Non cito nessuno, perché non voglio tralasciare un solo nome: io parto da quel 2013, quando un gruppo di giovani si cimentò in questa nuova avventura: prendere un giornale storico e metterci tutto il nostro entusiasmo. E ciascuno di loro per me è stato importante a modo suo.

Adesso, io devo proprio andare per la mia strada, perché ho nuovi impegni che si stanno affacciando e non posso più tralasciare i miei progetti. In questa riorganizzazione, ho scelto di dire addio anche alla direzione del Tigrottino. E ho lavorato il più possibile perché potesse essere affidato a un giovane. Ed eccone uno che  un giorno spero faccia il mio mestiere, Alessandro Bianchi, come Sveva Vergani.

Devo prendere la mia strada con determinazione e lo faccio, felice di essere riuscita a giungere a questo traguardo con il Tigrottino, navigando su mari anche mossi ma sempre con dedizione e fiducia. Settimana scorsa, al museo della Pro Patria, ho visto un nostro numero con una copertina magica davanti alla Coppa e ho avvertito i brividi. Come quelli "di storia" nella copertina che in questi anni mi è stata più cara, quella della partita sotto la neve con la Carrarese. Ed ecco la copertina di settimana scorsa... L'ultima, be', riguarderà il derby con il Novara: ci vogliono i fuochi di artificio per  un passo importante. Sono sicura che il grande Daniele De Grandis - amico prezioso del giornale - è d’accordo.

Al cinquantesimo anno sei arrivato, Tigrottino, e puoi continuare la tua strada. Sei forte, corri!

Io proseguo la mia anche allo stadio Speroni, con Varesenoi, i miei colleghi con cui 14 anni fa ho deciso di lasciare una via sicura per dipingere un sogno.

Che sia giornalismo o Pro Patria e persino altro, a me sognare piace ancora moltissimo.







domenica 7 aprile 2019

Trent’anni volano in una pagina. La vita è design

Trent'anni fa, da studentessa universitaria di Filosofia fissata sul giornalismo, varcai la soglia di una redazione a Milano.

La chiamata era arrivata a noi delle Comunicazioni sociali, ma rispondemmo la mia amica Sara e io.

Lo ricordo bene, quell'anno, propedeutico al quotidiano. Mi fa pensare ancora alla fortuna del principiante, a quel cosmo che tifa per te, deciso a sospingerti verso i tuoi sogni, come assicura Coelho.

Dovevo raccontare bagni e cucine da sogno, ma rileggendo il mio primo attacco, ci scorgo tutta la testardaggine della futura cronista. Ho trascorso un anno proprio delizioso. Con persone che mi insegnavano ma mi ascoltavano. La cortesia e il rispetto erano di casa, da Alberto Greco Editore. E quando passava lui, l'editore, era ancora più gentile. A lui e a tutto il suo staff sono così grata.

Mi convinsi che il mondo fosse così. Entrai nel quotidiano e mi ricordo che al mio primo stipendio da collaboratrice fui disorientata. Ma andai avanti. Trovai capi che erano signori, altri un po' meno.

Ma soprattutto trovai me stessa. Da quindici anni sono passata dalla cronaca all'economia, studiando con la passione di una filosofa. E mi sono ritrovata lì, sul sentiero del design. Ho conosciuto personaggi strepitosi, maestri riconosciuti  in tutto il mondo e altri che il mondo non conoscerà mai.

Trent'anni volano in una pagina. E oggi, alla soglia di un nuovo Salone del mobile, penso che la vita sia design, nel senso più profondo del termine: qualcuno la Progetta e tu puoi realizzarla, se vuoi.


domenica 2 dicembre 2018

L'amicizia al tempo delle sigarette nei giornali

Le foto e le riflessioni di alcuni colleghi cari in occasione di un compleanno importante, sono una scintilla per i ricordi. Quelli che non si possono scrivere nelle cronache, non fanno rumore, ma nei cassetti sì.

Mi fa piacere aver percorso un piccolo pezzo di strada assieme alla Prealpina, che ora celebra i suoi 130 anni. Le faccio tanti, tantissimi auguri. 

Io ne ho solo quindici condivisi nella redazione dove sono cresciuta, dove ho imparato a fare i primi passi, i primi sbagli, i primi progressi. Anzi, dove sono entrata per la prima volta a diciotto anni, tutta fiera con altre compagne per portare una notizia bomba: il primo sciopero nella mia scuola.

Due anni dopo tornai da Gianni Fusetti, il mio primo caporedattore, e continuo a pensare alla fortuna di aver avuto lui, un signore del giornalismo, una guida come Mino Durand nelle vesti di direttore e altri colleghi preziosi. 

Questa sera tuttavia, chissà perché mi vengono in mente le sigarette di Antonio Porro. Antonio fu il mio capo per pochi anni, ma fondamentali per cercare di essere una cronista testarda e sincera. Cercare, perché non ci arrivi mai. Sentivo la pressione con lui, che sapeva tirar fuori qualsiasi notizia. Ma avvertivo anche che Antonio una soluzione, un'idea, le aveva sempre. Brusco quanto basta per poter trasmettere il suo affetto, arrivava nel pomeriggio carico di sigarette e pronto a trangugiare caffè doppi. Allora convivevano computer e macchine da scrivere, e lui usava queste ultime con un dito solo. La sera, rileggeva ogni riga in pagina con una lente di ingrandimento e non usciva un refuso. Restava lì fino a notte ed era un mistero (poi risolto, ma che terrò nel riserbo) su come giungesse lì e come ripartisse visto che non guidava.

Allora non c'erano cellulari; se la sera accadeva una notizia di nera a dieci chilometri, ma nella tua zona comunque, e avevi un'ora per chiudere il giornale, eri ragionevolmente spacciato a meno che non avessi lui, Antonio, che con naturalezza ti aiutava a scrivere trenta righe. 

C'erano due aspetti chiave nelle redazioni allora. Primo, si fumava tantissimo. Secondo, in qualche modo, tra mille differenze, c'era una strana forma di amicizia. Non poteva accadere che qualcuno avesse dei problemi e non venisse in qualche modo soccorso, pur di soppiatto.

Un giorno, nella nostra redazione trasferirono un collega, che aveva dovuto affrontare una lunga terapia per la sua malattia. Dopo una settimana, osò chiedere timidamente ad Antonio con il quale condivideva l'ufficio: scusa, potresti fumare un po' meno?

Antonio scosse il capo: non avrebbe fumato un po' meno, avrebbe semplicemente smesso di fumare.

Naturalmente non lo prendemmo sul serio, ma fu proprio ciò che accadde. 

Da tre pacchetti al giorno a zero. 

Qualche perfido raccontò che nella notte, passando fuori dalla redazione deserta, vedeva una lucina rossa nel buio, come di una sigaretta, sul balcone. Ma anche se fosse, ciò non toglie nulla al prodigio che fu il suo gesto.Oggi mi viene in mente questo episodio, e tanti altri, piccoli e veri. 

L'amicizia al tempo delle sigarette. E persone che non si possono dimenticare, con gli anni che scorrono  e le sembrano portare ancora più vicino.







giovedì 5 aprile 2018

Notte e quella volta che forse i reduci (raccontami ancora maestro)

Uno dei miei maestri sta porgendo con delicatezza perle sui social network. Roba che se ci fossero altri Facebook, mi iscriverei subito.

Corro indietro, per una manciata di attimi, al mio maestro Antonio. Che se ho imparato, nonostante me stessa, a imbastire qualcosa di cronaca, è grazie a lui.

Ma ammetto che mi piacevano di più gli aneddoti, quelli così reali da essere impossibili, degli anni settanta-ottanta.

- Quando stavo uscendo una sera e il centralinista mi disse: aspetti, ci sono i combattenti e reduci che vogliono parlare con la redazione.

Il giovane cronista, tutto il giorno impegnato a correre nell'era (Dio la benedica, un po') senza cellulari, e deve raccogliere l'avviso della riunione dei reduci? Forse per stanchezza, si rassegna a rispondere, con la penna svogliatamente impugnata per prendere nota.

- Siamo l'armata x dei combattenti… ecc.

Porca miseria, questa è la rivendicazione di un gruppo terroristico. Io lo vedo, Antonio, mentre si accende nervosamente la sigaretta e riparte.

Notte e quella volta che forse i reduci (raccontami ancora maestro)

venerdì 12 gennaio 2018

Notte e la storia più bella (devi raccontare)

Arriva trafelata, non raccolta nemmeno come avresti desiderato. Portata via frammento dopo frammento, come per preservarne l'interezza.

E' la storia più bella, più bella - ti dici - che hai ascoltato e che porgi agli altri negli ultimi anni. Sa di lotta, lotta dura e non gridata. Di speranza, non sbattuta in faccia. Di esempio, non esibito.

Sa di mare e di terra, mischiati nelle lacrime. Sa di futuro. Di identità spezzata e ricomposta.

Non sai nemmeno come farai a raccontarla, davvero. Ma lo sai: questa è la storia più bella che da tempo   tu avessi ascoltato e devi raccontarla.

Notte e la storia più bella (devi raccontare)

domenica 3 dicembre 2017

C'è sempre un signore

Apro un libro speciale a cura di Giuseppe Gabri: i 20 anni di "In tra da nögn". Lo so, che se ci finisco dentro, in quegli anni, non ne esco più.

Vedo persone a me care celebrate come giovani colleghi. Scorgo storie così vicine a me che non so se sorridere o commuovermi. Facciamo entrambe le cose, dai.

Poi inciampo in una serata in cui ho parlato persino io. Ed erano tempi in cui detestavo parlare. Ma c'era da raccontare lui. Non solo il mio primo capo. Quello per cui ho iniziato, e il cui stile di giornalista ho capito meglio di anno in anno: perché già stava rischiando di scomparire, divorato da fretta e volgarità.

 Sì, gli ho voluto un mondo di bene.

E sì, l'ho sempre chiamato signor Fusetti. In barba al vezzo giornalistico di darsi del tu, per una presunta democrazia. 

sì, io stavo bene alla rivista dove scrivevo mentre studiavo. E sì mio padre mi suggerì: manda una lettera al signor Fusetti. 

Fu quotidiano. Con tutte le conseguenze del caso. Ma spesso ripenso allo stile preciso e garbato del signor Fusetti e delle altre persone spettacolari che ho incontrato e letto in quegli anni di Prealpina, ai tempi di Mino Durand. Uno per cui in questo periodo ringrazio pure Facebook, perché ne leggo ricordi intrecciati a canzoni: Maniglio Botti.

E medito: non importa quanto volgarmente urli il mondo, c'è sempre un signore nella tua vita dal quale puoi imparare tanto. Persino più di uno.

martedì 13 giugno 2017

Notte e se si è felici

C'è voluto un po', mi è occorso arrivare fino a questa serata con Veltroni per condurci al film "Indizi di felicità".

C'è voluto un po' perché io capissi cos'era ciò che scorreva nella storia che mi raccontava Angelo un giorno di tante settimane fa. Un fiume in piena, irresistibile, quasi in contrasto con la tranquillità del lago a pochi metri da me. Avevano salvato e rimesso in piedi la loro vecchia azienda, ora tenevano le redini della rinascita nelle loro mani.

La felicità. Quella per cui  non hai qualcosa, ma hai, meglio sei tutto. E non lo sei da solo. Che sei stanco, ma non svuotato, che non stai in piedi ma stai già volando.

Così stasera mentre mi allontano, accarezzando con un sorriso anche quel giorno caldissimo di 22 anni fa, quando Veltroni e io ci trovammo compagni d'esame di giornalismo a Roma, penso a quanto fossi felice a mia volta quel luglio. Perché ero arrivata a un traguardo, da dove ripartire.

Se si è felici, bisogna correre a raccontarlo a qualcuno. O forse correre ancora, e basta.

Notte e se si è felici.

giovedì 8 dicembre 2016

In ogni inizio

Su una pagina della Prealpina freno bruscamente l'anima. Prima è per la foto: quella di Mino Durand, mio primo direttore e anima intensa e generosa.

Poi per un articolo, che scrisse lui nel 1967. Io a questo mondo non c'ero ancora o meglio - penso calcolando con un brivido - cominciavo a esserci.

Con lui come direttore ho cominciato a scrivere, 23 anni dopo. E a essere Malu.

Leggerlo per me significa assaporare il linguaggio e l'arguzia che mi affascinavano di lui. Mi sembra di riaverlo vicino. Rivedo, risento il mondo in cui credevamo con tutte le nostre fragilità. La febbre della notizia, che non doveva però strappare la lucidità. Il rispetto, cardine verso i lettori e non solo.

Mi rivedo con lui e altre persone a un evento, subito dopo a mangiare un boccone in pizzeria. E lui a chiedere ciò che gli premeva:

- Un telefono per favore.

Dentro i gettoni e la chiamata a Fausto per farsi leggere ogni titolo, ogni dettaglio della prima pagina.

Lo rivedo. Ci rivedo.

E poi certo anche i momenti di amicizia, con le goliardate e le confessioni solenni. L'unica volta in cui si sono incontrati lui e mio padre, provati nella vita da un dolore simile eppure capaci di combattere come leoni.

La seconda volta in cui mi hanno operata, il giorno dell'intervento era convocata l'assemblea al giornale, l'assemblea che segnava la sua partenza.

C'era un corridoio lunghissimo e gli avevo proibito di venire a trovarmi: troppo faticoso per lui. Era lo stesso motivo per cui avevo implorato a mio padre di non venire, sarei uscita presto. E sapevo quanto gli costasse, sapevo che non mi avrebbe ascoltata.

Papà, testardo coraggioso.

Anche Mino Durand.

Mentre il mondo faceva altro e io fissavo stanca un piatto con un triste certosino, sentii un trambusto e vidi entrare il direttore , al braccio di un giovane collega.

Scoppiai a piangere.

E lui: figlia, mangia.

Tante parole di Durand ho nel cuore, ma queste ultime due mi accompagneranno sempre, con il suo sorriso birbante e generoso. E in ogni lotta, in ogni inizio ci sarà anche lui.

giovedì 21 aprile 2016

Il giornalismo è sempre un'altra cosa

Commentiamo, pontifichiamo, prendiamo le distanze, perché siamo immersi in qualcosa che ci chiede di ricordarci perché follemente abbiamo iniziato.

Il giornalismo, è sempre un'altra cosa. Lo gridiamo al mondo, per non metterci a cambiare. O a ritornare a quelle radici.

venerdì 5 febbraio 2016

Franca Leosini come Colombo

Franca, non ti condona nulla. Franca, non dimentica che sei un essere umano, neanche nel momento in cui si specchiano nelle parole i tuoi delitti più terrificanti. In cui potresti provare disgusto.

Mi perdoni se sono un po' dissacrante. Ma Franca Leosini non mi ricorda solo che si può essere giornalisti anche oggi: precisi e poetici, per una strana alchimia, senza risparmiare nulla e senza infierire.

Lei mi rammenta - spostandomi in un universo di immaginazione - il tenente Colombo. Lui afferrava colui che riteneva l'assassino, lo seguiva con una insistenza, uno stalking impastato di una bizzarra umanità. E anche nel momento in cui lo incastrava, sapeva trattarlo da essere umano.

Un libro o un taccuino.

Mai una pietra in mano. Forse, bisogna essere troppo forti per riuscirvi.

giovedì 4 febbraio 2016

La macchina da scrivere

L'esame di giornalismo, questo non l'avevo mai sognato. Al massimo una volta la maturità.

Ma questo sogno è spettacolare perché vengo inchiodata a un test preliminare, durissimo. Bisogna superare l'abilitazione all'uso della macchina da scrivere. E' talmente fuori dal tempo, l'operazione, che non ci sono neanche fogli, e mi tocca infilare dentro un pezzetto di carta recuperato chissà dove, persino un po' spiegazzato.

Il commissario guarda con benevolenza: forse la missione impossibile iniziava da qui. Poi, il suo sguardo non mi sembra più amico e cerco di farmi forza. Finché penso: cribbio se fallisco l'abilitazione alla macchina da scrivere, io figlia di campionessa dattilografa, mia madre non mi parlerà più. Mi aggrappo a quei tasti consumati per tanti anni, ma ora dimenticati.

Siamo solo la macchina da scrivere e io.  Abbiamo chiuso fuori il mondo. O forse è il contrario?

lunedì 30 novembre 2015

Il mio capo e la laurea

Sono volati 25 anni, anche se non posso nasconderne il peso. Entro nella prima redazione della mia vita, con una lettera incerta e un'esperienza milanese che poco si sposa con il quotidiano.

Incontro il mio primo capo. Una persona scrupolosa, innamorata della storia, della famiglia, persino di questa folle umanità. Non conosco, non abbastanza, le sue ferite: sono troppo giovane e irresponsabile. Lo seguo, scalpito, lo capisco a poco a poco e mai abbastanza.

Non riesco ad acquisire la scorza che lui auspicava, non so se davvero.

Poi va in pensione e il mondo professionale è così diverso, senza di lui. Rare le luci. Un giorno,  mi chiama e mi chiede di leggere un suo manoscritto. Dattiloscritto. Mi stupisce, mi sconvolge che lo chieda alla sua alunna. Forse, solo in quel momento sento Firenze sotto la mia pelle, ma non so se gliel'ho trasmesso abbastanza.

È ancora vicino, lo vedo, ci parliamo, prima di una nuova sofferenza, il Parkinson bastardo. Lo scorgo spesso mentre spinge la carrozzina con la nipotina.

Dopo tanti anni, che sono così pochi, apprendo che la nipote si sta laureando. Con una tesi sul bastardo Parkinson.

Il signor Gianni (non riuscirò mai a chiamarlo in modo differente da quel primo giorno)  è andato avanti, come dicono gli alpini, ma io lo vedo sempre. Nelle sue delicate liriche, nel tracciare una notizia senza schiavitù, nel non alzare la voce se non per l'ultima vigliaccata subìta dalla nostra Pro Patria, nello scrupolo che riguarda la stesura di un'apertura di giornale o di una breve.

Il mio capo e la laurea di una piccola ormai adulta. Che sa che il Parkinson, come la falsità, non potrà mai vincere davvero.

Brava Maddalena.

sabato 6 giugno 2015

Notte e il bello è ascoltare

Mi piace ascoltare. Starei ore ad ascoltare la gente che parla.

Paolo Di Stefano scrive queste parole e che sono sincere si sente, fino in fondo. Dalle pagine del suo libro, da come si rivolge alle persone. Da come ascolta ognuno.

Felice oggi di introdurre il suo libro - Ogni altra vita - non solo perché ho vissuto una lettura preziosa, ho attraversato terre e oceani, mi sono ritrovata a casa e forestiera.

Ma perché ascoltandolo, ho imparato altro ancora. Di nuovo, di ritrovato, di assopito. Non è difficile capire perché stiamo sbagliando, se abbiamo la forza - diciamoci anche il tempo, così stiamo più tranquilli - di guardarci dentro.

Non ascoltiamo più. Non coltiviamo questo piacere. Con la verità di turno in tasca, nostra o altrui, andiamo stancamente verso il baratro.

E invece, il bello è altro.

Notte e il bello è ascoltare.

Grazie, Paolo.

martedì 2 dicembre 2014

Notte e sono curiosa

Un signore tranquillo, che non ama i riflettori. Prima di entrare nel suo magico mondo, che ha profumi dolcemente antichi, gli chiedo, gli chiedo.

Come quando ascoltavo fiabe, e non quando sento cavolate, ho sempre domande da rivolgere.

Finché lui sbotta, sorridendo: signora, ma come è curiosa.

Sono una signora curiosa, mi piace questa immagine e non depongo la penna. Con una domanda per sapere, mai per esibire, mi sento felice.

Notte e sono curiosa.

giovedì 13 novembre 2014

Futura giornalista

Mi piace che una ragazza scriva sul suo profilo: futura giornalista. Anche se probabilmente lo è già.

Ma quella fame è ciò che la fa essere davvero: persona, viandante, esploratrice. Giornalista.

Coraggio, ragazza: il futuro è già con te. Anzi il coraggio, lo dai tu a noi.

giovedì 25 settembre 2014

La notizia e chi sbrana chi

Mi devo essere distratta o sono terribilmente vecchia. La solfa antica: notizia non è un cane che morde un uomo, ma un uomo che morde un cane.

Così pensavo che notizia fosse che un uomo potesse sbranare una tigre o quest'ultima invece di nuocergli, lo abbracciasse e trattasse da cucciolo.

Dalla raffica delle foto, scopro che mi devo essere distratta o devo essere terribilmente vecchia.

Perché si possono mettere in esposizione gli ultimi istanti di vita di un ragazzo, senza remore. E spacciandoli per notizia.

mercoledì 18 giugno 2014

Notte con gli ultimi dubbi

Un corso è un modo per tenersi vivi e svegli su ciò che fai, ma anche sulla vita. Specialmente confrontandosi con altre persone.

In questi casi, colleghi. Così mi porto gli ultimi dubbi. Siamo tutti dichiaratamente nauseati, tristi, indignati per la piega che ha preso la cronaca, in questi giorni più che mai. Distinguiamo un confine superato, e non solo su carte e codici.

È un confine di rispetto e sensibilità, parole che da qualche parte devono ancora avere significato.

Così mi chiedo: ma se siamo tutti d'accordo, perché sta accadendo ciò? È la solita storia del primo che poi trascina tutti gli altri, in una gara del peggio. O il nostro mestiere, la nostra epoca, hanno raggiunto un livello di morbosità ormai autodistruttivo, oltre che distruttivo?

Non lo so. So solo che questa è una notte con molti dubbi e vorrei che questi non fossero i primi domani.