Post in evidenza

SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

Visualizzazione post con etichetta papà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta papà. Mostra tutti i post

martedì 26 aprile 2022

Nessuno si accorgerà, 99 di te


Nessuno si accorgerà che siamo io e te. Tutto attorno ci dovrà anche essere una festa, ma noi ci stiamo ascoltando. I nostri sguardi, che non si incrociano più, chissà come fanno a parlare ancora: se non ne sentissi il rumore, non ci crederei.

Novantanove anni fa, tutti a lamentarsi del tempo che fa le bizze, ma tu eri già nato nella tempesta e per quanto fosse impetuosa, era solo all'inizio. L'hai cavalcata, per arrivare fino a me. Per un po', ho fatto ciò che volevi tu, poi rigorosamente il contrario: mi sono resa conto tardi che così ti assomigliavo, ma tu l'avevi compreso già, forse con un brivido di timore  Dove ci indicavano un limite, noi subito studiavamo come andare oltre, a costo di farci male.

Ma non dirmi che vuoi andare allo stadio

No, il concerto rock in Svizzera no

Mica vorrai davvero fare la giornalista

Ma non puoi andare a Marsiglia da sola!

Più me lo dicevi e partivo in quarta, allora hai optato per un silenzio prudente. Nessuno si accorgerà che siamo proprio simili. Che tu hai confezionato due o tre definizioni di me, capaci di catturarmi e liberarmi alla perfezione.

Sono proprio quella cosa lì.

Per me, tu sei semplicemente il mio papà. Quello che ha lottato tanto per arrivare a me e anche quando affermava di essere fragile, mi proteggeva con lo sguardo. Senti, senti che rumore che fa: adesso ne ho bisogno più che mai perché c'è un fracasso di odio e non senso, che neanche la mia musica urlante riesce a coprire.

Buon compleanno, papà. Novantanove di te.

lunedì 27 aprile 2020

Cos'è l'oro


Sono rimasta quella creatura lì, solo che la torta devo tagliarla io. Credevo di aver osservato con sufficiente cura come procedere, ma devo essere stata sbadata una volta di troppo.

Forse perché si stava troppo bene lì, tra le tue braccia, papà. Anche quando si era distanti, anche quando lo si è, come ora.

Questo è il primo compleanno di questi dodici celebrati non abbastanza vicini, in cui non sono potuta venire a trovarti al cimitero. Non posso negare che mi sia sentita anche incavolata, che lo si sia ancora, come probabilmente saresti stato tu, perché un assembramento al camposanto non mi è mai pervenuto. Nemmeno il 2 novembre, perché in quei giorni non mi faccio vedere proprio a causa della folla.

Per me, il cimitero è pellegrinaggio in solitudine.

Mi viene in mente quando tu avevi il permesso speciale per entrare in auto, due giorni la settimana. Ingresso contingentato, guarda com'eravamo avanti. Eppure avevi un pudore tuo nell'usarlo, quel permesso. Quando lo facevi, parcheggiavi nello slargo sotto il colombario dei nonni. Non potevi procedere oltre, io salivo le scale e tu restavi lì a pregare.

Poi quel pudore è cresciuto. Ti portavo io e posteggiavo addirittura fuori dal cimitero, dovevo entrare io a salutare i nostri cari. Una volta mi sono soffermata un po' troppo, era primavera forse come adesso. Quando rientrai all'auto, tu avevi la testa appoggiata al finestrino, gli occhi chiusi e mi spaventai moltissimo. Tu allora apristi subito gli occhi: era uno scherzo dei nostri sciagurati, ma mica era finita lì, fieramente hai aggiunto.

- Stavo chiamando i vigili, perché avevi abbandonato un povero anziano sull'auto.


E chi era, quel povero anziano?

Oggi volevo venire al cimitero, costasse quel che costasse, e salutarti come facevi tu quando non potevi entrare: restare fuori, con una preghiera. Poi ho optato per andare nella chiesa che lentamente è diventata la nostra: è pure a soli 200 metri. Ho pensato che fosse più dolce farlo lì, dove ti ho detto anche addio.

Quando vengo dove riposi - mi viene da dire fingi di riposare, poiché sei un birbante - io compio tutti i riti che mi hai affidato, consapevolmente o no. Non solo la visita ai nonni, ma da ogni componente della famiglia, ogni amico. Mi mancano tutti ugualmente, dopo questi due mesi, però devo dire che una coppia speciale sono i prozii, quelli che ci affidò il nonno Giannino. Paolo ed Enrico morti giovanissimi, sepolti l'uno accanto all'altro, quando li lascio con una carezza, mi sembra che mi seguano dolcemente, come due guardie del corpo. E poi, loro sono vicini alla piccola Chiara e al campo degli angeli volati via subito.

Però lo so che stai borbottando. È il mio compleanno e guarda che discorsi tristi fai. Vivi! Non lo ha detto, non lo ripete la mamma di Chiara alla sua farfalla, tre volte?

Allora, tra i gesti di vita, ho preso la nostra torta. Di questi tempi, una conquista e devo dire grazie a Lele Magni, perché trovare le mandorle non era affatto scontato. Piccoli sacrifici, che mi ricordano da lontano i vostri grandi: tu me li hai sempre raccontati poco, come il nonno, non volevi affidarmi ricordi tristi. Le privazioni durante la guerra: per fortuna la bisnonna Maddalena aveva un negozio, per cui qualcosa in più si riusciva talvolta a mandar giù.

Cos'è l'oro. Trovare le mandorle per celebrarti. Il gesto di un amico. Tu che mi fai uno scherzo. Io che ti cerco e in qualche modo ti trovo. Perché sono una Lualdi testarda.

Il mio oro, sei tu.

sabato 5 ottobre 2019

Instant Aida (per sempre)

E' solo quando arrivo a Busseto, che lascio scivolare il tempo. Ho combattuto contro i ritardi pretestuosi, anche quelli del traffico. Io ho una missione da compiere e tutti si mettono di traverso, mi dico: è proprio quella giusta.
Instant Aida: viverla, assorbirla, rilasciarla. Rispettare un impegno non scritto e poi forse raccontarla. O meglio, raccontare un frammento di giornata dedicato solo a me, al piacere di vivere e di scoprirsi.

Rallentando

Tutto è cominciato due mesi fa e molto prima. Un viaggio nel Piacentino, che invitava a fermarsi. Noi varchiamo anche il fragile confine e incontriamo il paese natio di Giuseppe Verdi. Quando torno a casa, non riesco a togliermi dalla testa il festival di Parma e decido così che sarei andata a Busseto, al cospetto dell'Aida. L'avevo promesso a mio padre tanti anni fa, o meglio lui me l'aveva chiesto e io non avevo risposto. Da poco avevo scoperto l'opera. Ma tra noi era così: le parole non dette contavano persino di più.

Aida, la magnificenza, il grande per eccellenza. E io so che il teatro di Busseto è un gioiello minuscolo. Ma non importa, so che quella sarà la mia Aida. Che poi è questo il senso: voglio andarci da sola, partire dopo il lavoro, tornare la mattina presto per prendermi cura di tutte le esigenze di famiglia.
Una manciata di ore, tuttavia, sarà solo mia. E quando sono in coda, già alle prime tracce di Milano, l'ansia mi afferra alla gola e mi fa quasi desistere. Ci arrivo lo stesso, a Busseto, mezz'ora prima dell'opera sono al bed and breakfast. Il Trovatore, mi accoglie Michele e mi invita a respirare.

- Ma come, sarà già aperta la biglietteria, sono in ritardo.

- No, non è in ritardo, adesso aprirà ed è a pochi minuti da qui.

Io lo sento già, che il tempo ha cambiato ritmo, che questa Instant Aida sarà per sempre. 

Il cielo a poco a poco

Il teatro mi sta aspettando, come il tramonto, a pochi  metri dal parcheggio. Quando afferro il biglietto, prendo il fiato per salire al loggione, ma un signore mi ferma: guardi, salga in ascensore con me, io scenderò al primo piano, lei al terzo. 

Obbedisco e mi incasino com'è nella mia indole, o meglio in quella che conosco meglio, per trovare il posto giusto. Per un attimo mi affaccio e penso che se tenderò una mano toccherò il soffitto e il cielo. Le persone chiacchierano e anch'io mi trovo coinvolta in questo vortice buono, mentre i musicisti accordano e il sipario non accenna il minimo movimento.

Mi porgono anche un complimento: «Lei arriva così, dorme poche ore e domani all'alba riparte? Lei è una donna attiva, complimenti». Forse dovrei dire che le donne sono spesso così, ma raramente per se stesse: per questo raramente vengono sgamate. Ma sono tutti pensieri che possono attendere.

Verdi sta per dire la sua, lui che in questo teatro mai avrebbe messo piede: Toscanini sì, però, una lapide lo ricorda.

 La trama e le parole raccontano la forza delle donne, anche le loro cadute, e la devozione incredibile del condottiero. Ma nessuno sa parlare quanto la musica. Nel primo atto già le lacrime mi tentano, per la sua coerenza dolorosa. In quello finale, il distinto signore accanto a me mi rassicurerà: guardi che tengo qui i fazzoletti per lei.


Come a casa


Qui provo qualcosa che in altri teatri non avevo ancora percepito. Qui occhi e orecchie sono concentratissimi, ma si coglie anche una leggerezza che è familiarità. Sì, mi sembra di ritrovarmi a quei tavoli di un tempo, dove si conversa guardando un programma speciale alla tv. La Marcia trionfale accentua questa sensazione: il punto in cui tutti ci ritroviamo con impeccabile sintonia.

Solo che qui muore Aida, e il suo amato, e quella tomba in cui si trovano rinchiusi vivi, inchioda lo sguardo.

Rifiuto il pacchetto di fazzoletti: io voglio piangere libera.

Perché sono come a casa, anzi a casa. Piango per le vittime e colei che si è trovata carnefice, ora disperata. Piango delicatamente, chiedendomi perché io abbia atteso tanto per esaudire quello che mi pare un voto. Me lo suggerì mio padre, sento che veniva ancora prima, da mio nonno e dalla sua fedeltà alla Scala e qualsiasi teatro poi che gli offrisse le amate opere.

E la risposta viene da queste terre e dai loro gesti misurati: perché questo era il momento giusto.

Una pizza veloce dopo l'opera, mi consente di scoprire tante storie speciali affidatemi dal signore distinto. Quando andiamo al parcheggio, ci avvediamo che le nostre auto sono praticamente parcheggiate a fianco.

Capisco che papà si è presentato a modo suo, all'appuntamento

Tornando al mio ritmo

Ho detto a Michele che sarei ripartita alle sei, quindi non potrò salutare. Il fatto che l'abbia ritrovato al bar del teatro mi conferma quella sensazione piacevole di poco prima: qui è come se fossimo a casa e ciascuno deve svolgere più incombenze perché tutti siano felici.

Il rammarico, che mi perderò l'alba. Infatti, l'oscurità fruga ancora in queste terre. Quando lambisco la Lombardia, la campagna sull'altro lato dell'autostrada ha un brivido sotto la veste di nebbia. Vi nascondo sotto la Marcia trionfale e mi affido al canto di Radamès.

Celeste Aida, forma divina… il tuo bel cielo vorrei ridarti.

E il cielo si è rischiarato, io riconosco i contorni di casa senza sentire il bisogno di accelerare. Come quando ero la discola  musicale della famiglia, cambiano però i ritmi. Bon Jovi si insinua e mi ricorda perché è raccomandabile compiere questi gesti, sussurrati e potenti per noi.

It's my life, it's now or never.

Ma è solo quando arrivo sotto casa mia, che mi offre un po' di leggerezza Steven Tyler. Semplicemente:
…life happens for a reason
I don't, I don't, I don't, it goes, I never went before
But this time, this time I'm gonna try anything that just feel better
Fare qualcosa che ti faccia stare meglio, anche minuscola, come il palco del teatro di un luogo magico. Allora tutto ti appare grande, e senz'altro lo è: come la vita. Tanti cercano di chiudere i tuoi sogni in una tomba, di farli morire vivi: ma semplicemente perché non ne hanno. 
Invece eccoci qui, a compiere piccole cose per stare bene. E Instant Aida consegna questa visione, che non sta rinchiusa neanche nel teatro più grande del mondo.
A noi si schiude il cielo.
***

Aida, 4 ottobre 2019, regia di Franco Zeffirelli. Direttore Michelangelo Mazza. Pochi nomi, per ringraziare tutti.
Burcin Savigne,Denys Pivnitsky, Maria Ermolaeva.

martedì 14 novembre 2017

Papà e l'arte del mandarino

Una delle arti in cui più ti ammiravo: quella di sbucciare la frutta. Mandarini, arance, mele, non importava: tu afferravi ciascun frutto e lo spogliavi, senza spezzare mai la buccia. Contemplavo quei capolavori, come i bicchierini creati con la carta delle caramelle, quand'ero piccola.

Crescendo, mi sarebbe piaciuto assomigliarti in molte cose: anche in questa. Ma ero di fretta, pasticciona e impaziente. Non andavo matta nemmeno per la frutta, a dire il vero, tranne quella che non si sbuccia affatto o dove si vince facile.

L'arte del mandarino: io guardavo le tue dita procedere sicure e non vedevo il reale trucco, come accade nei giochi di prestigio.

Il tuo sguardo, che ora contemplo nella foto, me lo sussurra. La pazienza: quella di sbucciare con cura un frutto, di iniziare una strada, di non farsi abbattere, di sentire il rumore di un fiore che prova a crescere o di imparare il verso dei merli fino a cantare insieme.

Quella di sentire tua figlia fin troppo adulta gridare, come una ragazzina: papà, posa che ti faccio una foto mentre levi la buccia senza romperla. E di obbedire, perché le vuoi troppo bene.

Nove anni dopo che hai smesso di farlo, in apparenza, ti rivedo così e sento quel profumo di mandarino che neanche mi piaceva e che ora mi sembra un aroma magico.


domenica 30 aprile 2017

I volti dentro una laurea

Venticinque anni. Uno sguardo casuale sulla tesi, una domanda che mi piomba addosso e focalizzo la data della mia laurea: aprile 1992. Avevo 23 anni e terminavo un pezzo di vita, mentre già ne avevo aperto altri, un po' forsennatamente insieme.  Sta terminando questo mese, con il suo silenzioso anniversario, e mi fermo a ricordare.

Che strano: rivivo quel giorno, papà e mamma che mi portano a Milano, ma restano fuori a causa della mia agitazione e un po' anche della loro. Entra il mio caro amico Beppe, unico ammesso. Pochi frammenti, poi l'abbraccio ai miei e mentre brindiamo, ho già un sacco di cose da fare, mi assicuro.

Sì, quel giorno è importante, eppure quasi vola nella mia memoria, perché inciampo nella sera prima. Dovrei essere a casa a ripassare o a riposare, ma mi fermo fino a tardi nell'aula del municipio dove scorrono i risultati elettorali. Da una parte è febbre giornalistica, sì. Quello è un periodo in cui potrebbe cambiare tutto, con le avvisaglie e poi  la bufera di Tangentopoli, oppure niente.

Ma contano di più le persone degli anni, delle stagioni, delle fragili previsioni. Nelle ore in cui mi laureo, Marco Sartori viene eletto deputato e i suoi occhi brillano di gioia, forse con una scintilla di incredulità. Io ho 23 anni, lui che è come un fratello il mese dopo ne compierà 29. Sembra tutto così strano e travolgente, un nuovo inizio per ciascuno di noi.

Oggi non riesco a non pensare che ho 48 anni, l'età in cui lui ci ha lasciato. Con il tempo che prima l'ha portato via, poi gli ha reso omaggi da galantuomo, lo so: vorrei far credere a me stessa che così procura meno dolore, ma un corno.

Risento la sua voce e un'altra quella sera, che pur direttamente non ho ascoltato. I cellulari sono ancora un miraggio e vengo richiesta in non so quale ufficio del Comune, perché c'è una telefonata dalla redazione, allora guidata dal mio maestro gentiluomo Gianni Fusetti. Mi avvisano che ha chiamato il direttore, Mino Durand, ed è furibondo con me.

Motivo dell'ira: "Ma Marilena dov'è?! In Comune per i risultati elettorali? Disgraziata, mandatela subito a casa che domani mattina presto si laurea!".

Sono cresciuta abbastanza da non lasciarmi afferrare dal magone, bensì dalla gratitudine. Persino dall'orgoglio.

Ho conosciuto persone meravigliose, alcune mi hanno voluto un mondo di bene. Ho vissuto tempi in cui si poteva stare umani. In cui ci si preoccupava degli altri, anche quando si rideva. In cui non c'erano cellulari per raggiungerti in ogni istante, ma si sapeva come farti arrivare il messaggio più importante.

E di quei tempi, sarà rimasto pure qualcosa, lo sento mentre chiudo la mia tesi nel suo cassetto.

Con Marco che ride e parte per Roma, deciso a fare seriamente. Con papà che sopporta che quella disgraziata di sua figlia sia fuori fino a notte fonda invece di ripassare o studiare per il momento per cui ha tanto sudato, il momento che forse lui aspetta più di lei. E con Durand che se non chiudo questo cassetto ora, per precauzione mi sgrida ancora.

lunedì 14 novembre 2016

Le parole che navigano, papà

Le parole che navigano, papà. Troppe in questo mondo chiassoso.

Le parole che naufragano, con altrettanta facilità. 

Le parole che conducono a un porto sicuro, come te. 

Otto anni fa le onde del tempo sembravano portarti via. Ma nessuno mi può togliere quella parola e il suo amore.

venerdì 21 ottobre 2016

Scherziamo ancora, nonno

Caro nonno Giannino, sai che sto conoscendo meglio una persona che porta il tuo nome. Tu sei nato prima, quindi mi perdonerà se ti concedo un vantaggio.

Del resto, tu mi hai insegnato - che io lo capissi o meno - a commuovermi, a giocare a carte, a provare un solenne magone e a bere un bicchiere quando un pericolo era scampato.

sono trascorsi tanti anni e avrei voluto sentire da te la storia di quando hai preso per il naso il re.

Ma me l'ha raccontata mio padre, Nino, e non c'è una voce che potesse farmi sorridere di più.

Buon compleanno in cielo.

http://www.nomosedizioni.it/catalogo.php?b=09NMS266

sabato 16 luglio 2016

Tutto a mio padre

Se capita di attraversare una distesa di emozioni, è perché ancora non si è palesata la principale. Quella che conta.

Un volto che non vedi da molto tempo, si accosta e ti manifesta la felicità nel ritrovarsi. Ma quando va oltre e ti chiede, sa perché ci conosciamo, tu frughi tra una memoria comunque troppo recente.

Perché lui ti confessa: io devo tutto a suo padre. E' lui che ha creduto in me, più di cinquant'anni fa. E' lui che mi ha dato fiducia. Io non sarei niente senza di lui.

Persino oggi, che ha quasi ottant'anni, che ha visto la crisi scuotere tutto e far uscire più feriti e saggi. Vado ancora ogni giorno in azienda, e per il piacere di lavorare.

Tutto a mio padre.

Non ci vergogniamo di abbracciarci e commuoverci. Perché dobbiamo tutto a mio padre.

mercoledì 27 aprile 2016

La prima parola - buon compleanno

Papà. Che importano le altre parole, se l'unica fondamentale l'ho pronunciata subito.

Tornassimo indietro a quel momento, non mi risparmierei il vano parlare successivo.

Eppure sentirei l'emozione della prima parola che conta.

Papà, buon compleanno.

domenica 30 agosto 2015

Come se ancora papà

E ci sono persone che se ne vanno, che ti hanno ascoltato, che ti hanno voluto bene, che hanno insistito con garbo, per te, quando volevi fuggire.

Ci sono persone che hanno amato la natura, proprio come tuo padre.

E ti hanno aiutata, anche solo a sorridere, proprio come tuo padre.

Hanno creduto in te, proprio come tuo padre.

Poi, hanno avuto da fare tra gli angeli, proprio come tuo padre.

E così senti, così non riesci quasi a dire, così piangi solo

Come se ancora papà.

lunedì 27 aprile 2015

C'è sempre una tempesta - auguri papà

C'è sempre una tempesta a ridosso del tuo compleanno, come a urlare tutto ciò che sapevi fare. A confermare quell'annuncio: questo è un bambino tostissimo.

Non gli prometto una vita facile, al contrario dovrà soffrire. Ma imparerà a lottare e gli offrirò un altro dono tra i tanti che gli porgerò : non solo saprà viaggiare, conquistare, vendere telai in tutto il mondo, disegnare, progettare, costruire, scalare vette inaudite, ridere, giocare a carte e perdere con la sua bimba, raccontare barzellette che verranno tramandate in tutte le lingue, scrivere, proteggere e molto altro ancora.

No, ha detto la tempesta facendosi portavoce, voglio donargli un'altra capacità speciale, ancora: saprà amare. Tantissimo. Con un pizzicotto o una carezza, con lo sguardo o con le parole, con l'esempio , la trepidazione e la fiducia. Come un leone, come un gatto, come il sole, come me.

Benvenuta tempesta. Auguri in cielo, papà.

giovedì 19 marzo 2015

Papà, prima parola

Papà, prima parola che non è solo parola. E' vita che torna a scuoterti, fiducia che nessuno può raggiungere.

E pensa: la terza parola che ho imparato, Babbea, Barbera. Me l'hai insegnata tu.

Un brindisi solo di Barbera può essere. Anche lassù. Come fiducia, può solo essere intera, integra, e senza ripensamenti, di un papà.

Buona festa del Papà. Nino. Mio papà.

domenica 27 aprile 2014

Un giorno che sia speciale

Roma, che mi manca, e quell'eternità che è vita, non parola. Quei due Papi, ai quali ho voluto bene in modo così diverso.

E il tuo compleanno, papà. Un giorno speciale, che si colora di luce ancora di più oggi. Lo dice l'anarchica pacifica, su tutti i fronti.

Auguri, papà, e quella festa lassù ci contagi, oltre le cerimonie, tra le pieghe dei desideri più belli, quelli mormorati o anche taciuti, ma che ci appartengono in profondità. Quelli che ci fanno pensare agli altri, non al nostro vagare.

venerdì 28 marzo 2014

Poi esci dalla chiesa

Ti vedo momento dopo momento, sfogliando le fotografie. Lei radiosa, e tu la guardi. Poi indossi un'aria rassegnata, perché quella cerimonia non finisce più.

Tua sorella fotografa tutto ciò che comunichi, anche la fiamma negli occhi quando fingi di non poterne più. Devi fare il birbante, è il tuo fascino. Ma poi torni a guardare mamma e ti sciogli, torni serio. Dentro, un orologio nascosto conta i minuti. Anche le firme, gli ultimi istanti dopo la cerimonia.

Poi esci dalla chiesa, con lei a braccetto, e ti fai immortalare con quel gesto splendido: le mani che avanzano e gridano "Finalmente". Lo sguardo si spalanca e persino lei deve un po' ridere.

Un album atipico, il tuo, ma così vero. E secondo me, papà, tu 47 anni dopo in cielo lo stai ancora sfogliando e ridendo con gli altri.


giovedì 27 marzo 2014

Il quartiere dei papà

I papà si mettono in marcia e lo fanno sempre per qualcosa. Per una causa nobile, per un sorriso dei loro bimbi, perché bisogna pur ricordare cosa sia una famiglia, e non con i numeri appiccicati alla parola genitore.

Meglio piazzarli su una maglietta e correre quanto si può e si vuole. Il mio ex quartiere - se un quartiere può diventare ex - è speciale, perché mette in marcia i papà, fotografa con una manifestazione la vita in fondo.

Sant'Edoardo, il 30 marzo un'automobilista non si infastidirà per qualche deviazione. Penserà: bravo quartiere, fiero dei suoi padri, che una volta all'anno dà loro l'applauso troppo spesso da noi negato.