Una donna, anche collega, che ammiro molto, racconta che un figlio ha scelto Filosofia all'università. Io non so bene se la incoraggio o la metto in guardia: entrambi i compiti, peraltro, non mi spettano.
Ma torno indietro di corsa, anche per colpa di una canzone di Patti Smith.
Mi sarebbe piaciuto fare la rockstar, perché dire "suonare per vivere" suona male (scusate il gioco di parole), quasi toglie la poesia. Invece, non posso affermare che mi sarebbe piaciuto fare la filosofa.
Perché ancora lo faccio.
Certo, quando mi sono iscritta a quella facoltà, l'ho fatto anche per rompere le scatole a mio padre. Da contratto si intende. Iscriviti a Economia o Lingue, vai in banca o insegna. E io: scelgo Filosofia.
Lo sapeva già mio padre, che avrei fatto la giornalista. Allora dovevo contestarlo rigorosamente, ma forse sapeva già anche il baratro in cui ci saremmo immersi, volontariamente.
E a maggior ragione provò a sussurrarmi: perché filosofia? Piuttosto lettere, tuonò il mondo.
No, perché voglio imparare. Forse persino farmi del male. Voglio cercare sempre, amare ogni dubbio, non sentirmi mai arrivata.
Sentirmi fuori dal mondo.
Oggi il fatto che il figlio di una donna e di una collega che stimo, studi Filosofia, mi commuove. Mi viene in mente quella canzone di Patti Smith che si rivolgeva a chi aveva un sogno di rockstar da coltivare. Sorry, lei non la scrisse, quella canzone, ma la riprese egregiamente.
Che cosa? Vuoi diventare una rockstar? ci riuscirà uno su un milione. E intanto ti aspetterà dolore, oh quanto dolore. Diventerai matto, quindi forse sanissimo.
Invece, un filosofo ha la quasi sicurezza che non avrà mezzo conto in banca sostenibile. E successo, be', quel successo che il mondo grida ai quattro venti, neanche a parlarne.
Tranne quei quattro secondi prima di addormentarsi, in cui si mormorerà: mio Dio, oggi ho cercato, ancora.
Meglio di un conto in banca, e la mia amica lo sa. Quasi quasi, persino io.
Così filosofa, così rockstar.
Che storia, neanche hai bisogno di una chitarra elettrica.
Get yourself an electric guitar
And take some time and learn how to play
Don't forget who you are
You're a rock & roll star
Appunti di Viaggio di Marilena Lualdi Nature, music and doubts Apri un cassetto e trova un angolo di bellezza e riflessione. Qui puoi fermarti, respirare e riscoprire il senso profondo delle piccole cose
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mercoledì 8 novembre 2017
mercoledì 4 novembre 2015
I quaderni di Lauretta. E basta
Come, Lauretta. Mi hai dato i primi quaderni. I fogli protocollo che servono tanto a mia mamma. Mi hai sorriso, in ogni sorte, l'ultima volta settimana scorsa. E adesso te ne vai così, attraversando il viale delle nostre vite.
L'hai fatto ogni giorno, e anch'io per quarant'anni e più. Andando a scuola, a catechismo, a mangiare il gelato, a fare merenda dagli amici, a recitare una preghiera.
Tu, Lauretta, molte di più, con il tuo Peppino. Era il nostro viale, il nostro cuore: quello in cui dovremmo forse solo passeggiare e vivere, invece c'è un traffico da autostrada.
Lauretta, i tuoi quaderni, sono diventati i miei per quarant'anni. La tua gentilezza, come una polvere d'oro ogni volta che varcavo quel confine impossibile. Sono diventata grande, o ci ho provato. Ho perso molte occasioni di crescere, ma mai quella di incontrare il tuo sorriso.
Così oggi, sono triste e ripeto ciò che non osavo dire, scrivere, da anni: non è giusto, Lauretta, andarsene così. Se un angelo sulla terra a un certo punto mette le ali, deve esserci una ragione. Solo che non la vedo, non mentre le righe dei tuoi quaderni si inumidiscono delle lacrime, non solo mie.
Perdonami, Lauretta. perdonami buon Dio. E basta.
L'hai fatto ogni giorno, e anch'io per quarant'anni e più. Andando a scuola, a catechismo, a mangiare il gelato, a fare merenda dagli amici, a recitare una preghiera.
Tu, Lauretta, molte di più, con il tuo Peppino. Era il nostro viale, il nostro cuore: quello in cui dovremmo forse solo passeggiare e vivere, invece c'è un traffico da autostrada.
Lauretta, i tuoi quaderni, sono diventati i miei per quarant'anni. La tua gentilezza, come una polvere d'oro ogni volta che varcavo quel confine impossibile. Sono diventata grande, o ci ho provato. Ho perso molte occasioni di crescere, ma mai quella di incontrare il tuo sorriso.
Così oggi, sono triste e ripeto ciò che non osavo dire, scrivere, da anni: non è giusto, Lauretta, andarsene così. Se un angelo sulla terra a un certo punto mette le ali, deve esserci una ragione. Solo che non la vedo, non mentre le righe dei tuoi quaderni si inumidiscono delle lacrime, non solo mie.
Perdonami, Lauretta. perdonami buon Dio. E basta.
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