Contemplo il cuore che mi ha inviato, muta risposta al mio messaggio. Così penso: il mio piccolo, è più grande di me.
Non è più piccolo, lo so, ormai è un giovanotto. Ma quando accadde a me, ciò che sta vivendo lui, perdere una piccola e fondamentale amica, io mi ricordo come reagii. Spaccai tutto, riversai la mia rabbia e il mio vuoto, non toccai più cibo. Pensai che non fosse possibile, che non dovesse avvenire e non parlai a nessuno, per giorni.
Lui soffre, lo so, ma riflette. Pensa a quanto è stata importante nella famiglia. A quanto si è sentita amata. E mentre accarezzo la foto della sua amica volata via, penso proprio questo: il mio piccolo, è più grande di me. E vorrei almeno essere grande abbastanza, per riuscire a dirglielo.
Notte e il mio piccolo.
Appunti di Viaggio di Marilena Lualdi Nature, music and doubts Apri un cassetto e trova un angolo di bellezza e riflessione. Qui puoi fermarti, respirare e riscoprire il senso profondo delle piccole cose
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giovedì 22 marzo 2018
venerdì 19 maggio 2017
Mai più rosso
Un giorno, varcata la soglia dei quaranta e dopo uno strappo di vita, ho dichiarato guerra al colore: mai più rosso.
Non si può più indossare.
Non si può più sentire.
Non si può più respirare.
Non è più tempo.
E nell'addossare una colpa a questo colore, gli ho scaricato addosso molti altri no.
Un giorno, ho trovato un impermeabile rosso che mi ha fatto pensare al soprabito che tanto piaceva a mio fratello. Poi mi ha assalito un folle pensiero: ho sempre desiderato un impermeabile rosso, di quelli che brillano. E questo birbante si è trascinato dietro altri capi rossi, ma più di tutto la mia nuova convinzione.
Non si può dire: mai più, a qualcosa.
Non si può dichiarare: adesso basta a se stessi, negandosi qualcosa. Perché prima o poi, grazie a Dio e a volte persino a noi stessi, quel qualcosa riaffiora. E veste come gli pare.
lunedì 10 ottobre 2016
Momenti senza via di fuga
Tipo quando devi congedarti per sempre dalla vecchia patente. E poi vecchio, a chi. Se è carta straccia lei, mica lo sarò io: ricaccio il dubbio, per precauzione.
Guardo la foto, senza trascurare un po' di masochismo malinconico. Cavolo, diciotto anni e uno sguardo fessacchiotto, perché adesso la fiducia non riesco a definirla altrimenti, va bene, almeno nelle fasi di cinismo.
Devo strapazzarla un po', quell'immagine, non per stringere un altro, effimero documento in cui la foto - per inciso - fa pure schifo perché è minuscola e in bianco e nero. Meglio, così non si vede bene il decadimento, sussurra Arguta Paffuta.
No, voglio mandare via quella tizia dall'aria da Alice (purtroppo, non Cooper), giusto un poco perché ho bisogno di riflettere. E senza via di fuga, solo con un interrogativo: quando ho preso la patente, era per andare da qualche parte, mica per girare a vuoto. E neanche per scappare da me stessa, anche se la via è la più breve.
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