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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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sabato 1 novembre 2025

Natale, piano piano (e quel quaderno che parla di coscienza)

 

Ne sono consapevole (cribbio, una consapevolezza ogni tanto): è troppo presto. Ma chi sa quando Natale arriverà davvero: forse, solo quando il cuore è lieto, ovvero ben disposto alla speranza.

Non so quando potrò sperare, quando la vita mi schiaccerà. Allora corro nel paese del Natale a poco distanza da casa: ne sono stordita e liberata, mi lascio domare dalla coscienza della carta di credito al primo, limitato giorno.

È meglio che io mi lasci contagiare adesso dalla gioia, perché fra un giorno, una settimana, un mese chi lo sa.

Quando sto scegliendo un quaderno da colorare per la mia mamma, una signora mi taglia la strada. Penso sia una nonna, mi ritraggo di fronte alla furia dei desideri dei bambini, ma lei mi confida tenendo abbassato il capo: «È per mia madre, ha 90 anni, l'Alzheimer. Vive in Rsa, convinta di abitare con suo marito».

Le porta un quaderno da colorare, come ho fatto io, nella differenza delle situazioni. Non oso aggiungere mezza parola, è lei a precisare: «Mi spiace, mia mamma era così intelligente».

Anche la mia. Lo è ancora, lo sarà sempre. In una tempesta quotidiana di emozioni, lo dimostra oggi. Vorrei abbracciare la signora, ma resto a rispettosa distanza. È lei ad aggiungere, di sorpresa: «Sarà così anche per la sua».

Sì, la mia mamma era intelligente. È intelligente. Molto più precisa di me, afferma lei e io mi ritraggo di fronte a questa certezza. 

Non so quando potrò sperare, quando la vita mi schiaccerà. Corro nel paese del Natale e prendo quel quaderno che parla di coscienza. 

Natale piano piano, perché non si può sempre correre, ma solo vivere se si è saggi abbastanza e persino se non lo si è.



domenica 27 giugno 2021

La vita secondo Zampillo: non è nelle nostre mani

Il nostro bellissimo e saggio amico Zampillo appena trovato

Ho incontrato un merlo che mi ha chiesto aiuto per aiutarmi. Questa è la sua, la nostra storia tra voglia di vivere e saggia fragilità

Sulla strada si incontrano, o scelgono di incontrarci, tante creature. A me è successo di conoscere Zampillo. Un merlo che mi ha attesa all’alba, per porgermi la sua fragilità e con essa dolore e riflessioni.

Mi ha lasciato ferite e pace, mischiate in modo misterioso. La vita secondo Zampillo, provo a decifrarla ora, anche se è difficilissimo e non solo per il dispiacere profondo di congedarmi da una creatura così: è proprio che so che mi ha consegnato qualcosa di così profondo e dirompente che non può stare in un cassetto. Tuttavia, se non lo faccio ora, temo di non avere più il coraggio.


La vita secondo Zampillo, mi viene da declinarla in un altro modo: la vita, non è nelle nostre mani, eppure continuiamo a comportarci imperterriti come se lo fosse. Verso noi stessi, verso le altre creature, specialmente le più fragili che assurdamente noi etichettiamo come meno importanti nei nostri atti quotidiani.


La comparsa di Zampillo

Zampillo è comparso davanti a me e alla cagnolina poco dopo l’alba. Noi siamo abituate al concerto dei merli, che di mattina presto sono anche più arditi: una delizia che ci godiamo per qualche minuto. Ma lui non stava cantando: ci ha chiesto aiuto. Diviso tra la sofferenza e la paura, ha scelto di fidarsi di noi, e da quell’istante è stata la fiducia via via la grande protagonista della sua storia, accanto alla voglia di vivere.


Era nell’erba, questo merlo dagli occhi grandi e vivaci, ma ricadeva, non volava e camminava con difficoltà, facendo come la ruota con la sua elegante coda nera prima di cascare.  All’inizio, si è infilato in un riparo ulteriore: sotto un’auto parcheggiata. Così presto, non sapevo chi chiamare, o meglio chi avrebbe risposto: l’ha fatto per primo il Rifugio Miletta e ho provato a seguire le istruzioni. 


Riportata a casa la mia cagnolina, sono scesa di corsa per cercare di individuarlo e prenderlo, ma non era facile. Ne è nata una task force, con un signore e la mia vicina che aveva un retino:  Zampillo è stato messo al sicuro. L’ho sistemato su un balcone coperto, nel riparo che avevo adattato, mentre cercavo di capire cosa fare, perché in casa i gatti erano insidiosi. Ringrazio la Lipu di Gallarate che mi ha risposto e mi ha dato indicazioni. Poi qualcuno  mi ha ricordato una persona esperta e amorevole, che è venuta in soccorso: non la ringrazierò mai abbastanza.


Si fida di noi

Da quel momento non ho più visto Zampillo, se non in foto e video, ma era come se fossimo sempre vicini. Con aggiornamenti continui e il cuore sempre connesso. Mi ha colpito che quel merlo sofferente e spaventato mangiasse nelle mani di una ragazza come se non avesse mai fatto altro nella sua esistenza: come un piccolo animale domestico, non selvatico. Me l’hanno detto anche i suoi angeli custodi poi: sembrava proprio che si fidasse di noi. E mentre si attendevano altri accertamenti sul perché Zampillo – un nome che gli avevo inconsciamente attribuito quasi a  esorcizzare i timori - non riuscisse a stare sulle zampine, lui ci ha trasmesso tanto, tantissimo.


Si è nutrito con un fervore dolcissimo. Ci ha mostrato il suo sguardo vorace di vita. Siamo andati a prendergli un cibo che ci avevano raccomandato e lui l’ha mangiato, anche se aveva già un viaggio imminente in programma: quello dritto nel cielo, dove avrebbe volato e basta.


Nell’attesa, ci siamo confrontati sulla possibilità che Zampillo vivesse in condizioni di disabilità. Ci eravamo anche interrogati su cosa fare in caso di impossibilità di ritorno in natura, perché lui aveva diritto a vivere, come ogni creatura. Chi ospita creature così fragili? Posti e persone che si contano sulle dita di una mano


Perché cos’è un uccellino, in un mondo che corre e non sa volare. 


Quando ero a comprare la sua pappa, ho visto diverse persone acquistare ad esempio pulcini per i bambini: li avrebbero accuditi sempre, anche quando sarebbero cresciuti e diventati meno "da coccole"? E se uno di loro si fosse rivelato meno che perfetto? La domanda poi che mi affligge sempre più: diciamo che belli, diamo un nome, poi li mangiamo? E un’altra: come si fa a sparare o tendere insidie a una creatura, a partire da coloro che sono su un ramo esile come gli uccellini e attraversano l’aria impalpabile con le loro ali?


Ma il grande quesito che mi ha lasciato Zampillo è: quanto siamo disposti a prenderci cura della fragilità altrui, dal più piccolo al più grande? 


 

Il giorno che Zampillo si è presentato nella nostra vita, si leggeva questo passo del Vangelo:


Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?

 

Noi pensiamo di valere più di un merlo, di altri animali, talvolta di altre persone. Pensiamo di poter tenere le vite più fragili nelle nostre mani, senza capire che ciascuna lo è, compresa la nostra.


Questo mi ha detto Zampillo, in un’alba d’estate: ti affido la mia vita, non so quanto durerà, ehi, neanche tu conosci quanto durerà la tua. Però io voglio trascorrere ogni giorno vivendo, fidandomi e dandovi uno sguardo d’amore perché vi state occupando di me.


Il canto per Zampillo 

Pochi giorni dopo, all’alba nel solito giardino e nel punto in cui l’avevo visto, mi hanno accolto tanti merli che sprigionavano un canto comune, avvicinandosi come non mai.  Sono andata avanti, un po’ turbata, e ho captato in un grande albero note diverse, come quelle che mi avevano colpito in collina appena dopo la morte di mio padre. Un uccello che non si era mai palesato ai miei occhi, quella mattina è comparso e si è presentato letteralmente sul ramo: era un fringuello.


In quel momento di armonia, ho udito il messaggio che mi veniva recapitato: Zampillo era migrato verso un giardino dove non si sarebbe fatto male mai più. Pochi minuti dopo, me lo confermava un messaggio whatsapp. 


Ho pianto come se avesse fatto parte del mio cammino da sempre ed è  così. Perché io che chiamo tutti per nome, pure le bestiole più minuscole, anche prima del mio romanzo “Chi ha bisogno di Willy”, ho una predilezione per i merli: mio padre li adorava e imbastiva conversazioni fischiettanti con loro in collina. Talvolta, quando ho un’esitazione o un pensiero, ne incrocio uno e sorrido, riconoscendo una presenza, una conferma come una carezza.


Ma Zampillo è stato il primo che ho incontrato davvero, che mi ha scelta, che mi ha chiesto aiuto per aiutarmi un po’. Ad esempio, da quando l'ho conosciuto, ho avvertito questa crescente insofferenza per ciò che mi rende infelice, per discorsi e richieste che prima accoglievo come qualche strana forma di dovere dal sapore di espiazione e che adesso sento di dover respingere senza tentennamenti. 


Tanto altro, mi ha detto questo merlo saggissimo, e lo devo mettere ancora più a fuoco.


La vita secondo Zampillo è una lezione sussurrata in una mattina d’estate: le vite degli altri (e non solo) non sono nelle nostre mani, ma possiamo fare qualcosa per chi chiede aiuto e anche per chi non osa. Possiamo smetterla di sentirci padroni, acquirenti, giudici ed essere grati per il canto di un piccolo merlo. 


Solo così potremo ancora sentirlo, quando lui è già volato via, e imparare a cogliere ogni attimo di vita, anche tra le lacrime. 


Perché mi manchi, Zampillo, piccola creatura, forte e indifesa, ma quando nell’aria sento cantare esco e penso che sia tu.  

 

giovedì 11 giugno 2020

Finisco per ricominciare


Ho alle spalle un magnifico luogo e metaforicamente un anno spaccato quasi a metà: otto mesi sempre in viaggio, avidamente, e quattro frenata, se non chiusa in casa. 

Offro questa foto del non troppo lontano passato a me stessa, perché c'è molto di me senza urlare. Tra i vigneti e storie autentiche, un brindisi contro il cielo che vuole levarsi di dosso il grigio per mostrarmi il fascino di Soave. La maglietta della promozione della Pro Patria, a tenermi un po' di compagnia da casa.

E oggi? A cavallo tra l'11 e il 12 giugno nel momento esatto in cui sono nata, grazie al fatto che mio padre, ancora alle prese con i clienti, e il portinaio si insospettirono della chiamata guardinga di mia mamma: è ancora occupato?

Lascio il giorno di San Barnaba, il mio caro patrono dei tessitori, ed entro nel pieno della giornata in cui mi hanno registrato come nata.

Potrei dire che questo è il compleanno più strano, ma non è vero. Ogni compleanno è strano, come un continuo scoprirsi, perché magari hai occasione di fermarti un attimo in più e pensare. Non tanto contare, che gli anni ormai sono ammucchiati.

Io finisco. Io riparto. Porte che si stanno chiudendo, nuovi lockdown dell'anima e di vita. Porte che vibrano come desiderose di aprirsi.

Io finisco per ricominciare.

Buon compleanno a me.

venerdì 20 marzo 2020

Solo cinque minuti

Può esserci la routine o l'emergenza, ma un piccolo rito di normalità persiste. Lo osservo, con un certo conforto.

Ho bisogno di cinque minuti. Solo cinque minuti. Quando tutti sono sprofondati nel sonno, io accendo il pc. Un dito di whisky e la sigaretta che non fumo, il tempo è automaticamente calcolato così, credo.

Ogni tanto, entra sottovoce una canzone come a chiedere se ho bisogno di qualcosa.

Solo cinque minuti staccano i tempi della giornata e conciliano quelli della vita.

Solo cinque  minuti e sono viva.

mercoledì 18 marzo 2020

Quel che è troppo

Che poi ci sei anche riuscita, in qualche maniera bizzarra o mezza sfatta, a gestire rumori e silenzi, notizie e vuoti.

Hai radunato le tue azioni così sconclusionate da indirizzarle a una parvenza di meta e hai costellato la giornata di razionalità, una tela rigorosa in cui fingevi di non vedere sfacciati squarci.

Poi la fila di bare, sui camion militari. I camion militari, così, non li vedevi da qualche vita: ti viene in mente il loro cammino in Grecia, quasi trent'anni fa, quando gli scioperi rendevano impossibile muoversi ad Atene.

Ma qui scioperano la vita, il destino, la giustizia, la pietà, tutti insieme.

E se già questo è troppo, neanche definibile, mi viene in mente un'altra cosa: che oggi ho quasi sgridato degli amici di mio padre, perché non adottavano le debite precauzioni. Per la seconda volta in due giorni, ho quasi alzato la voce con degli anziani. L'ho fatto per il loro bene, ma anche questo mi sembra troppo, troppo. Io che ero la ragazzina che arrossiva a un'ombra di rimprovero, e persino a un complimento...

Quel che è troppo, mi schiaccia contro la parete della notte.

giovedì 5 marzo 2020

I tempi di un caffè

Non è semplice ricavare il tempo di un caffè: che brutto termine, ricavare, o forse solo onesto. Nel calcolo quotidiano, anche sotto pelle, un caffè tra due persone che pur si vogliono bene, sembra così arduo da piazzare.

Piazzare.

Poi arrivano questi tempi folli. Non è che tu abbia meno da fare, solo in modo diverso.

E la vita ha un sapore diverso, aspro e irresistibile, specialmente quando se ne va un nostro amico, senza dare un minimo preavviso: come se un preavviso ci potesse salvare dal dolore, è vero.

Ma magicamente, trovi il tempo di un caffè. Uno sguardo nello sguardo di chi ti sta a cuore. Spezzoni di ricordi di film lontani. Sorrisi per placare le lacrime.

I tempi di un caffè, sono questi. Assurdi, anormali, e così schietti da farci ritrovare, ancora. Quelli che buttano in aria ogni calcolo, anche sotto pelle, e ti fanno abbracciare un amico.

domenica 10 novembre 2019

La moneta dei giorni

C'è una spesa che ha una moneta sonante. Moneta che però non si conta.  
Mentre sta per infuriare la pioggia di novembre, riprendo in mano il libro della mia famiglia e lo stringo a me.

Avevo riposto nel cuore, il più profondo del cassetto, la frase di don Carlo Gnocchi a un amico: devo spendere bene i miei giorni.

Pochi o tanti, non viene precisato, perché nessuno di noi può fare un budget di alcun tipo. Un investimento alla cieca, e quindi coraggioso.

La moneta dei giorni, non si conta. Eppure tu sai che devi spenderla bene. E quando apri il borsellino e non trovi più niente, forse allora sei più ricco ancora.

giovedì 7 novembre 2019

Scuotere forte la vita

Felicità è provare a fare qualcosa che non eri capace neanche di pensare. Scuotere forte la vita e vedere che ne esce. Anzi non ti fermi neanche a osservare, perché stai pregustando qualcosa di nuovo.

E quando capisci che esplorare di continuo è ciò che ti fa vivere, ti trovi avvolta dalle tue abitudini più autentiche, dall’amore di casa tua che ti aspetta e ti mette al riparo dalla pioggia che pur ti ha fatto gridare di gioia.

Scuotere forte la vita, e assaggiarla senza timore. È così che ogni giorno ti senti più vivo.

Ps con un grazie a Milena, Ale ed Enrico.


martedì 5 novembre 2019

C'è tutto il tempo

Un giorno, un uomo che sa di dover andarsene, ti rivolge questa frase: c'è tutto il tempo. E tu sei tentata di credergli, mentre si racconta, ti incoraggia, ti affida i suoi ricordi.

Poi un silenzio e un messaggio che non porta la sua firma (ma in fondo, o meglio nella vita, sì) ti sbattono in faccia che non è così. Che il tempo non c'è, per nessuno di noi.

E tutto il buio è ficcato dentro la sera, finché apro la porta di casa. Il lampo di un sorriso, un brivido di calore e quell'orologio sul muro mi sembra addormentato.

C'è tutto il tempo per amarsi, per leggere, sbadigliare. Per combattere la commozione mentre scrivi, per rimproverarsi e perdonarsi.

C'è tutto il tempo per vivere, anche quando sembri già volato via.

mercoledì 7 agosto 2019

Come un filo rosso

Ancora non si riconosce niente. Appena si distinguono le montagne incollate sullo sfondo, anche dei pensieri. I palazzi serbano la loro identità nella libertà del buio.

L’alba appena assaggiata sussurra questo, con i suoi colori. C’è un filo rosso che mette a fuoco il senso, ma solo per un attimo lo afferri. Prima non vedi nulla, poi troppo.

Come, con  un filo rosso che sfiori e scivola via, lo sguardo sulla vita.

C’è solo un attimo per capire.

mercoledì 17 luglio 2019

Avanti e indietro nella vita

Non ho bisogno di lampade e restauri primordiali, figurati se mi interessano app per invecchiarmi.

Avanti e indietro nella vita, non vado. Ho solo il presente tra le mani. Un giorno in cui ho ascoltato tanto, non troppo, a maggior ragione se attendevano parole mie.

Perché ci ho provato, a pronunciarle, ma poi mi sono fermata ad ascoltare, imparando da ciascuno. In quel momento forse sì, ho maledetto la mia età, pensando che ho tanta voglia di imparare, tanta  in quantità devastante, rispetto alle briciole di tempo di cui disponiamo.

domenica 16 giugno 2019

Non prendo la vita con comodo

Una giornata spezzata in due, all’apparenza. La mattina sul lago di Varese, stupendomi di legami che sono forgiati da sempre. Ma  su questo non dico nulla di più perché racconta tutto Andrea Confalonieri. 
https://varesenoi.it/chiara-una-farfalla-in-volo-sul-lago-di-varese/
Poi ho l’occasione di andare a Monza per la Clio Cup Italia. Non sono una donna veloce, ma so che è un dono magnifico. Solo quando salgo sull’auto di Max per un giro, capisco il messaggio comune.


Non si può prendere con comodo la vita. Va divorata sul rettilineo e tremando di emozione a ogni curva.

Grazie

domenica 17 marzo 2019

Il punteruolo, come la fede

Mi scatena una tempesta di interrogativi, sull'origine della fede in me, l'omelia di oggi.

La fede. Una parola che accosto a fatica, alla mia anima più testarda che determinata. Ma qualcuno deve avere provato a infondermela da piccola.

Se chiudo gli occhi e non mi ostino a imporre i miei pensieri ordinati, vedo un angioletto e prima ancora un presepino minimalista, posati nella mia vita dalle mani malate della mia nonna Argia. Quando è arrivato il momento della Comunione, lei non c'era già più e il nonno non si dava pace. Mi percuotono le sue parole, quando la riportò l'ambulanza, muta a differenza delle altre volte: ma era sempre tornata a casa!

Scuoto la testa e vado avanti con i pensieri, ma non riesco ad afferrare il filo. Devo cedere e chiedere alla mia amica dei tempi dell'asilo, con me a messa: ma che cosa ti ricordi di suor Adriana?

La mia amica era talmente furibonda all'idea di andare all'asilo, che la mamma la tenne a casa, anzi la mandò dalla nonna, dove imparò a leggere e scrivere.

Io versai tutte le lacrime del mondo, ma all'asilo fui spedita lo stesso, anno dopo anno. Piagnisteo dopo piagnisteo.

Una cosa, nonostante i tre anni, la mia amica se la ricorda bene: che ci facevano usare il punteruolo e lei lo detestava.

Improvvisamente, lo ricordo anch'io quel punteruolo, 47 anni dopo. Sento la morbidezza della "spugna" sotto e il mio percuotere titubante.

Rivedo il sorriso di suor Adriana e penso che per tanti anni rimarrà quello che mi guida, nella Chiesa. Perché devo arrivare all'università per portare il mio broncio mischiato alla mia voglia di Vivere, davanti questa volta a un sacerdote.

Il punteruolo, come la fede. Cocciuto e titubante,  così impreciso da restare nella mia vita, sbagliando i punti eppure non smarrendosi, non davvero. E mentre cerco di inseguire i punti dell'esistenza e della mia missione, ancora, mi sfiora il sorriso di suor Adriana.


martedì 12 marzo 2019

Non troppo indietro (l’ultima parola)

Ho accompagnato un’amica dal dottore. Non è una nota sbiadita di cronaca, anche perché al centro c’è Lei, mia sorella. E poi...

Quel dottore 22 anni fa mi aveva accolto un po’ turbato, perché non mi vedeva mai.

- non si preoccupi, dottore, solo che ho un po’ male, ma mi dica che è tutto ok e io parto.

Era un sabato di marzo, mi colpì il suo pallore. Fuori mi aspettava mio padre, altro particolare strano di una strana giornata. Ero già troppo indipendente.

- vada subito al pronto soccorso.

Quasi seccata, gli ho obbedito. Papà, diligente e confuso, quanto me. Vado ed esco subito. Ma non finì così.

Sono trascorsi 22 anni e tante sofferenze, ma una certezza: io anche a quel dottore devo la vita.

Indietro, ma non troppo, perché io voglio andare avanti. Fino a scrivere l’ultima parola, traboccante di vita.


venerdì 15 febbraio 2019

Accogliere la gentilezza

Prima che io studi come aprire i sacchetti, il ragazzo me li ha già riempiti con la mia spesa. Sto ancora pagando, quando la signora accanto a lui mi chiede: dov'è la sua macchina?

Io le rispondo: qua fuori. Lei afferra le borse, decisa, e si dirige verso la porta, ma io cerco di fermarla: non è il caso e poi guardi che fuori fa freddo.

Ride: non fa freddo.

Io sto per correrle dietro, come già mi è accaduto di fare, con lei o con i ragazzi dentro. Cinesi. Lo scrivo perché la cronaca lo chiede, borbotto dentro di me, ma vorrei cancellarlo.

Anche perché non sto nemmeno parlando di loro, in questo blog, bensì di me. Di come io sia in difficoltà ad accogliere la gentilezza, difatti travesto questa mia testardaggine di mille scuse.

Non è il caso, certo.

E poi per impacchettare, pure mettermi i fiocchetti sul sacchetto, va via altro tempo. Anzi, anche nel ritirare i sacchetti in auto, perché correrei più veloce, li sbatterei su e sarei già in viaggio.

I pensieri vengono placati dalla tosse e il ragazzo, mentre ancora sulla soglia, commenta: eh sì, con questa stagione tutte le persone sono malate. 

Io mi giro di scatto, sentendo quell'innocua parola: persone. E lo sguardo si posa su una parte del negozio che nel loro perenne movimento hanno cambiato ancora. 

- Non state fermi mai.

Lui commenta con un sorriso, prima: è per fare vedere che questo è un posto grande.

Chissà perché posto grande mi fa venire in mente spina bianca. Anzi, spina bianca bianca come la chiamava il mio bimbo. E così mi sembra questo ragazzo, un bimbo. Un bimbo gentile.

Io gli sorrido e corro dietro alla signora, chissà se sua madre. Devo andare ad accogliere la gentilezza, se ne sono capace. E accogliere la gentilezza richiede tempo e capacità di fermarsi, come lo stesso essere gentili.

venerdì 8 febbraio 2019

Farsi tenerezza

Accantonati i giorni in cui spaccherei il mondo e lo rimetterei arrogantemente a posto, mi godo quelli in cui sono fragile. Quelli in cui il corpo ti dice: eh no, scusa, non posso seguirti.

Te l'aveva sussurrato già, ma tu eri sorda. Allora, ti incavoli giusto una manciata di secondi, perché lentamente si fa strada come un senso di dolce resa.

Tutte le cose che dovevi fare, cadono magicamente, senza fare rumore. E ti rimane solo una sensazione di tenerezza nei tuoi confronti.

Ti guardi dentro, stupita, di quanto tu sia bella quando non riesci a fare qualcosa, se non la cosa più importante: vederti.

Farsi tenerezza, il giorno e la sera che si confondono al tuo sorriso.

venerdì 21 dicembre 2018

Momenti di umana vita

Sapessi separare le emozioni, non sarei qui.

Sto cercando di mettere ordine in una storia da scrivere, mentre devo ritirare le pizze per la famiglia: un messaggio maldestro, mi sto occupando di voi.

E quando le sto portando a casa, il gatto vi si avventa sopra. Il mio interlocutore ha un riso di tenerezza: questi sono momenti di vita umana.

Momenti di vita umana, grazie a bestiole più cocciute di me.

Momenti di umana vita. 

Sapessi separare le emozioni, sarei proprio qui.

giovedì 13 dicembre 2018

Notte e voi nella mia vita

Ogni tanto provo, non dico a dimenticare, ma a congelare i pensieri per tenere duro. A dire, Rossella O'Hara maldestra: ci penserò più tardi. E a tirare avanti.

Ma basta un anniversario. O un messaggio di una persona, che non vedi da moltissimi anni eppure hai ritrovato in qualche modo. E ti ricorda: guarda che in comune abbiamo il ricordo di lui.

Chissà cos'è il ricordo, forse questa fitta che ti strazia, per una raffica di minuti, prima di cacciarla via.

O forse questo sorriso che si schiude sul mio volto, pensando che due persone vedono il volto di una terza cara, che è volata via troppo presto.

Persone che nella mia vita sono state. E ancora sono, perché mi fanno sentire più vera di tanti volti vuoti che balenano attorno, come luminarie piazzate per contratto.

Notte e voi nella mia vita

martedì 11 dicembre 2018

I messaggi solo la sera (e la vita tutto il giorno)

Di recente mi sono trovata in balìa del destino per un piccolo problema e per una persona troppo occupata per svolgere (con me) il suo lavoro. Grazie al cielo un'altra mi ha soccorsa.

Una donna gentile, alla quale avevo scritto un whatsapp, per timore di irrompere con una chiamata.

Mentre mi aiuta, mi chiede scusa per il ritardo nella risposta, che a me risultava pure simpatico (adesso che il problema era risolto, va bene), visto che non sono un'affezionata di questo social, a partire dai gruppi se non strettamente e saggiamente operativi.

Poi lei mi confida: i messaggi, mi sono ripromessa di guardarli solo la sera.

Io ora lo osservo con pura ammirazione.

I messaggi, solo la sera. E la vita tutto il giorno.

giovedì 6 dicembre 2018

Notte e buon viaggio "best mother in the world" (ciao Flora)

Ci sono mamme che conosci da sempre, anche se le loro vite, non le hai nemmeno sfiorate. Quando ero piccola e Kiss-fanatica, avevo studiato come da contratto ogni dettaglio sulla vita dei miei beniamini e delle loro famiglie.

Come di Flora, la mamma di Gene Simmons, che in queste ore è volata via, a 92 anni. Da giovane la immagino fragile e fiera. Fragile, nel campo di concentramento in cui l'aveva mandata la follia umana.

Vince la vita
vince l'amore

E poi la vedo fiorire, come il suo nome mi evoca, in Israele. Andarsene, con il suo bimbo, in un Paese di cui non conosce la lingua. E quando sente urlare un poliziotto all'ingresso in America, istintivamente mostra la pelle tatuata.

Ma Flora è forte e orgogliosa. Sa cucire, i bottoni, l'affetto, la vita. Oggi se ne va via e Gene Simmons la saluta nel modo più vero, senza addii o arrivederci, perché sappiamo tutti dove andiamo, speriamo tutti di sapere dove ci ritroveremo.

Bastano poche parole: the best mother in the world. La mamma migliore del mondo, quella che sa cucire ogni oltre ferita della vita e dell'umanità, per sorridere ancora.

Notte e buon viaggio, mamma migliore del mondo (ciao Flora).

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