In questo periodo mi è mancato anche di più del fiume e del caffè, le uniche astinenze che ho potuto ufficialmente estrarre dal cassetto.
Questa mattina mi è apparso un lampo di quelli che durano e avvolgono sciogliendo il dolore in consapevolezza.
Quello che mi è mancato, è ciò che mi sono tolta e che ho tolto prima. Prima che si scatenasse questo pandemonio, e ci lasciasse tutti spaventati ed esposti.
Mi è venuto in mente, attraversando questa strana giornata, in cui sono tornata in auto per lavoro, ho incontrato persone che cercavano di impostare questa "fase 2" in azienda, donne per lo più e questo mi ha caricata ulteriormente. Poi rientrando con una stanchezza strana, di chi non era più abituato a girare, i miei occhi si sono posati su una casa magica. Dove abitavano due saggi.
Non voglio soltanto fustigarmi, poiché sono contenta di aver trovato periodicamente il tempo per andarli a visitare, fare gli auguri o scambiare un saluto in una giornata estiva. Tuttavia, avevo sempre l'orologio in mano e sempre dovevo andare da un'altra parte.
Adesso, per due mesi, questo bizzarro contrappasso: non sono potuta andare da nessuna parte. Mi sono fermata, ciò che avrei dovuto fare - in maniera differente - prima.
In quelle visite mordi e fuggi, avevo pur ascoltato storie immense: lei - con la sua eleganza che non allontanava - mi apriva porte sulle mie radici, lui con una voce meravigliosa conduceva in episodi che confinavano e confluivano nella storia.
Ma non l'ho fatto abbastanza. Non avevo mai abbastanza tempo.
Tempi contingentati: quest'ultimo aggettivo acquista un senso così diverso ora. Ma prima, i tempi, gli spazi, gli accessi alla nostra vita li contingentavamo, limitavamo noi? Io, senz'altro.
Quello che mi è mancato, è prima... E anche se sembra perduto, mi dico di no: che posso recuperarlo, nel futuro. Fermandomi mezz'ora di più ad ascoltare qualcuno e me stessa: anche se l'orologio e l'agenda mi urlano che non posso.
A proposito, l'agenda nuova e bellissima, non la uso più. Per ora. Ma quando la riprenderò in mano, proverò a far sì che lei non usi me.
Appunti di Viaggio di Marilena Lualdi Nature, music and doubts Apri un cassetto e trova un angolo di bellezza e riflessione. Qui puoi fermarti, respirare e riscoprire il senso profondo delle piccole cose
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lunedì 4 maggio 2020
martedì 26 settembre 2017
Quello che ti toglie l'abitudine (dell'orologio e della natura umana)
Ho trascorso gli ultimi dieci anni senza l'orologio. Mi sentivo vagamente in colpa (ti pareva, sussurra la mia amica Arguta Paffuta, che finge di non notare la mia metamorfosi) pensando all'emozione del primo orologio, quello della cresima.
Mi ricordo ancora l'ingresso nel negozio con papà, l'ufficialità dell'evento e i brividi di orgoglio.
Nel giro di una quindicina d'anni tutto stava per cambiare. Poi sul mio polso gli orologi impazzivano, si sfilavano facilmente, insomma diventavano insopportabili.
Entrai nell'era dei cellulari che ringraziai per avermi sottratta all'obbligo di usarli: tanto l'ora, la trovavo dappertutto.
Finché ho capito che non era proprio così, che a volte arrivavo tardi per non offrire la brutta immagine di consultare il cellulare a caccia dell'ora esatta. E aspettando di restaurare un orologio a me caro, durante un raro tour dello shopping ne ho conquistato uno alla modica cifra di dieci euro.
Ero molto fiera della mia efficienza, ma ben presto mi sono dovuta ricredere. Perché c'è un altro problema.
Non lo consulto affatto. Spesso, ancora vago alla ricerca del display del cellulare, o accendo la tv, o ancora nei momenti disperati alzo lo sguardo per trovare un provvidenziale campanile.
Non mi ricordo di avere l'orologio e non lo uso, perché sono abituata a non averlo. Chiamiamola abitudine, forse persino esperienza. Ci vorrà un po' prima che io mi renda conto di avere l'ora a portata di sguardo, addosso a me.
Ma intanto, da filosofa, penso a tutto quello che mi toglie l'abitudine, senza che io me ne renda conto. A quanto abbiamo e non sfruttiamo, nel senso benevolo del termine.
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