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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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lunedì 11 maggio 2020

Adesso che ti ho salutato (sono contento)

Squilla il telefono, lo so che non si dice più così: urla la sua canzone rock di turno. Ma chi mi chiama, ha un ritmo più scatenato nel sangue.

Un mio giovane amico, perché ha superato gli ottanta, ma mica sarà vero. Questa quarantena lo sta facendo dannare, lui che era sempre in giro, spesso sulla sua bicicletta, e che maturava continue idee per tenere in movimento sé e il mondo. Gli chiedo: «Adesso esci qualche volta?»

- No, perché non mi piace uscire, in quel modo lì.

In quel modo lì: con mascherina, a distanza. Allora che cosa fa, questo ragazzino scatenato?

 - Io telefono. Ascolto, parlo con le persone. Vedi, adesso che ti ho salutato sono contento.

Mi sento in colpa delle volte in cui avrei voluto chiamarlo io, e poi la telefonata improvvisa, la rogna di turno, poi era troppo tardi. Con un sospiro, penso anche a chi non mi risponde e poi il tempo di richiamarmi, sembra non trovarlo mai. Ma mi scopro a riflettere che davvero Dio scrive dritto sulle righe storte, anche nei quaderni semplici come questi piccoli, indispensabili momenti.

Almeno lui mi ha chiamato e mi ha detto queste parole che porto tenacemente nel cuore.

Adesso che ti ho salutato, sono contento.

lunedì 4 maggio 2020

Sempre da un'altra parte

In questo periodo mi è mancato anche di più del fiume e del caffè, le uniche astinenze che ho potuto ufficialmente estrarre dal cassetto.

Questa mattina mi è apparso un lampo di quelli che durano e avvolgono sciogliendo il dolore in consapevolezza.

Quello che mi è mancato, è ciò che mi sono tolta e che ho tolto prima. Prima che si scatenasse questo pandemonio, e ci lasciasse tutti spaventati ed esposti.

Mi è venuto in mente, attraversando questa strana giornata, in cui sono tornata in auto per lavoro, ho incontrato persone che cercavano di impostare questa "fase 2" in azienda, donne per lo più e questo mi ha caricata ulteriormente. Poi rientrando con una stanchezza strana, di chi non era più abituato a girare, i miei occhi si sono posati su una casa magica. Dove abitavano due saggi.

Non voglio soltanto fustigarmi, poiché sono contenta di aver trovato periodicamente il tempo per andarli a visitare, fare gli auguri o scambiare un saluto in una giornata estiva. Tuttavia, avevo sempre l'orologio in mano e sempre dovevo andare da un'altra parte.

Adesso, per due mesi, questo bizzarro contrappasso: non sono potuta andare da nessuna parte. Mi sono fermata, ciò che avrei dovuto fare - in maniera differente - prima.

In quelle visite mordi e fuggi, avevo pur ascoltato storie immense: lei - con la sua eleganza che non allontanava - mi apriva porte sulle mie radici, lui con una voce meravigliosa conduceva in episodi che confinavano e confluivano nella storia.

Ma non l'ho fatto abbastanza. Non avevo mai abbastanza tempo.

Tempi contingentati: quest'ultimo aggettivo acquista un senso così diverso ora. Ma prima, i tempi, gli spazi, gli accessi alla nostra vita li contingentavamo, limitavamo noi? Io, senz'altro.

Quello che mi è mancato, è prima... E anche se sembra perduto, mi dico di no: che posso recuperarlo, nel futuro. Fermandomi mezz'ora di più ad ascoltare qualcuno e me stessa: anche se l'orologio e l'agenda mi urlano che non posso.

A proposito, l'agenda nuova e bellissima, non la uso più. Per ora. Ma quando la riprenderò in mano, proverò a far sì che lei non usi me.

domenica 3 maggio 2020

Il mondo si sincera

Nuovi colori dipingono Assisi, e non ho occhi per afferrarli tutti. Di passo in passo, cede alla primavera e io penso di poter fare concessioni a mia volta.

La giacca che tenacemente indosso all'alba e la notte, può rintanarsi a riposare. Sta iniziando la fase 2, ma non posso ancora guardare lontano. Mi aiuta chi condivide la sua primavera.

L'amico dall'Umbria si sincera che stiamo bene, da loro il contagio sta scappando. E anche più vicino dal lago di Como, mi viene suggerito con le immagini che si respira una nuova pacatezza.

Il mondo si sincera su come stai. Tu, ti sinceri che esista ancora il mondo, mentre compi i primi passi fuori.



Quello che metto da parte per raccontarti

Che non ci sia alcuna Liberazione, casomai un'assunzione di impegno, come quando cerchiamo di diventare adulti, mi viene confermato dalla frase di un amico.

Uno di coloro che mi hanno permesso di arrivare fin qui, tenace tra gli sbandamenti. Oggi al telefono mi diceva che a volte pensa a qualcosa e osserva dentro di sé: questo, lo devo raccontare a Marilena quando la vedrò.

E ancora non possiamo vederci. Perché siamo amici, non congiunti, nonostante il filo che ci lega sia così stretto da tremare e sognare per l'altro.

Quello che metto da parte per raccontarti: mi appare come un tesoro, che nemmeno potrò sfiorare in questi giorni di Fase 2. Perché non è congiunto lui, come altre persone così care a me. E perché abbiamo paura: mica dobbiamo nascondercelo. Perché ciascuno di noi ha qualcuno da proteggere e temiamo di non compiere il gesto giusto.

Quello che metto da parte per raccontarti, guardandoti negli occhi, ha il sapore della libertà.

sabato 2 maggio 2020

Contròllati

Basterebbe spostare un accento per tornare liberi. Contròllati. Non danneggiare gli altri con una tua scelta, questa è la vera libertà.

Tieni la mascherina, come un sorriso negli occhi. Sono entrambi dei salvavita, in uno scenario dove incombono il nuovo virus e una disumanità di vecchia data.

Controllàti. Non è questione di farsi seguire, come in un film poliziesco. Controllàti, no.

Ma prendere in mano la nostra vita, per proteggere gli altri, ha un sapore dolcissimo. Forse, solo, ha un sapore rispetto all'anonimo gusto che abbiamo divorato troppo spesso.

mercoledì 29 aprile 2020

(non) ne so a metà. E anche meno

Come una forsennata, con una foga più forte della febbre, ho raccolto ogni indizio su questo virus. Le contraddizioni e le competizioni degli esperti mi facevano vacillare, ma poi tornavo in cerca di certezze.

Poi mi sono arenata, esaurita, ribellata. Quindi ho perso alcune puntate scientifiche rilevanti.

Tuttavia, quando ieri ho trovato il test sulla conoscenza effettiva del coronavirus, pubblicato su The Guardian, ho avvertito l'impulso di mettermi alla prova. Dai che forse prendo un bel voto e posso stare (più) tranquilla.

Invece, mi sono fermata a metà: 7 su 14. Al giornale britannico sono dei signori e l'hanno definito un risultato eccellente. Ma ho fatto i conti banali: ne so a metà. Anzi, meno perché in un paio di domande ho barato, o meglio tirato a indovinare.

Il quesito più seccante, tuttavia, è un altro. Dove ho risposto con sicurezza capace di sfociare nell'arroganza: la risposta reale era diversa e per un motivo semplice. Nel frattempo, gli scienziati avevano tratto una più fresca conclusione.

Insomma, ne so a metà, e anche meno. E anche meno posso parlarne.

martedì 28 aprile 2020

Ingiusto non abbracciarsi

Si può stare senza abbracci, parlano gli occhi, le risate soffocate dalla mascherina che per sicurezza copre anche le lacrime.

Quante persone abbracciamo davvero ogni giorno, quante di quelle che incontriamo lungo la nostra strada?

Mi nutro di questa razionalità a buon mercato, finché esco dalla chiesa e incontro un amico che invece si sta dirigendo lì. Ha grandi occhi buoni come sempre, ma sembrano ancora più puri sopra la mascherina: ha subìto un lutto insopportabile, ancora di più di questi tempi.

Nel porticato parliamo, a un metro di distanza e le parole mie sono così aride e raffazzonate che neanche me le ricordo. So solo che a un certo punto esclamo: è che dovrei abbracciarti, è impossibile e ingiusto non abbracciarsi.

Immersi in questo drammatico gioco di chi preserva chi, non ci muoviamo.

Quando ci separiamo, io lo sento ancora più forte: che è ingiusto non abbracciarsi.

Solo in quel momento ho compreso cosa significhi non poter dare un abbraccio, con la sua semplice immensità che copre il vuoto delle parole.

sabato 25 aprile 2020

Ancora troppa polvere

Quando ci pizzica l'aria fresca e cortese, restiamo immobili per invitarla al gioco. Il deserto si accentua la sera, le stesse stelle si ritraggono inghiottite da silenzio e lampioni incerti, ma noi siamo ancora qui a respirare oltre ogni barriera.

Dentro di noi risuona questa libertà, con il suo suono sincero. E potremmo pensare che resterà con noi.

Eppure questa musica ci racconta anche ciò che ci manca oppure che è in eccesso.

C'è ancora troppa polvere, sulle nostre vite. Troppa polvere da scuotere via, perché il vento non è sufficiente a spostarla. Perché tocca a noi, non solo alle graffiate della vita.

Ancora troppa polvere a cui sottrarsi, con un movimento o una decisione.

venerdì 24 aprile 2020

Fermi come i muri

Quei duecento metri di relativa libertà cambiano volto più di quanto si voglia ammettere, quando sono tutto il tuo spazio. Incredibile poi che a un tratto mi conquistino per un elemento di fissità.

I muri. I manifesti mi raccontano che qualcosa si è spezzato e ciò che ne rimane, sembra quasi guardarci, più spaesato di noi. Per la prima volta scorgo la locandina di un film che non avevo mai visto: a quanto pare, mi aspetta invano da due mesi. Concerti inesplosi, feste rimaste sospese, locandine elettorali.

Persino un manifesto funebre mi ricorda un'altra vita: quella in cui potevi dire addio.

Fermi, anche i muri.

Fermi come i muri, non vogliamo essere. Non lo voglio, davvero. 

martedì 14 aprile 2020

Colma il vento

Con meno vigore, ma si bisticcia in coda, imbronciati per un'attesa che non torna. Mi sposto dall'altro lato della strada, con la mascherina che non soffoca i pensieri. Ci pensa l'urlo di un'ambulanza e la tensione che avevo visto poco prima, mi appare com'è: un vuoto.

Così mi convinco ancora che sto attraversando un film e provo a correre via, solo che il set mi sembra immenso.

Per fortuna, arriva il vento e alza la voce. Riempie tutto, goffo e maestoso, con le sue contraddizioni. 

Colma il vento, questo vuoto di ragioni che abbiamo ancora a metterci in mostra, a discutere, a recitare. Strappa via, rabbioso, quei fogli sgualciti che erano copioni o liste della spesa: non una grande differenza.

Colma tutto, il vento, ma non la distanza dalla tua voce. 

mercoledì 8 aprile 2020

Stammi bene

A fatica hai assorbito le sofferenze dall'altra parte del mondo, dove tutto il male sembra cominciato, ed ecco sono già tue. Hai letto storie indescrivibili, se non in pennellate più maldestre di quando eri bambina, che ti seguono per una sorta di inerzia.

Poi quando pensi che ciò che hai sofferto sia un'ombra di quanto ti stanno narrando, si posa su di te una frase: stammi bene.

Scritta sussurrando su un messaggio, quasi un comando sospinto da una gentilezza che si può chiamare umanità.

Stammi bene, quello che tu non avevi osato dire ai tuoi amici in altre nazioni del mondo, che fino a poco tempo prima si preoccupavano per te e i tuoi cari: adesso il virus sta ferendo i loro Paesi.

Stammi bene, può dirlo solo chi è già passato nell'inferno e ha trovato un modo di sopravvivere. È nel futuro di chi è troppo piccolo per saperlo fare da solo, eppure traccia colori di speranza su fogli improvvisati in un mondo virtuale.

Stammi bene, l'ha detto proprio a me e forse è solo un modo di dire. Ma mi fa sentire che qualcuno non sta pensando a ciò che posso fare per lui, bensì a ciò che può fare per me.

Stammi bene, è la medicina in un'era malata di cui noi siamo i primi sintomi, finché si affaccia una frase cortese, che annulla le distanze nel pianeta quando pochi accanto a te ti sembrano vicino.

martedì 7 aprile 2020

L'umanità di una laurea a distanza

Mentre sto terminando un'intervista su tutt'altro argomento, apprendo che un giovane tra poche ore conquisterà la laurea magistrale. Una laurea strana, a distanza, come quelle che stanno avvenendo in questi giorni.  E niente abbracci nel luogo della "vittoria", strappata a suon di sacrifici, niente grido liberatorio in università, niente ritualità.

Sul finale della conversazione, uno di quei lampi rivelatori. Mi avvicino alla parete di una stanza e ripasso la data della mia laurea: 7 aprile di quei... due, tre anni fa.

Mi impressiona la coincidenza, eppure mi riporta anche molto, molto indietro: ovvero in un tempo di legami così differenti, dove ci si prendeva cura in tanti modi degli altri. E dove se uno nasceva rompiscatole tipo me lo era fino in fondo. Poi spiegherò perché. 


La sera prima, invece di studiare, ero a lavorare perché stavano affluendo i dati delle elezioni parlamentari del 1992. Quelle che hanno portato anche un caro e sfortunato amico (si dice galantuomo, mi rimprovera lui, come il tempo) a Roma, tra l'altro. Ad un tratto, dalla sala dove scorrevano i risultati, fui chiamata in segreteria per una telefonata.

Era la redazione, che mi riportava la strigliata del direttore Mino Durand: «Cosa? Marilena è ancora in Comune? Ma domani si laurea, quella disgraziata, ditele di tornare a casa». Questo è il volere (il) bene, che rifugge dallo spremere le persone.

Obbedii a rilento e il giorno dopo andai all'Università Cattolica,  con i miei genitori, perché avevo dissuaso tutti gli amici. Anzi, all'ultimo, la rompiballe chiede anche ai suoi di non entrare, perché era nervosa. Si infilò dentro solo un compagno di corso, fu accettata una studentessa che doveva laurearsi con una tesi in Sociologia della religione nei giorni a venire, quindi chiedeva di testare come funzionasse.

Insomma, la mia fu una laurea a distanza, in un certo senso, così come ho sempre detestato suonare in pubblico (e volevo entrare in un gruppo rock), gli esami preferivo gustarmeli in solitudine.

Poi esplose l'abbraccio, ci fermammo in un caffè con mamma e papà e li portai fuori a cena. Era tutto semplice, una tappa per cominciare qualcosa di nuovo. Me lo racconta anche questa fotografia, dove sembro lasciarmi alle spalle una vita per un'altra.

Oggi una laurea a distanza significa però che magari non sei bastardo come me e i tuoi genitori, i tuoi amici, possono comunque seguire. E che senti anche l'onere di attraversare un periodo drammatico con il fuoco di volerlo battere e consumare.

Non siamo mai distanti, mai vicini veramente, se non lo vogliamo. Ma possiamo sempre lasciarci alle spalle una vita per un'altra. Possiamo sempre cominciare qualcosa.

lunedì 6 aprile 2020

Il grido del dottore

In coda, o anche solo all'esterno dei negozi scopri l'imbarazzo dell'umanità. Il padre a volto scoperto con bimbo a fianco, che chiede al panettiere perché i guanti fuori:

- Signore, c'è l'ordinanza...

E lui arraffa i guanti e fugge.

Fuori dalla farmacia, qualcuno fa lo sbruffone, più o meno consapevolmente. Ma in coda, c'è anche un dottore che mi stava raccontando dei tormenti quotidiani. Al comportamento scorretto delle persone in fila, sbotta e scende dal marciapiede.

Ricorda tutti i colleghi morti e noi dovremmo pensare che si sta preoccupando per se stesso, se fossimo stolti abbastanza.

Invece, sento un solo grido: ho i miei pazienti da assistere!

Mi viene in mente una lettera, che - come mi ha indicato il mio collega - ha firme coraggiose e un nome assente, che mi ricorda la pienezza di piazza San Pietro con il percorso fiducioso di Papa Francesco.

Il grido del dottore, è quello che dovremmo lanciare tutti.

domenica 5 aprile 2020

La (ex) prima boccata d’aria fresca

Con uno sghignazzamento generale (così interpreto il vociare più vivace dei merli) cammino nella mia alba. Ieri per la prima volta ho dovuto rinunciare al sapore unico della prima boccata d’aria fresca.

Indossavo sempre la mascherina, tranne all’alba che è l’ora del distanziamento sociale per eccellenza. Al massimo vedevo la cagnolina che da sempre si strilla con la mia, quindi la lontananza è d’obbligo per non svegliare l’isolato (che parola sintomatica di questi tempi).

Oppure c’è il signore che fuma sul balcone e lui, non l’ho mai visto a distanza ravvicinata da quando si è trasferito lì. Lì, intendo nella casa e anche un po’ sul balcone, perché è il primo al quale ho augurato buon anno nella prima alba del 2020, tra sbuffi di sigaretta.

La prima boccata d’aria fresca è un test di vita straordinario, un bacio di libertà scambiato, e oggi mi pesa un po’ di più la rinuncia, perché mi sembra che la maschera abbia ancora il profumo di amuchina.

Pazienza, e voi merli sghignazzate pure a questi umani. Infatti uno viene da vicino a osservare, creatura minuscola e libera, due aggettivi che forse devono stare abbracciati.

giovedì 2 aprile 2020

Ognuno conosce qualcuno

Ognuno conosce qualcuno: questa frase, l'avevo già sentita.  In Israele, nel 2001, perché ognuno conosceva qualcuno che aveva perso un suo caro in un attentato.

E non metto muri e confini, perché una vita è una vita e basta. Accadeva per la violenza senza fine e perché è una terra piccola.

Solo che adesso la vedo stampata lì, sul New York Times, quella frase.

Everyone knows someone.

Non mi sembra più vera, perché ce l'avevo già impressa nel cuore, eppure mi trasmette la forza dello sguardo rivelatore di un bambino. Questo virus che attraversa tutte le vite, perché ognuno - anche colui che nella sua sfera più intima è scampato - conosce qualcuno che ne è ferito. È come se fossimo diventati una terra minuscola, un villaggio dove tutti siamo raccolti in attesa di un abbraccio che non può arrivare.

martedì 31 marzo 2020

È Qualcos’altro

Siamo riusciti a insinuarci in qualcos’altro alla tv, ieri sera. Un varco tra il vociare sul virus, la mente che scivola goffamente.

Mentre la notte si sta vestendo per andare via, cerco di pensare a cosa ho visto e avverto un vuoto. Poi mi scuoto: ma era Harry Potter, e mica una pagina qualsiasi ammesso che essa esista. Era quello squarcio finale, a cui non volevo credere, perché Snape era stato fin dall’inizio un personaggio accattivante per me, fino alla tentazione di crederlo dalla parte dei buoni. Ricordo il senso di sospensione fino al successivo romanzo, che con la sua sferzata di dolore mi ha consolata attraverso la certezza di aver intuito il bene.


Ecco, stamattina tutto ciò per qualche istante era scomparso. Era semplicemente qualcos’altro, qualcosa che ci aveva portato via da un periodo atroce e da un giorno di ennesima lotta contro il male. 

Diventava così Qualcos’altro: la certezza che se si è potuto intuire il bene in mezzo a tanto, doloroso sconquasso, esso riaffiorerà. 

Qualcos’altro a cui pensare, forse l’unica cosa che conta.

domenica 29 marzo 2020

Come quando non volevo uscire

Il martellare della pioggia e del vento mi portano ad attraversare le mie vite. Come tutte le volte in cui non volevo uscire.

Perché c’era la tempesta imperfetta, fuori. E più spesso una furiosa dentro. Perché c’era Twin Peaks e  registrarlo non era la medesima cosa. Perché quel pomeriggio di sole o quella sera festaiola solo la musica avrebbe potuto curarmi. Perché a quelle serate in pizzeria si indossavano maschere più ingombranti di quelle attuali.

Sometimes I need some time on my own 

Quando non volevo uscire, sulla tela delle mie ragioni si disegnavano ottime ragioni.

Come quando non volevo uscire, e non sono tanto sicura di volerlo fare ora o poi.

sabato 28 marzo 2020

Funamboli divisi

Questa alba dissolta nell’ora legale è confusa e si veste affrettatamente di grigio.

Più che le sentinelle l’aurora, aspettavamo.

Oggi è il giorno in cui Gesù resuscita l’amico Lazzaro, eppure quello che mi resta irrimediabilmente impresso è che sia scoppiato in pianto.

Solo chi ha ali attraversa questo principio di mattina. E se si ferma, tutto diventa umano per un attimo. Due piccioni su un filo dialogano o bisticciano: chi lo sa. Un colpo d’ali, un grido, una rivendicazione.

Mi sembra che stiano facendo il verso a noi, presunti padroni sulla Terra e ora dichiaratamente impotenti. Funamboli divisi, per un filo, siamo noi, mentre potremmo volare.

Le stelle negli occhi

Conosco troppe persone. Me lo ripeto, quando apprendo di un'altra croce sulla strada di questo virus che chiamiamo maledetto per prenderlo a pugni, in qualche modo.

Conosco troppe persone, è chiaro che la statistica mi inchiodi al dolore. Chi sta lottando, chi ha lottato e non lo fa più, non può: tutti sfilano implacabili nella testa. Ma anche chi non ho incontrato affatto, il familiare o l'amico dell'amico. E infine, non posso ignorare coloro che non ho conosciuto per niente e che i giornali mi offrono, abbracciati alla loro storia.

Conosco troppe persone. Agito la statistica, per allontanare questo bruciore all'anima.

In questi giorni, un uomo con il quale stavo parlando a un certo punto ha pianto: stava bene, ma doveva chiudere la sua azienda e aveva paura, come i suoi operai. Mi sentivo una giornalista dissennata, come se avessi frugato nella sua vita con quelle domande invasive che tanto ci dannano.

Ho provato a consolarlo, ma la voce mancava anche a me.

E poi arrivi qui, al bivio di un sabato smarrito. Ti dicono che un lottatore non ce l'ha fatta. Così lo descrivono e io ci credo.

L'ho conosciuto cinque mesi fa, in una delle mie giornate pazze che mi fanno viaggiare tra le storie. Mi mostrò tutto quello che aveva realizzato nella sua attività, ma c'era qualcosa che gli premeva di più raccontarmi: i suoi progetti. Quello che aveva fatto, lo deliziava e non gli bastava. Mentre parlava del futuro, aveva le stelle negli occhi.

E questo penso, da bambina: che chi ha le stelle negli occhi, chi arde per realizzare un futuro per sé e per gli altri, dovrebbe avere degli anticorpi, capaci di sconfiggere qualsiasi nemico. Anche un virus, che invece delle stelle negli occhi se ne frega.

Piccoli riti e una battuta

I piccoli riti vanno mantenuti, come promesse da sussurrare nel tempo. Una torta speciale, creata dal Lele e immortalata con la sua data, per l’anniversario di nozze.

Vi accosto la vostra foto, quel 28 marzo 1967. Mamma bellissima ed esile, tu che non mascheri la tensione con un sorriso birbante: ma quando finisce la cerimonia di nozze?

Fossi qui oggi, papà, saresti preoccupato, tantissimo per noi. Ma lotteresti a modo tuo per nasconderlo; con una battuta a mamma.

- Ti lamenti che devo restare a casa e io dal 1967 sono recluso con te.

Piccoli riti e una battuta, per vivere oltre la paura.