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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

giovedì 5 agosto 2021

Danzando con le foglie




Prende forma un istante in cui sei talmente ricco, perché non hai nulla. Staccato e spogliato da tutto, ti si spalanca l'universo davanti e cerca una voce. La trova, nella danza delle foglie.

Un movimento sottile e sincero, che poi prende confidenza insieme alla brezza e si trasforma in una musica.

L'aria riempie ogni spazio di esitazione e mordicchia le foglie di ciascuna pianta, come per solleticare una reazione. Così ti ritrovi non solo ad ascoltare, bensì a danzare con loro: un corpo di ballo che non possiede nulla, se non la voglia di vivere quest'estate.

LA DANZA



martedì 3 agosto 2021

Non lasciarti distrarre


Una volta fuggivo lontano da voi, adesso non vi accarezzo ma vi vengo vicino, attirata dal vostro ronzio.
Ladies at work, mi viene da tracciare questo cartello nell'aria.

Creature che stanno lavorando, ma è più corretto affermare che stiano vivendo. Nella maniera più autentica, permettendo agli altri di vivere. Gli altri... che si sono abituati al loro ronzio e pensano che sia così scontato. Bah: normale, sì, non scontato.

Mi voglio fermare anche da loro dopo il bruco danzatore e il loro brusio si trasforma in un battito di ali che mi sfiora: vacillo solo un poco, giuro, mentre tornano al loro lavoro. In fondo, quello che mi piace tantissimo è vedere come non si lascino distrarre, da un'umana un po' goffa con uno strano aggeggio in mano.

Non lasciarti distrarre, Malu, c'è da vivere.

 

lunedì 2 agosto 2021

Curiosamente lenti



Corriamo di gioia, finché dobbiamo arrestarci di fronte a un movimento lento e curioso.  Uno spettacolo così dolce, che ci inchioda. 

C'è lo stupore che danza, nell'aria: piccoli occhi curiosi frugano con la dolcezza di un corpo verde lucente, che nel bosco si confonde. Si è calato da un ramo o forse dal cielo, il bruco (ma avrà un nome più spettacolare, uno da star) ma noi lo osserviamo con rispetto.

Chissà che se noi, che sembriamo sempre correre, ad altri appariamo così: uno stupore che danza nell'aria, diluito in un tempo più grande, la vita della terra oltre l'umanità e i nostri lievi e poco influenti respiri.

Chissà chi è più curiosamente lento, tra di noi. Chi ha curiosità e curiosità attira, attorno a sé.

sabato 31 luglio 2021

Dialoghi reali - Oltre il mio controllo (sconosciuti fratelli)

 A caccia di un parcheggio, blandamente, rallento per far attraversare uno sconosciuto. Il tempo di guardarlo meglio e non posso farne a meno: è oltre il mio controllo.

Riparto, con lentezza, abbasso il finestrino e lo chiamo.

- Signore! 

- Sì?

- Lei è un mito. 

Indeciso se potersi prendere rapidamente questo attributo oppure ritenere che il caldo mi stia colpendo, l'uomo chiede: «Perché?».

Io neanche rispondo, a voce. Indico la sua maglietta: Kiss, la copertina di Dynasty, 1979.

Non c'è più bisogno di parole, né di maschere. Lui mi risponde con il segno del pollice.

Riparto, serena. Gli sconosciuti fanno in fretta a diventare fratelli, grazie rock.

venerdì 30 luglio 2021

La prima firma e l'ultima lettura (addio, Gigi)

- Ciao, ho qui il tuo contratto articolo 1: vieni a Varese a firmarlo?

La voce del mio direttore di allora: la sento ancora nitida nelle orecchie, al telefono. Uno di quei telefoni massicci, oggi da museo, ma mi appariva la tecnologia del futuro in quel momento. Con l'incedere del tempo, tuttavia, la voce di Gigi Gervasutti mi è rimasta dentro per un'altra ragione.

Era stato un anno non facile, in cui mi misuravo con il mondo da poco più che ventenne, tra euforia e disillusioni. Offrendomi quel contratto alla Prealpina, dove stavo crescendo da tre anni, Gervasutti insomma mi porgeva il mondo e ringrazierò sempre lui, come Roberto Ferrario. Le meravigliose persone che ho avuto modo di conoscere in quegli anni, umanamente e professionalmente grazie a Gigi: una su tutte, Nicoletta, la mia cara Thelma, e il suo Gianluca.

Ora, baldanzosa io dico «Gigi», ma nei miei primi dieci anni di lavoro non sono mai riuscita ad applicare la regola giornalistica del tu ai miei superiori e ciò ha rafforzato affetto e stima. Adesso glielo sussurro, perché lui non c'è più.

Eppure c'è. Perché Gervasutti parlava poco, ma c'era sempre, e soprattutto quando doveva. Una volta, un politico che aveva tanto potere da non esserne sazio, gli mandò un plico con una serie di miei articoli sottolineati con diversi colori: una richiesta variopinta della mia testa. Io non vidi quella scena, ma da qualche pennellata che sfuggì, oggi me la immagino così: aperta la busta, sguardo fugace, scuotimento di testa, sbuffare rapido o forse neanche quello, busta recapitata nel cestino. 

La sua voce, però, mi ha lasciato un segno più profondo in un'altra circostanza. Parlava a un incontro pubblico, Gervasutti e del nostro mestiere. Affrontava il tema  con rispetto, realismo e senza mai sminuire nessuno o usando luoghi comuni. In quell'occasione raccomandò agli aspiranti giornalisti: «Date sempre un'altra lettura, un'ultima e cambiate una parola che avete scritto, più banale, generica, con un'altra». Ad esempio: avevo battuto in questo cassetto,  "disse agli aspiranti giornalisti" e ho sostituito con "raccomandò". 

Da allora, non posso affermare sempre, nella corsa perenne, ma spesso do un'ultima lettura a un articolo, a una frase di un libro che sto scrivendo, a qualcosa che consegno agli altri o a me stessa con questo scopo: mi serve a rimpiazzare una parola, che è troppo generica, banale.

(anche) questo mi ha consegnato Gervasutti. La prima firma e l'ultima lettura: così resterai con me.

"Mandi", Gigi. 

domenica 25 luglio 2021

Niente quanto l'odore della pioggia della collina


 Ho ancora negli occhi le variazioni sul tema delle ortensie e la sensazione sotto le dita pensierose. Sento l'erba sotto i piedi che sembra voler giocare, quanto me. Il cinguettio insistente di chi vuole assolutamente vivere. 

Tutto mi manca della mia collina, eppure niente quanto l'odore della pioggia. Quando esco sotto scrosci di vento e acqua della città, il cielo imbronciato più per dovere, a meno che si incavoli davvero, c'è quell'aroma umido che mi porta lontano. O meglio, più vicino a cosa conta.

Allora, darei molto per camminare là, incerta se non apertamente tremante. Ma così felice da non accorgermi delle mie paure, respirando profondamente l'odore della pioggia della collina.

sabato 24 luglio 2021

Le parole alle donne che non dicono tutto. O troppo

Non tollero e non tollererò più le parole rivolte alle donne che hanno subìto una violenza, di diverse forme, e non dico livelli. Perché non ci sono livelli: ci sono un dolore, un'angoscia, un'incredulità che ti restano addosso, per sempre, quando un uomo alza le mani. E un senso di colpa: quello che cercano di trasmetterti con alcune espressioni.

Quelle che minimizzano, quelle che scherzano, quelle che ammiccano, quelle che ci girano attorno.

Non c'è niente da girare attorno. Non c'è niente da scherzare.

«Il tuo amico...».  Chi alza le mani su di me, non è mio amico.

«Se ci sono problemi tra voi...». No, io non ho problemi. Io non sono un problema. Rinfrescatina di memoria: il problema è l'uomo violento. Il problema sono quelli che non lo capiscono o fingono di non farlo.

Ci sono parole, sguardi, espressioni, gesti che sono bastardi. Complici delle violenze. Non dicono tutto, ma in realtà rivelano anche troppo: che per troppi, ancora, uno schiaffo alla donna non è una violenza. Non sanno che spesso dietro, dopo uno schiaffo la violenza continua, magari cercando di fare terra bruciata in altri modi. Non sanno che dopo uno schiaffo, quando quella persona ti si avvicina come se niente fosse, tu senti il sudore sulla pelle, la nausea che ti afferra lo stomaco, uno stordimento come se ti obbligassero a rivivere quel film ancora, e ancora. 

Anche quando il mostro che hai davanti, ormai lo vedi com'è: vuoto. Non ti fa più paura. Ma ti fanno paura gli uomini - e le donne - che minimizzano, scherzano, ci girano attorno. Quelli sì. Perché sono complici delle violenze che accadranno e perché sono complici della paura che avranno le donne di denunciare.

Perché sono complici e basta.

Mi scorrono lontano, perché io adesso so cosa fare, se uno alza le mani. Ma intanto, in questo mondo assurdo pieno di giornate antiviolenza - in cui parlano tutti, a volte anche qualche carnefice e una platea di complici - io mi sento proprio libera.

Canticchiando con il mio vecchio amico, Umberto Tozzi.

«Così libero di essere sincero, se mi va un po' un po' eh no...».

Eh sì, Umberto, mi va, moltissimo.

E dico che no, non tollero più.