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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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sabato 24 luglio 2021

Le parole alle donne che non dicono tutto. O troppo

Non tollero e non tollererò più le parole rivolte alle donne che hanno subìto una violenza, di diverse forme, e non dico livelli. Perché non ci sono livelli: ci sono un dolore, un'angoscia, un'incredulità che ti restano addosso, per sempre, quando un uomo alza le mani. E un senso di colpa: quello che cercano di trasmetterti con alcune espressioni.

Quelle che minimizzano, quelle che scherzano, quelle che ammiccano, quelle che ci girano attorno.

Non c'è niente da girare attorno. Non c'è niente da scherzare.

«Il tuo amico...».  Chi alza le mani su di me, non è mio amico.

«Se ci sono problemi tra voi...». No, io non ho problemi. Io non sono un problema. Rinfrescatina di memoria: il problema è l'uomo violento. Il problema sono quelli che non lo capiscono o fingono di non farlo.

Ci sono parole, sguardi, espressioni, gesti che sono bastardi. Complici delle violenze. Non dicono tutto, ma in realtà rivelano anche troppo: che per troppi, ancora, uno schiaffo alla donna non è una violenza. Non sanno che spesso dietro, dopo uno schiaffo la violenza continua, magari cercando di fare terra bruciata in altri modi. Non sanno che dopo uno schiaffo, quando quella persona ti si avvicina come se niente fosse, tu senti il sudore sulla pelle, la nausea che ti afferra lo stomaco, uno stordimento come se ti obbligassero a rivivere quel film ancora, e ancora. 

Anche quando il mostro che hai davanti, ormai lo vedi com'è: vuoto. Non ti fa più paura. Ma ti fanno paura gli uomini - e le donne - che minimizzano, scherzano, ci girano attorno. Quelli sì. Perché sono complici delle violenze che accadranno e perché sono complici della paura che avranno le donne di denunciare.

Perché sono complici e basta.

Mi scorrono lontano, perché io adesso so cosa fare, se uno alza le mani. Ma intanto, in questo mondo assurdo pieno di giornate antiviolenza - in cui parlano tutti, a volte anche qualche carnefice e una platea di complici - io mi sento proprio libera.

Canticchiando con il mio vecchio amico, Umberto Tozzi.

«Così libero di essere sincero, se mi va un po' un po' eh no...».

Eh sì, Umberto, mi va, moltissimo.

E dico che no, non tollero più.

martedì 24 novembre 2020

Quello che ti diranno (la paura è loro)

Sono cresciuta tanto timida quanto spavalda, i miei primi regali tangibili furono una chitarrina elettrica e un’automobilina con cui sfrecciare sul terrazzo. Con la prima urlai versioni strillate di “Pensiero” che mio padre registrò orgogliosamente. Fu lui ad affidarmi un altro pilastro di vita come primo disco: “Io vagabondo”.

Ci ha provato, a dirmi: tu sei donna, meglio che fai così e così. Ma quando la situazione gli è sfuggita di mano, non ha fatto molto per riprendersela. Aveva, anche in famiglia, la consapevolezza di donne rocciose di cui mi ha parlato molto più insistentemente delle altre figure.

Sono cresciuta così, con un'incoscienza preziosa. Solo più tardi mi sono scontrata con onde sempre più alte, alimentate da tanti uomini (e anche qualche donna), resi testardi da un solido alleato.

Ho imparato qualcosa, anche a livello linguistico, perché le parole sono preludio delle azioni o meglio azioni stesse. Lo ripercorro e sento addosso a me quello che è accaduto anche a tante altre.

Tu sarai coraggiosa: ti diranno che sei isterica.

Se tu ti emozioni, ti diranno che sei fragile.

Quando ti affideranno un compito inaspettatamente, ti potranno dire: perché serve la sensibilità di una donna.

Te ne diranno tante e arriveranno a fartene di più. Qualcuno arriverà ad alzare le mani e cercherà incredibilmente di farti  sentire in colpa. Se non chinerai il capo, potrà sforzarsi di farti terra bruciata attorno e peggio ancora. E il male che potranno procurarti, sarà immenso. Sempre per la loro solida alleata.

La paura. Ti faranno che diranno tutto questo perché hanno paura: la sentono massicciamente e si mascherano da supereroi, si acconciano da duri, pensano che tutto questo sia da "uomini". Ma non sono uomini, no davvero. Sono dei fifoni, incapaci di esistere se non schiacciando gli altri.
 
L'importante è non sentirla noi, la paura (o meglio sconfiggerla, perché non ce ne vergogniamo) fin da quando iniziano le parole. 

Quello che ci diranno, faranno, possiamo combatterlo, sempre. Non sempre fermarli, è vero, ma non diventare come loro, sì. 

lunedì 28 ottobre 2019

Sii uomo (a chi)

Sii uomo. Mi ricordo ancora quella frase rivolta in tono tutt'altro che imperioso da mio padre, la prima volta che mi trovai in ospedale. Io rintracciai dentro di me la voglia di ridere: «Se fossi uomo, non sarei in questo reparto». 

E noi abbiamo riso come ragazzini, né uomo né donna. Due persone, fragili e testarde. Padre e figlia, senza barriere innalzate da luoghi comuni.

Sii uomo. Quante volte l'ho sentito dire a una donna, anzi neanche tanto scandire a voce alta, ma sussurrare.

Perché ai miei occhi sii uomo è una frase ontologicamente infondata. Sii uomo, ovvero abbi coraggio.

Sii uomo, a chi. Quanti uomini hanno la forza di dire ciò che pensano. Di pagare per ciò che fanno. Di mostrare le loro ferite senza vergognarsene. 

Quanti commettono una scorrettezza e ficcano la testa sotto la sabbia. Pensano di essere degli dei del calcio perché scrivono banalità da una vita e se vedono una donna che fa il loro mestiere, vanno oltre.

Perché sono spaventati. 

Io conosco molti uomini spaventati, ma sarò sicuramente sfortunata. Perché io sono donna. E non ho voglia di fare processi a un genere o all'altro. Non ne ho neanche il tempo, perché sono un po' impegnata di questi tempi, ma rimedierò.

Voglio solo scrollarmi via i luoghi comuni e ridere, ridere in faccia a chi tenterà seriamente di dirmi: sii uomo.

Sii uomo. A chi.

sabato 5 ottobre 2019

Instant Aida (per sempre)

E' solo quando arrivo a Busseto, che lascio scivolare il tempo. Ho combattuto contro i ritardi pretestuosi, anche quelli del traffico. Io ho una missione da compiere e tutti si mettono di traverso, mi dico: è proprio quella giusta.
Instant Aida: viverla, assorbirla, rilasciarla. Rispettare un impegno non scritto e poi forse raccontarla. O meglio, raccontare un frammento di giornata dedicato solo a me, al piacere di vivere e di scoprirsi.

Rallentando

Tutto è cominciato due mesi fa e molto prima. Un viaggio nel Piacentino, che invitava a fermarsi. Noi varchiamo anche il fragile confine e incontriamo il paese natio di Giuseppe Verdi. Quando torno a casa, non riesco a togliermi dalla testa il festival di Parma e decido così che sarei andata a Busseto, al cospetto dell'Aida. L'avevo promesso a mio padre tanti anni fa, o meglio lui me l'aveva chiesto e io non avevo risposto. Da poco avevo scoperto l'opera. Ma tra noi era così: le parole non dette contavano persino di più.

Aida, la magnificenza, il grande per eccellenza. E io so che il teatro di Busseto è un gioiello minuscolo. Ma non importa, so che quella sarà la mia Aida. Che poi è questo il senso: voglio andarci da sola, partire dopo il lavoro, tornare la mattina presto per prendermi cura di tutte le esigenze di famiglia.
Una manciata di ore, tuttavia, sarà solo mia. E quando sono in coda, già alle prime tracce di Milano, l'ansia mi afferra alla gola e mi fa quasi desistere. Ci arrivo lo stesso, a Busseto, mezz'ora prima dell'opera sono al bed and breakfast. Il Trovatore, mi accoglie Michele e mi invita a respirare.

- Ma come, sarà già aperta la biglietteria, sono in ritardo.

- No, non è in ritardo, adesso aprirà ed è a pochi minuti da qui.

Io lo sento già, che il tempo ha cambiato ritmo, che questa Instant Aida sarà per sempre. 

Il cielo a poco a poco

Il teatro mi sta aspettando, come il tramonto, a pochi  metri dal parcheggio. Quando afferro il biglietto, prendo il fiato per salire al loggione, ma un signore mi ferma: guardi, salga in ascensore con me, io scenderò al primo piano, lei al terzo. 

Obbedisco e mi incasino com'è nella mia indole, o meglio in quella che conosco meglio, per trovare il posto giusto. Per un attimo mi affaccio e penso che se tenderò una mano toccherò il soffitto e il cielo. Le persone chiacchierano e anch'io mi trovo coinvolta in questo vortice buono, mentre i musicisti accordano e il sipario non accenna il minimo movimento.

Mi porgono anche un complimento: «Lei arriva così, dorme poche ore e domani all'alba riparte? Lei è una donna attiva, complimenti». Forse dovrei dire che le donne sono spesso così, ma raramente per se stesse: per questo raramente vengono sgamate. Ma sono tutti pensieri che possono attendere.

Verdi sta per dire la sua, lui che in questo teatro mai avrebbe messo piede: Toscanini sì, però, una lapide lo ricorda.

 La trama e le parole raccontano la forza delle donne, anche le loro cadute, e la devozione incredibile del condottiero. Ma nessuno sa parlare quanto la musica. Nel primo atto già le lacrime mi tentano, per la sua coerenza dolorosa. In quello finale, il distinto signore accanto a me mi rassicurerà: guardi che tengo qui i fazzoletti per lei.


Come a casa


Qui provo qualcosa che in altri teatri non avevo ancora percepito. Qui occhi e orecchie sono concentratissimi, ma si coglie anche una leggerezza che è familiarità. Sì, mi sembra di ritrovarmi a quei tavoli di un tempo, dove si conversa guardando un programma speciale alla tv. La Marcia trionfale accentua questa sensazione: il punto in cui tutti ci ritroviamo con impeccabile sintonia.

Solo che qui muore Aida, e il suo amato, e quella tomba in cui si trovano rinchiusi vivi, inchioda lo sguardo.

Rifiuto il pacchetto di fazzoletti: io voglio piangere libera.

Perché sono come a casa, anzi a casa. Piango per le vittime e colei che si è trovata carnefice, ora disperata. Piango delicatamente, chiedendomi perché io abbia atteso tanto per esaudire quello che mi pare un voto. Me lo suggerì mio padre, sento che veniva ancora prima, da mio nonno e dalla sua fedeltà alla Scala e qualsiasi teatro poi che gli offrisse le amate opere.

E la risposta viene da queste terre e dai loro gesti misurati: perché questo era il momento giusto.

Una pizza veloce dopo l'opera, mi consente di scoprire tante storie speciali affidatemi dal signore distinto. Quando andiamo al parcheggio, ci avvediamo che le nostre auto sono praticamente parcheggiate a fianco.

Capisco che papà si è presentato a modo suo, all'appuntamento

Tornando al mio ritmo

Ho detto a Michele che sarei ripartita alle sei, quindi non potrò salutare. Il fatto che l'abbia ritrovato al bar del teatro mi conferma quella sensazione piacevole di poco prima: qui è come se fossimo a casa e ciascuno deve svolgere più incombenze perché tutti siano felici.

Il rammarico, che mi perderò l'alba. Infatti, l'oscurità fruga ancora in queste terre. Quando lambisco la Lombardia, la campagna sull'altro lato dell'autostrada ha un brivido sotto la veste di nebbia. Vi nascondo sotto la Marcia trionfale e mi affido al canto di Radamès.

Celeste Aida, forma divina… il tuo bel cielo vorrei ridarti.

E il cielo si è rischiarato, io riconosco i contorni di casa senza sentire il bisogno di accelerare. Come quando ero la discola  musicale della famiglia, cambiano però i ritmi. Bon Jovi si insinua e mi ricorda perché è raccomandabile compiere questi gesti, sussurrati e potenti per noi.

It's my life, it's now or never.

Ma è solo quando arrivo sotto casa mia, che mi offre un po' di leggerezza Steven Tyler. Semplicemente:
…life happens for a reason
I don't, I don't, I don't, it goes, I never went before
But this time, this time I'm gonna try anything that just feel better
Fare qualcosa che ti faccia stare meglio, anche minuscola, come il palco del teatro di un luogo magico. Allora tutto ti appare grande, e senz'altro lo è: come la vita. Tanti cercano di chiudere i tuoi sogni in una tomba, di farli morire vivi: ma semplicemente perché non ne hanno. 
Invece eccoci qui, a compiere piccole cose per stare bene. E Instant Aida consegna questa visione, che non sta rinchiusa neanche nel teatro più grande del mondo.
A noi si schiude il cielo.
***

Aida, 4 ottobre 2019, regia di Franco Zeffirelli. Direttore Michelangelo Mazza. Pochi nomi, per ringraziare tutti.
Burcin Savigne,Denys Pivnitsky, Maria Ermolaeva.

giovedì 9 maggio 2019

Se siamo convinte

In un percorso tribolato, ho incontrato una donna. Mi ha portato la sua competenza professionale, mi ha spiegato cosa accade e cosa poter fare.

Mentre la ascoltavo, sono sobbalzata per una frase. Può risuonare banale, eppure in quel momento mi appariva decisiva.

- se siamo convinte...

In questa partita, la lettera decisiva è la e. Noi donne. Se siamo convinte: mi sono sentita supportata. E all'improvviso ci sento dentro molto più del mio problema in quel momento.

Se siamo convinte.

Si sbriciola Questo mondo di fango e odio, dove una famiglia rom che si sforza di ambientarsi si sente riversare addosso l'odio. Una sensazione devastante che solo l'espressione sul volto di una bimba sa narrare.

Questi schermi di casa nostra dove si urla l'importanza di avere le palle. Di blaterare termini come sicurezza o rigore, quando è il rigor mortis della ragione che ci ha condannati.

Già, non mi appello al cuore. Alla ragione.

Se siamo convinte, noi donne, possiamo frenare questo corso di acqua inquinata.

E lo so che stasera mi sto illudendo, perché noi donne non siamo migliori.

Ma non ci abbiamo mai provato. E forse questa è l'ora.

sabato 24 novembre 2018

Notte e un uomo che si emoziona (ci salverà)

Da donna, ho incontrato tanti pirla in vita mia; uomini perbene di più, ma non si facevano notare, giustamente.

Oggi stavo facendo un'intervista o almeno ci provavo. Ma lui è scoppiato in lacrime, perché si è emozionato a un ricordo.

Imbarazzato, si è scusato e mi ha chiesto di richiamarlo nei prossimi giorni.

Lo farò volentieri. Tra tanti pirla, me ne ricordo uno che mi ha fatto male nell'anima prima che sulla pelle, davanti a tanti vigliacchi. Nessuno si è emozionato, neanche quando si affettava a chiamarmi dopo per capire come stavo, o meglio per spettegolare.
 
Nonostante le cicatrici dentro di me, penso che mi è andata bene di fronte ad altre donne che hanno sofferto ben altro, altre donne che non ci sono più.

E sorrido di felicità pensando al fatto che ci sono uomini che si sanno emozionare. 
Perché sono - anche - loro che ci salveranno. Anche se lo so, dovremo salvarci da sole.

Notte e un uomo che si emoziona, ci salverà. 

giovedì 16 agosto 2018

Notte e pensando con Aretha (non cambiare per te)

La musica non mi entra nelle vene in questi giorni di dolore. Finché sotto altra forma di dolore, ottiene un naturale accesso.

Le canzoni scorrono, ma non come una incastonata in una scena. Perché trovi sempre un - povero - uomo che prova a dirti: zitta, donna. A volte ti diranno proprio così: taci. Altre irrideranno alle tue scelte, liquidandoti come isterica. Altre ancora ne sentirai.

Ma inutile incavolarsi, mentre rivolgergli contro una canzone di vita, come Think.

Taci a me? Guarda, stavo per cambiare, ma ora ho capito che non voglio, né posso farlo.

Pensaci… oh sì pensaci. Che bella una canzone che unisce pensiero e libertà.


I  was gonna change, but I'm not 


Quando un uomo ti intima, taci. Tu ribattigli: pensa. E canta di libertà, come una donna straordinaria.

Notte e pensando con Aretha (non voglio cambiare per te).

sabato 16 giugno 2018

Una donna come me, forse io

E' arrivata con un abito e un velo di grandi eleganza e colore, in ospedale. Quando l'infermiera ha pronunciato la sua data di nascita, io mi sono trovata a sobbalzare.

Per un attimo, ho pensato che si rivolgesse a me.

Invece, era proprio quella donna, nata in un altro continente.

Nate il medesimo giorno, in due Paesi lontani, e ora qui, nello stesso spazio, nella stessa terra, con vite forse diverse, paure identiche e identica speranza in quel momento.

non so chi sia lei, dietro quello sguardo. E forse, nemmeno io.

giovedì 10 maggio 2018

L'aiuto di un uomo

Cambio gomme, momento di autodeterminazione alla massima potenza: a caricarle ci penso da sola. In effetti piazzo in auto i miei pneumatici e le loro fatiche, fuggo verso l'officina, torno felice e carica, finché vedo bloccato il cancello.

Devo portare le gomme in garage, ma attraverso la scala. Che brutto momento. Pessimo, diciamolo. Roba che il giorno prima quando avevo lottato con il barattolo, era una scemata.

Posso industriarmi quanto voglio, ma devo ammettere dentro di me: accidenti, passasse un uomo e mi aiutasse in questo momento. 

La mia riflessione prosegue, finché una voce irrompe: posso dare una mano? 

Eh sì che può, anzi la ringrazio, ma…

Facendo squadra, riusciamo a portare le fantastiche gomme a destinazione. Persino i miei pneumatici sembrano felici e splendenti, pronti al loro letargo estivo. 

Alla mia riconoscenza l'aiutante oppone un gentile: mi è successo ieri.

Che bello poter contare sull'aiuto di una donna, quando sei in emergenza.

venerdì 20 aprile 2018

Se (non) ci fosse sensibilità femminile

Poche espressioni mi irritano come questa: sensibilità femminile. Non è  (solo) perché ci sono donne che hanno sensibilità pari al ghiaccio dell'Antartide, e prima del mutamento climatico.

No, è che quando te la propinano, tu senti le sfumature che stanno dietro.

1 ti vogliono sminuire. Perché ritengono la sensibilità quattro piagnistei e pensano che tu - in qualità di donna - sia quella cosa lì, desiderosa di annegare il ragionamento nelle lacrime. E pensare che se valesse l'inglese, sensible è un'essenza deliziosa. Pragmatico, ragionevole, tutto il contrario di quello che ci serve la cultura italica.

2 ti vogliono fregare. Dai, c'è questa grana… nessuno lo vuole fare, non vorrai tirarti indietro. Ci sono le castagne da togliere dal fuoco. Sei tu la candidata ideale, di fronte al silenzio-dissenso generale: hai sensibilità femminile e non vuoi intervenire?

La risposta è proprio no.

Io non ho sensibilità femminile. Ho sensibilità e basta. Quanto e come, non lo so, non è neanche affare mio.

Ho masticato rock e calcio, forse anche per gridarvelo. Ma adesso lo dico e basta.

Se (non) ci fosse sensibilità femminile, si starebbe meglio. Anche perché chi vi si appella, non avrebbe alibi e magari combinerebbe qualcosa di buono.

giovedì 15 marzo 2018

Notte e capisco che facciamo paura (noi donne)

Che poi capisco che facciamo paura noi donne. Ferite e libere, capaci di ridere e piangere.

Troppi uomini intrappolati in ruoli, silenzi e balbettii di potere.

Noi ci stiamo mettendo in discussione, anche quando dovremmo ragionevolmente mandare al diavolo. E usciamo più forti da questo processo.

Io sono felice di essere donna, dono (la radice è la stessa, guarda un po') che forse migliorerà il mondo. Anche perché almeno ci sta provando.

Notte e capisco che facciamo paura (noi donne).

giovedì 8 marzo 2018

Notte e l'educatore e la benzinaia

La lotta delle operaie in Inghilterra per una paga giusta scorrerà anche tra troppi vestiti e chiome impeccabili. Ma mi scardina anche per la data, scolpita dal film "We want sex". Nascevo io dentro quell'anno, una piccola grande battaglia come altre che avrebbero attraversato il mondo.

Adesso dovrei scrollare il capo e dire: è trascorso mezzo secolo e si vede. Ma non riesco. Perché esaminando il mondo, il cammino compiuto e ancora più quello da compiere, non lo vedo affatto.

Esco con qualche lacrima di troppo dalla proiezione del cinema Gloria per la festa delle donne, lacrima che faccio sparire in fretta: si sa come sono le donne secondo l'austero verdetto (maschile, ma forse un po' anche nostro), quando frignano, come ama dire chi ci critica e dunque anche un po' noi.

Allora, mi ribello. Non le cancello troppo bene, quelle lacrime e partecipo al dibattito organizzato da Cgil, Cisl e Uil con gli studenti. Ascolto e mi confronto prima con Adria e Chiara, quindi aspettiamo, chiediamo l'intervento dei giovani. Sono una giornalista, mi piace ascoltare storie. Ascoltare è termine freddo, sentirle e provare a farle rivivere. Domando ai ragazzi che cosa vorrebbero fare da grandi, anche se mi sembrano già grandi dai loro discorsi.

Sono tutti mestieri belli, se li renderanno felici, ma stasera ne scelgo due per ringraziarli. Un giovane vuole fare l'educatore negli asili nido e io esulto. Perché i bimbi hanno bisogno  di figure maschili e femminili, anche nei nidi: non potrà che giovare loro.

L'altra ragazza confessa che vorrebbe fare la benzinaia, ma a casa nicchiano. Allora le rivelo io qualcosa. Ci sono due distributori dove vado abitualmente: uno ha tanti uomini, ciascuno di un Paese diverso, e adoro fermarmi, trovarli sempre disponibili e pazienti, buttare lì un aneddoto o una battuta.

L'altro impianto dove sosto volentieri, ha una benzinaia. Lei è delicata d'aspetto e ha occhi sinceri: conosce la gentilezza. Accanto a lei, c'è anche un signore non meno cortese, con i capelli bianchi. Sa che sono una grande viaggiatrice e qualche volta mi domanda, quasi preoccupato: signora, fin dove va oggi?

Io adoro però la mia benzinaia, perché sembra contagiare tutti con il suo garbo. Fa un lavoro duro e lo rende così lieve agli occhi di chi passa. 

Io non so se perché sia donna. So che ti vorrei dire, ragazza del Gloria: fai la benzinaia.

Perché stanotte sento così: che il mondo ha bisogno di un educatore di nidi e di una benzinaia.

Notte. 

mercoledì 7 marzo 2018

Grazie da una donna

Quella volta che non hai osato e ti sei raccontata un sacco di scuse.


Quella volta in cui l'hai fatto e te le hanno rifilate gli altri.


Donna in bilico, tra storia e coscienza. È ciascuna di noi. 


E non voglio parlare di coraggio, di fregature, di sentimento, di ingiustizie in questo giorno.


Io voglio parlare di vita. Vincere non è solo dare vita, ma riceverla ed esserne grata, ancora.


Un rossetto giusto, sul volto dell'anima senza mascherarmi mai, e sto uscendo a gridarlo.


Grazie.


lunedì 26 febbraio 2018

Quando si ricordano che sei donna

Mi sento forte abbastanza, da rimettermi in discussione ogni giorno. Ma quando salgo sul treno e devo infilare lo zaino nello spazio in alto, non sono molto brava.

Accanto a me ci sono due uomini, uno pure alto mi sembra; l'altro comunque non gracile. Non si pongono minimamente il problema di darmi una mano, anzi mi devo spostare perché hanno già riempito tutta la parte sopra di noi. Riprovo a caricare, con un filo di timore, perché sotto il mio bagaglio ci sono mamma e bambina: metti che mi scappa via e faccio loro male.

Quando completo l'operazione e mi siedo, l'indifferenza dei due continua. Non è la prima volta che mi accade: di questi tempi, con un treno che tira l'altro nella mia vita, ciò rappresenta  più la regola dell'eccezione.Ma è la prima volta che mi sento puntare addosso lo sguardo di due signore anziane. Da una parte colgo la riprovazione per i due, dall'altra un pizzico di pietà per me.

Come a dirmi: e ai nostri tempi queste cose non accadevano.

Con gli occhi sempre sto per replicare: sì, ma ai vostri tempi quant'eravate discriminate?

Poi ripenso ai miei e "taccio". 

Perché quando si ricordano che sei donna oggi, non è quasi mai per aiutarti a sollevare una valigia. 

mercoledì 8 novembre 2017

Notte e a volte ci sono uomini

Mi trovo nella bizzarra situazione di invidiare me stessa, quando ero ragazza. E pensavo di essere una persona, guarda un po'.

Crescendo, ho incontrato parecchi tizi che pensavano di essere uomini e mi guardavano dall'alto in basso: che vorrà questa ragazza, questa donnicciola. Sarà la sensibilità (aiuto, quanti hanno sentenziato su di me che avrei scritto bene su una determinata storia, perché ho "sensibilità femminile") accentuata dagli anni, ma cavolo, ne incrocio ogni anno di più. Anche casi umani, di scarsa umanità, che pensando di essere più maschi cercano di farti sgambetti maldestri.

Ci sono non uomini che provano ad alzare la voce, a volte le mani. Quando capiscono di essere nullità, si ritirano in apparenza e cercano di farti fuori in altri modi (per fortuna, mi viene tristemente da dire). Con sotterfugi, con sorrisini blandi.

Quanti robot che si aggirano su questo pianeta, senza destare in me emozioni.

Quanti non uomini, su questa terra. Ma basta poco.

Perché compaiono uomini che meritano un sorriso, un grazie, persino un applauso. Perché non hanno bisogno di cercare di cancellarti, per dimostrare di esistere e già stiamo costruendo insieme.

Notte e a volte ci sono uomini.

venerdì 22 settembre 2017

Il mondo è delle donne (per questo ridono)

Il mondo è delle donne, per questo ti ridono dietro. Perché hanno una fottuta paura, allora meglio fare i duri.


accidenti a queste ultime che non osano, o non si lasciano osare. Perché ogni luogo va a picco, quando esse rinunciano, per garbo, timidezza e buon senso.

Ma il mondo è delle donne, e se si risolleverà sarò merito loro.

Il mondo è delle donne. Le risate di quegli uomini che si credono in cima alla  storia, solo perché ci guardano dall'alto in basso, neanche le sentiamo più.

Le coprono, le nostre.

giovedì 13 luglio 2017

Il piccolo sorriso e un mondo grande

Sulla pelle porto il disagio che incontro per strada, quello di mondi che non si sanno incontrare. Salgo sul treno che non è un'isola felice.

Un signore indiano mi chiede se Milano centrale sia la prossima, io lo rassicuro: deve aspettare ancora. Lui mi risponde con un sorriso rapido e io vago altrove con lo sguardo.

Una donna velata (da donna, non lo dico compiaciuta) con una figlioletta di sette, otto anni, si siede a fianco; in braccio ha una bimba di poche settimane, ne vedo solo la nuca.

Poi, nel mio girovagare a caccia di scorci meno solitari, scorgo il suo volto e gli occhi che mi fissano curiosi. Le rivolgo un sorriso un po' buffo e lei si scioglie in una risatella silenziosa, prima di nascondere il viso sulla spalla della mamma. Pochi secondi dopo, però, mi guarda ancora e alla mia smorfia ride, ride di nuovo felice.

Sarebbe già bello così. Ma poi mi accorgo che il visitatore dall'India sta ridendo senza rumore, e una fanciulla italiana in attesa di scendere non è meno allegra.

Il piccolo sorriso e un mondo grande: il mio minuscolo cuore trova ristoro.

martedì 14 marzo 2017

Dialoghi reali - Parlare dolcemente

- aspetta, lasciami scrivere i messaggi alle donne.

- (sguardo). Sono un po' sdolcinati.

- Alle donne piacciono.

- ma a me... Non tanto.

- perché non è facile ingannarti.


mercoledì 8 marzo 2017

Mi volevano donna

Mi volevano donna, quando c'era da mettermi in un angolo, da offrirmi fiori recisi senza pietà, da chiamarmi musino o da diventare ciò che avevano in mente.

E hanno alzato le mani su di me, ferendomi a morte e rendendosi deboli.

Hanno deriso il mio trucco sbavato e ancor più quando non versavo lacrime.

Hanno deciso che le mie azioni più coraggiose dovevano essere folli.

Mi volevano donna, come intendevano loro, per non essere uomini.

Io mi voglio donna, perché sono libera di essere donna.

Notte e perché il rock è donna

Un intenso video proposto da Nikki Sixx mi trasmette tutti quei sogni vissuti da ragazza, quando ero convinta che il rock fosse donna. Che fosse solo questione di tempo. Tra annunci mal interpretati: offresi tastierista e pensavano già ad altro. Tanto che vuoi faccia una donna, nel rock: mica vorremo prenderla sul serio.

Un po' malinconicamente, ho messo da parte la tastiera, ho abbandonato la chitarra, ho tempestato il piano come potevo e ora sto anche maltrattando l'armonica. Ho consegnato il rock agli uomini e al loro cospetto più o meno mi presento.

Finché scorrono tutti questi nomi. Janis Joplin, voce agrodolce, forza che si sbriciola o si sublima. Reagisco, con Joan Jett e la sua dichiarazione d'amore al rock. Tante, devo dire, mi sembra che con questa musica c'entrino poco, ma pazienza.  Sento una cicatrice dentro di me quando scorre il nome di Wendy O. Williams: oltraggiosa, dicevano, e in realtà che cuore, tanto da andare in frantumi, pure lei.

Il rock è donna, che salga sul palcoscenico o no. Che sia baciata dal successo o da un raggio incerto di riflettore. Anche quando ci mettono lì, addobbate, possiamo fare qualcosa: strappare i lustrini e gridare non più forte, semplicemente meglio.

Il rock è donna, come la vita. Come il mondo che fa l'arrogante, ma non sa che pesci pigliare se una donna non prende la chitarra e suona, come dice lei.

Notte è perché il rock è donna.