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martedì 27 ottobre 2020

C'è sempre una battaglia

Una battaglia è superata, non vinta: adotto la morale del nonno, "scampato pericolo, beviamo un bicchiere".

Ma ci vuole il bicchiere, perché ci vuole un filo che avvolga tutto. La bottiglia del Ruchè legato al ricordo di don Giacomo Cauda, accanto al libro di papà: le loro foto si accompagnano e io non colgo più i confini del tempo. Rivivo una grande amicizia, che è arrivata fino a me forse per spronarmi.

C'è una battaglia chiusa dopo giorni difficili e c'è sempre una battaglia in arrivo. Quante ne ha affrontate don Cauda, quante papà. Si sono sempre incontrati e aspettati, confidati anche in silenzio.

Fino all’ultimo.

Quanto devo imparare ancora, nella vigna della vita.

Anche che c’è sempre una battaglia, per cui valga la pena un brindisi: serve a dirsi che ce l'hai fatta e che speri, preghi di farcela ancora. E comunque vada, ci saremo incontrati, aspettati, confidati ancora.


 

mercoledì 4 aprile 2018

Pregare anche così

Da piccola pregavo anche così. La parola Barbera mormorata dopo papà e pappa. La perpetua che mi porgeva in Piemonte i biscottini da intingere. E don Cauda che spiegava alla mamma come i "fioretti" quaresimali non dovessero per forza riguardare il vino, che fa bene. Meglio rinunciare a qualcosa che procuri il male.

Mi piacciono i vini che assomigliano a una preghiera,  ne portano i tratti, la gravità, il profumo grato. Poi versano poche parole, appena accennate.

(Ora) pro nobis. 

Pregare anche così, con un Ruché che ti ricorda un uomo con la tonaca arrotolata alle ginocchia, per proseguire il lavoro del Signore. Un uomo che si spense dopo la processione di un Venerdì Santo, nell'anno più buio della mia vita, quando papà lo seguì. E forse insieme bevono anche questo, mentre pregano con noi.

http://neicassettidimalu.blogspot.it/2015/08/viaggio-nellarte-del-ruche.html

sabato 27 agosto 2016

Monferrato song

Non si può viaggiare nel Monferrato senza perdersi, non si può senza ritrovarsi. Ci sono luoghi che cantano come il loro vino e gli occhi della loro gente.

Nel nostro pellegrinaggio verso Castagnole, don Cauda e il Ruché, dobbiamo fermarci alle cantine Sant'Agata. Incontrare ancora Claudio, la sua umanità e la sua cultura (imprescindibili l'una dall'altra), è un piacere che va oltre l'incanto delle bottiglie. Come un piacere è incontrare sua moglie e sua figlia, una ragazzina ferma e adorabile che sa riconoscere gli aromi con spontaneità invidiabile.

È vita solcare queste valli e ribadire ai propri occhi che un vigneto, un campo, un bosco mostrano sfumature completamente diverse l'uno dall'altro.

Da Scurzolengo ci rechiamo (da giornalista frustrata ho una terribile voglia di scandire "ci rechiamo" invece del placido "andiamo") a Castagnole. Dove ci chiedono cortesemente che acqua preferiamo, ma sul tavolo scende implacabile il Ruché.

Sento altri aneddoti su don Giacomo Cauda, lo saluto nel luogo in cui ci ha lasciati dopo una processione del Venerdì Santo. Il sole scotta, come la voglia di respirare questa bellezza.

Salgo idealmente sullo scuolabus con la saggia bambina e ne conosco le tappe, i compagni. Mi fermo con gli altri ad accarezzare i grappoli e il pianeta: perché quando arrivo a un piazzale naturale, scandito dal noce, su queste dolci curve, penso che solo qui puoi sentirti il re del mondo.

E nell'aria i profumi si uniscono, in attesa della vendemmia. Un giorno, presto, i colori si impossesseranno di nuovo della scena.

Ma adesso in questa canzone struggente e implacabile che è il Monferrato, i fortunati siamo noi.




sabato 22 agosto 2015

Viaggio nell'arte del Ruché

La mia spiaggia preferita si presenta come un ventaglio di colori: il verde intenso, che si accende al primo raggio di sole, e quelle sfumature dei grappoli che ridono.


L'ardita uva del Ruché, qui ancora aspra, là già mansueta e bramosa della vendemmia: avevo promesso questa visita, dal nuovo incontro con don Giacomo Cauda, attraverso il libro che versa il ricordo e l'orgoglio nei bicchieri di oggi.




Mi inchino, Maestà. Ma non sei un re solitario, lo narra la discreta compagnia del Grignolino: più timido si ripara dietro foglie generose. Non importa se oggi sia meno ricercato: lui resta lì, fedele, nelle vallate e sa quanto può offrire. Così pare sussurrare, mentre accarezziamo le foglie e il terreno di questo scrigno verde.


In qualche modo, sono a casa. Arrivata a Scurzolengo, mi incanta questo villaggio, dove anche il grande Paolo Conte ama trarre ispirazione. Alle Cantine Sant'Agata mi accolgono tradizioni e racconti che potrei ascoltare per ore, grazie anche al cantastorie Claudio: avevo già avuto prova della sua capacità di condurre nel cuore del vino e delle sue note, tra la gente, tra i vigneti, tra castelli veri e nascosti.

Gli sono grata per l'ospitalità e le descrizioni che si intrecciano: non riesco ancora a vedere il Monte Rosa, in questa mattina inizialmente uggiosa; devo solo intuire Superga.

Ma quando ci spostiamo a Castagnole Monferrato, anche la luce si smuove. I primi terreni coltivati con amore e fede da don Giacomo Cauda, non riesce a riconoscerli la bambina. Arrivando alla piazza, il cuore batte però forte: quella chiesa, che lui fece riparare dai danni del tempo e del terremoto. Si è innescato un movimento antico, e allo stesso tempo specchio di vita.


Dal simpatico tabaccaio un cartello che mi intima di trovare un'ora al giorno almeno, per coltivare la felicità. Come questa uva miracolosa, cantata dalla Bibbia: che contraddizione, che peccato c'è? La voce di don Giacomo risuona con l'amore per questa terra, ponte del cielo.

E  miracoli vedo anche tornando, come la pianta di limoni florida, ancora nel mastello della nonna a Sant'Agata.

Gattini che gironzolano, curiosi, tra queste valli buone e riservate. E anziani che con dolce testardaggine compiono il loro dovere, sia prendersi cura di una vigna, di un orto o anche solo percorrere con i limiti e la lentezza dell'età queste strade morbide.

tutto è benedizione.

Siamo tornati alla spiaggia del Ruché, alle onde che riversano ogni ben di Dio tra le vallate. Non mi stupisco che Claudio sia anche un artista, e futurista: perché è nelle radici che sfreccia l'arte del futuro.



sabato 23 maggio 2015

Notte, bevete e premiate Lui

E' privilegio raro capire che stai assistendo a un miracolo, in diretta. O forse no, è proprio qui il bello.

Devono consumarsi gli anni, come bicchieri per meditare, e una sera tempestosa cogli il momento speciale che hai condiviso, senza meriti tuoi.

Tu sei piccola, servita e riverita su una sedia che ti appare enorme, dalla perpetua: le tue dita grassottelle intingono i biscotti offerti da lei, in questo bicchiere gigantesco dove canta un liquido rosso. La merenda migliore che tu potessi gustare, e lì sembra finita la partita. 

Invece, tanti anni dopo, a furia di sentirlo nominare, il Ruché, capisci che compagno fedele è il canto di una bottiglia di Barbera, ma ci sono note che solo l'altro, l'Altro può offrire. E lì, sembra finita la partita.

Ma devi trovarti con un libro delizioso, la gentilezza ferma di un collega, la parlata sensazionale (di sensazioni)  di un produttore, un bicchiere che racconta un tesoro nel tesoro.

Devi arrivare qui, nella libreria nuova e antica, appena si spegne il solenne richiamo delle campane e ritrovare tutto: papà che mi fa scendere dalla macchina, il sorriso di don Giacomo Cauda affaccendato nella vigna, il miracolo di un profumo che precede per cavalleria il sapore.

E dire, come fece il parroco del Ruché: premiate Lui.

Grazie, Giacomo Fasola, Claudio Cavallero, Francesca Boragno e tutti coloro che mi hanno permesso di vedere un tassello prezioso in più.

Ps: e leggete il bellissimo "Vino del Papa" scritto da Giacomo con Francesco Moscatelli e Ilario Lombardo.