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martedì 31 agosto 2021

Il capitano J e quello che mi ha insegnato sulla nave (ma anche in moto)



 Il capitano J
- voglio chiamarlo così - mi ha fatto salire a bordo della sua nave un giorno.

O meglio, prima ho varcato la soglia della azienda che guidava, poi l’ho esplorata e ho conosciuto i primi volti, le prime storie. Un giorno si è trasformata in un’imbarcazione vera e propria ed è andata al largo per celebrare un anniversario importante, rivelandomi il lago per la prima volta.

Sì una sera sono salpata con tante persone che producevano con la leggerezza dell’anima materiali così solidi e dopo parecchi anni a lavorare sul lago di Como mi è parso di poter conoscere di più quel canto d'acqua e creature.


Una serata di quelle che rimangono gioiosamente impigliate nei ricordi e ti formano, perché hai visto un capitano invitare con gratitudine e rispetto i suoi predecessori, coinvolgere tutti i suoi collaboratori, affidare vera gratitudine a chi andava in pensione, guardare avanti.


Come un manager, un uomo che ha un compito e responsabilità, e lo svolge con l'attenzione che merita la sua gente. Un esempio, non mi importa quanto diffuso: guardo alle persone e lui è così.


Il capitano J, le stelle sul lago, i fuochi artificiali non troppo distanti e la gioia di condividere più a fondo il viaggio. Poi, in azienda vederlo accogliere persone da tutto il mondo come pure far costruire uno spazio più produttivo, senza dimenticare di creare un sentiero tra la natura per produrre anche rigenerante spensieratezza tra i collaboratori.


È il capitano J. Che ora deve lasciare la nave e tra i tanti saluti che ha ricevuto nella sua comunicazione ufficiale sui social - al solito vibrante - colgo come un fiore quello di una persona speciale: 


ora sta a te vivere, godere, essere
.


Sulla moto, a piedi su un sentiero di montagna o su un’altra nave: capitano J, ti seguirò perché so che potrò sempre imparare qualcosa di speciale.

lunedì 17 dicembre 2018

Cercando un lavoro (o forse Natale)

Ci sono giorni un po' più complicati, che ti scaraventano addosso raggi di sole e scrosci di tempesta, senza che tu possa capire da cosa ripararti.

Giorni in cui senti le emozioni di tanti addosso a te, perché ce le hai dentro da prima ancora.

Io oggi vedo mio nonno, quando gli dicono che la sua azienda chiuderà. Lui ha i bambini piccoli, sua moglie fragile anche se non ancora apertamente malata: lei lavora tuttora, con fierezza. Lui prende le sue cose, dalla sua valle e decide che deve fare come gli altri: andare in città, dove tutti trovano lavoro.

Quando sei un contadino, prima che un operaio, è dura spingerti via dalla campagna, dalla sua consolazione anche solo temporanea. Ti infili in un palazzo che pur è una reggia rispetto al tuo cortile; ti fai docilmente portare in tintoria, a bere latte per contrastare tutto ciò che respiri. Ce la fai, perché hai i bambini piccoli. Perché sopra di te, hai persone che di te si prendono cura.

Ce la fai, ma raccomandi a tua moglie, prima che si ammali, si ammali troppo per poter lavorare se non seduta davanti a una macchina da cucire: donna, non restiamo nella stessa ditta, è troppo pericoloso. Se perdiamo il lavoro, che cosa facciamo. Se perdiamo il lavoro, non sarà più Natale.

Chissà come ce la fai, nonno, a stare chiuso dentro tra quattro mura, a bere latte, a poter respirare solo di tanto in tanto l'orto che ti sei faticosamente ricavato per ricordare un poco la tua valle, anche nella grande città. Conti i giorni, e anche i centesimi, per poter tornare a casa: fabbricarti una piccola dimora e  fare il contadino, prima che l'operaio.

Cercando un lavoro, o forse il Natale: oltre alle buste paga, la tua luce viene dai gesti di riconoscenza del Tognella, il tuo titolare.

E in tutto questo cercare, mi raccontano proprio oggi, solo oggi di quando mio padre portava i clienti dell'azienda in cui lavorava, a pranzo in una trattoria. Ogni tanto vedeva il cavalier Tognella, sì, che era lì a mangiare.

A mangiare una minestra.

Cercando un lavoro (o forse il Natale).

sabato 7 febbraio 2015

Notte e salviamo la Franco Tosi

Sono una ragazzina, trascinata da una saggia donna a cercare di offrire frammenti di bene a Legnano. Sì, una liceale bustocca che va in un luogo dove i bimbi sono accolti, ospitati, accuditi.

Mi ricordo un momento scandito dal citofono: FRANCO TOSI!

L'urlo dei ragazzini e della provvisoria famiglia: c'è l'azienda per eccellenza a Legnano che arriva e riversa il bene sui più piccoli, per aiutarli. Perché, come avrebbe detto Cucinelli anni dopo, non c'è profitto senza dono.

Io sento ancora quel grido di speranza: FRANCO TOSI!

Non è ora che la speranza, di speranza sia ripagata?

Notte e salviamo la Franco Tosi.

http://www.legnanonews.com/news/1/45259/