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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

mercoledì 7 novembre 2018

Stivali gialli nel fango

Una bimba con gli stivali gialli, nel parco smussato dalla pioggia. Lei corre e la nonna la sgrida.

Ma io penso che la bambina ha fatto ciò che doveva, con quegli stivali gialli

Perché gli stivali gialli servono per balzare nel fango, strillare forte, macchiati di libertà.

Indosso stivali gialli.

martedì 6 novembre 2018

Se tu avessi vent'anni

Vent'anni. Non puoi avere vent'anni. Dai che scrivo quelle cose sdolcinate, tipo: era ieri che entravo nel salottino e tu fissavi la televisione poco convinto, anche perché seduto sul divano ci stavi a fatica. Io ti porgevo la mano e avvolgevo un tuo ditino, così siamo rimasti a lungo a guardare o non guardare la TV insieme.

No, che sono una rocker. Allora io che a mezzanotte devo convincerti a dormire e allora dico: dai che la zia deve andare in discoteca. Tu corri in camera ma per prendere le scarpine e assicurarmi: no, ma io vengo con te.

No basta. Io non sono sdolcinata, caccio giù i ricordi. Solo, mi seguono quelli dei tuoi occhi, in qualche modo sempre seri. A ogni età, anche se quel tuo sorriso attenua l'impressione.

Da quel giorno che ti ho visto. Da quel giorno che ti ho portato al fonte battesimale, con due paure: farti cadere o dire una cavolata in inglese e invalidare tutto. Che poi io, topo, scozzese fino al midollo, a studiare il rito anglicano.

No, che non hai vent'anni, o forse li hai sempre avuti. Me lo dicono quegli occhi tuoi birbanti, Brisky. 

Se tu avessi vent'anni...

Quasi quasi divento adulta anch'io.

lunedì 5 novembre 2018

La bellezza di essere inutili

Se non servi alla loro causa, ti possono bollare come inutile. Vale per un essere umano che osa non pensarla come loro o magari condivide anche lo scopo, ma i toni no. 

E vale per tante altre creature. Una delle più sdegnate risposte che ho sentito al mio ribadire che non voglio più nutrirmi di animali è: ma allora a che servono?

A niente, come noi. Vivono, come noi.

Inutile, è stupendo. Inutile, si rassicurava di essere la filosofia ai tempi dei greci, mi ribadivano all'università.

Inutile è la meraviglia, lo sono il piacere è molto altro. La stessa vita, perché un dono. Qualcosa che non serve, un gesto liberale. 

La bellezza di essere inutile, cullata nel mio cuore.

domenica 4 novembre 2018

Notte e gli alberi siamo noi

Anch'io mi inquieto di fronte alla natura che si ribella. A questi comportamenti fuori dalle righe, righe che però abbiamo tracciato noi. Non in anni, non in decenni, forse in secoli.

La natura siamo noi. Gli alberi siamo noi. Voliamo via, strappati da una forza che non è del destino. Perché il destino, abbiamo assicurato che l'avremmo afferrato noi. E ora ci lamentiamo che nemmeno abbiamo fatto in tempo a sfiorarlo.

Ora la natura si ribella, ci raccontano così. E noi ci crediamo, perché piangiamo troppe sofferenze e vite spezzate.

Ma forse davvero la natura siamo  noi. Alberi, gocce d'acqua, animali, tutti insieme: in una parola, creature che in mezzo a un'alluvione, a un tornado o a mille parole che abilmente plasmano gli uomini, non dovevano stare.

Gli alberi siamo noi. E molti altri. Così vittime da poterci opporre, finalmente,

Notte e gli alberi siamo noi

sabato 3 novembre 2018

Dov'è la Vittoria (il coraggio di Isonzofront)

Finisco questo libro, a ridosso di ciò che non finisce: la guerra. La Grande Guerra, quella di cui si celebra l’epilogo, ma cent’anni dopo mi sembra dispersa in mille rivoli.

L’Isonzo verde smeraldo, strappato in un rosso atroce: ovvero specchio di atrocità. A un mese dal mio viaggio a Oslavia, ho il cuore che scoppia di contrasti. E devo placarli, con i pensieri.

1 La gratitudine. A Klementina, che non incontrai in Friuli Venezia Giulia la prima volta, bensì in centro Italia, in un’altra terra ferita e fiera. Ed eccomi qui a Gorizia, due volte in tre mesi, e questa seconda volta mi porta le preziose indicazioni di Silvan Primosic. I suoi occhi mentre raccontano la storia frugando tra i monti e le loro cicatrici, poi mi sussurra: legga Isonzofront, è di una donna, sa? La prima donna reporter di guerra, Alice Schalek.

2 Il dovere.  Ed è un dovere a cui non mi sottraggo. In queste settimane l’ho preso, letto piano a piano e all’alba del 4 novembre lo termino.

Vittoria.
Adesso mi rimbomba in testa quel verso dell’inno di Mameli: dov’è la vittoria?
Grandi i nostri uomini (che emozione quando gli austriaci si emozionano a loro volta per il coraggio degli alpini), ma quelli che li fronteggiavano, cos’erano? 

Liberatori. Liberati. Tutto si mischia, quando leggi l’opera di una reporter che ha osato essere lì. Forse, di una donna reporter. Perché sfogliando dolorosamente le pagine di Alice Schalek io mi convinco di ciò che già mi avevano sussurrato gli incontri con i conflitti di oggi.
Se il mondo fosse delle donne (non proprietà ma responsabilità), la guerra si infrangerebbe contro se stessa.

3 L’impotenza. Quando si vive il dolore altrui, quando esso diventa improvvisamente il proprio, si coglie anche un aspetto insopportabile. L’impotenza di descriverlo, con la penna in mano, di gridare tutta l’assurdità, di essere un poeta, di scardinare la guerra con le parole.

Non accade solo con il dramma della guerra.

L’impotenza delle parole, mi sembra di viverla quasi quotidianamente, molto più banalmente.

Ma poi Alice insegna qualcos’altro  ancora: che comunque bisogna provarci. Con i propri, fragili mezzi. Con i mozziconi di parole che affiorano tra l’orrore.

4 L’umanità. E poi per chi stiamo combattendo? O meglio contro chi? Uomini contro uomini? Io so che il 4 novembre è l’anniversario della vittoria, ma vedo anche la sofferenza spalmata su entrambi, gli incerti fronti.


5 L’indifferenza. Che cosa ci frega? Che cosa ha ripetuto le guerre e ancora le farà ripetere?

Una delle caratteristiche curiose di questa guerra è che basta allontanarsi di dieci chilometri dalle prime linee per non vedere, né sentire più nulla della guerra.

E’ questo, che ci fotte. In ogni epoca. Non c’è  mai una guerra abbastanza vicina, e quando è troppo vicina, non hai tempo per urlare l’unica certezza: la guerra è una  follia non da fermare, neanche da iniziare.



Mi sento sempre più infelice. (Alice, prima reporter di guerra, Dio ti benedica).

Uno spazio morto è uno spazio dove si resta vivi

Da dove vengono fuori all’improvviso tutti questi eroi? Da noi come da parte del nemico?

Chi è coraggioso, è un amico.

Si usa quel che c’è per abbellire la vita. Fosse anche per poco.


Che poi, ancora una volta, un libro scolpito sulla vita mi indica un orizzonte. Eppure è la vita che mi conduce fin lì: Oslavia, la collina morta, oggi è collina di vita, profumi e progetti. Un secolo dopo, è Vita.

venerdì 2 novembre 2018

And nothing else matters (eppure importerà sempre)

Sotto le gocce  di cose dichiaratamente ininfluenti arriva questa notizia nella mia anima.

Una bimba che non c'è più. Che abbiamo lasciato morire, in qualche modo. Perché è anche colpa mia, come sento e come so, nella mia splendida indifferenza quotidiana.

Yemen, e quale altro nome indosserà la morte.

Questo piccolo volto infranto mi fa pensare a una nenia rock che mi divora dentro, firmata Metallica.

And nothing else matters.

Perché nient'altro importa, mentre ti strappano via una bimba. Eppure qualcosa importerà, ancora. Qualcosa ti farà indignare, qualcosa ti farà piangere, qualcosa ti farà persino sorridere un giorno. Anche se nient'altro importa.

giovedì 1 novembre 2018

Notte e quelli che ti capiscono

Secondo il filosofo Bigazzi, in comunione con Tozzi una manciata di anni fa:

Quelli che ti capiscono sono tutti dietro a te. Voci forti eppure spente ufficialmente, che rompono il silenzio nei ricordi. Voci che vorresti destare, anche se quando c'erano non le ascoltavo quasi mai se non borbottando.

E adesso le senti di più, anche se le hanno ricacciate dietro le nuvole.

 Ma nel silenzio attuale di nome frastuono, ogni tanto arriva una voce inaspettata. Quella di un amico che non distribuisce complimenti, eppure accade che ti fotografi con una precisione di cui nemmeno tu sei capace.

Prima ti chiama tessitrice, poi spirito libero.

E tu ti commuovi perché qualcuno l'ha capito. Magari prima di te.

Notte e quelli che ti capiscono