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martedì 15 dicembre 2020

Sempre dalla parte giusta

 

Ho lasciato scorrere le immagini che non mi appartenevano più o che mi sono appartenute in un modo nuovo. All'inizio con un po' di pudore, perché avevo la seccante sensazione di essere stata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Quei giorni lì, in cui la Nazionale stravolgeva le abitudini intrise di pessimismo, io ero dalla parte sbagliata.

Allora, pensavo, che diritto ho oggi di emozionarmi, scuotere la testa di gioia, poi di dolore quando Pablito se ne va. È forse che oggi rileggo quei giorni, negli occhi delle persone che amavo e che sopportavano tutto, anche le mie contestazioni adolescenti: il mio voler essere da un'altra parte, sempre.

Loro me lo dicevano già: un giorno sarai dalla parte giusta, che è compiere atti savi o folli, senza rimanerne intrappolati sempre. E saper esclamare 38 anni dopo...

Dio mio, Paolo Rossi

Perché amando, si è sempre dalla parte giusta, che non ha colori, che non si divide.

 

sabato 3 novembre 2018

Dov'è la Vittoria (il coraggio di Isonzofront)

Finisco questo libro, a ridosso di ciò che non finisce: la guerra. La Grande Guerra, quella di cui si celebra l’epilogo, ma cent’anni dopo mi sembra dispersa in mille rivoli.

L’Isonzo verde smeraldo, strappato in un rosso atroce: ovvero specchio di atrocità. A un mese dal mio viaggio a Oslavia, ho il cuore che scoppia di contrasti. E devo placarli, con i pensieri.

1 La gratitudine. A Klementina, che non incontrai in Friuli Venezia Giulia la prima volta, bensì in centro Italia, in un’altra terra ferita e fiera. Ed eccomi qui a Gorizia, due volte in tre mesi, e questa seconda volta mi porta le preziose indicazioni di Silvan Primosic. I suoi occhi mentre raccontano la storia frugando tra i monti e le loro cicatrici, poi mi sussurra: legga Isonzofront, è di una donna, sa? La prima donna reporter di guerra, Alice Schalek.

2 Il dovere.  Ed è un dovere a cui non mi sottraggo. In queste settimane l’ho preso, letto piano a piano e all’alba del 4 novembre lo termino.

Vittoria.
Adesso mi rimbomba in testa quel verso dell’inno di Mameli: dov’è la vittoria?
Grandi i nostri uomini (che emozione quando gli austriaci si emozionano a loro volta per il coraggio degli alpini), ma quelli che li fronteggiavano, cos’erano? 

Liberatori. Liberati. Tutto si mischia, quando leggi l’opera di una reporter che ha osato essere lì. Forse, di una donna reporter. Perché sfogliando dolorosamente le pagine di Alice Schalek io mi convinco di ciò che già mi avevano sussurrato gli incontri con i conflitti di oggi.
Se il mondo fosse delle donne (non proprietà ma responsabilità), la guerra si infrangerebbe contro se stessa.

3 L’impotenza. Quando si vive il dolore altrui, quando esso diventa improvvisamente il proprio, si coglie anche un aspetto insopportabile. L’impotenza di descriverlo, con la penna in mano, di gridare tutta l’assurdità, di essere un poeta, di scardinare la guerra con le parole.

Non accade solo con il dramma della guerra.

L’impotenza delle parole, mi sembra di viverla quasi quotidianamente, molto più banalmente.

Ma poi Alice insegna qualcos’altro  ancora: che comunque bisogna provarci. Con i propri, fragili mezzi. Con i mozziconi di parole che affiorano tra l’orrore.

4 L’umanità. E poi per chi stiamo combattendo? O meglio contro chi? Uomini contro uomini? Io so che il 4 novembre è l’anniversario della vittoria, ma vedo anche la sofferenza spalmata su entrambi, gli incerti fronti.


5 L’indifferenza. Che cosa ci frega? Che cosa ha ripetuto le guerre e ancora le farà ripetere?

Una delle caratteristiche curiose di questa guerra è che basta allontanarsi di dieci chilometri dalle prime linee per non vedere, né sentire più nulla della guerra.

E’ questo, che ci fotte. In ogni epoca. Non c’è  mai una guerra abbastanza vicina, e quando è troppo vicina, non hai tempo per urlare l’unica certezza: la guerra è una  follia non da fermare, neanche da iniziare.



Mi sento sempre più infelice. (Alice, prima reporter di guerra, Dio ti benedica).

Uno spazio morto è uno spazio dove si resta vivi

Da dove vengono fuori all’improvviso tutti questi eroi? Da noi come da parte del nemico?

Chi è coraggioso, è un amico.

Si usa quel che c’è per abbellire la vita. Fosse anche per poco.


Che poi, ancora una volta, un libro scolpito sulla vita mi indica un orizzonte. Eppure è la vita che mi conduce fin lì: Oslavia, la collina morta, oggi è collina di vita, profumi e progetti. Un secolo dopo, è Vita.

giovedì 10 agosto 2017

Dov'ero io (che c'ero davvero)

Dopo una trasmissione, mi rimane conficcato dentro questo dubbio.

Italia-Germania: io c'ero. Avevo un paio d'anni. Lo sapevo bene, che avrei assistito a un evento storico. Jim Morrison c'era ancora e io avrei dovuto anche manifestarne piena consapevolezza. Quasi sarei dovuta sgattaiolare via, ad afferrare manciate di concerti.

Italia-Germania: guarda che partita, rovente e vera,  e io dov'ero. Immagino stessi dormendo, cullandomi in una pace che non aveva abbastanza emozioni.

Sì, c'era anche lo sbarco sulla Luna, ma non miravo tanto alto. O forse di più.

E forse, sto dormendo ancora durante una partita cruciale.


domenica 30 luglio 2017

Notte e dove vivo

Pensavo di sapere dove vivo, ma questa sera irrompono sui miei schermi di coscienza "I dieci comandamenti". Vedo storie dentro di me, che non so riconoscere e cerco di proiettare lontano.

Ma siamo in Calabria. In Italia. Sì, pensavo di essere in Italia.

La malavita che decide il bene e il male, gli stranieri raccolti e sbattuti senza pietà dove altri si rifiutano. Uomini buoni che provano ad aiutarli e spesso cadono.

Dove vivo. In questo Paese qua.

E poi mi viene da pensare, che neanche dietro l'angolo di casa mia probabilmente riesco a scorgere. Come se non vivessi, davvero.

Notte e dove vivo.

sabato 18 giugno 2016

Il richiamo per sempre

Ho una giornata intensa e fortunata, alle spalle. Una in cui ritrovarsi, in diversi modi, e uno ancora più intenso degli altri.

E' la mostra dedicata a monsignor Giovanni Galimberti, un abbraccio all'arrivo della patronale. Mi faccio correggere dallo stesso titolo ideato nella Biblioteca capitolare e dalla voce di Franco Bertolli, che accoglie con l'entusiasmo consueto di chi ama la ricerca e l'umanità.

A Busto Arsizio con il prevosto Giovanni Galimberti 1942-1966

Sì, perché da una parte incontro questa figura straordinaria, grazie alle foto, ai documenti, a quelle grafie troppo accurate ed eleganti per essere nostre, a quegli articoli conservati con cura, ai manifesti e altri preziosi tasselli. A cui devo aggiungere un'ulteriore voce: quella della nipote Serafina, che osserva e racconta, aggiunge emozione come al ricordo delle vittime della sciagura aerea ad Olgiate, con la basilica che si spalanca al dolore. Serafina, la conosco da una vita: anzi, è una delle prime persone che ho visto nella mia esistenza, dopo la mia famiglia, condividendo con lei e i suoi cari i primi passi incerti della mia infanzia.

Ma incontro anche la mia città. Quella segnata dalla guerra, quella che si sta offrendo ogni giorno per liberare dall'oppressione e dall'odio, quella che rinasce con uno slancio raro, quella che sa fermarsi per una preghiera o per aiutare gli altri.

Due momenti scopro, e mi commuovono particolarmente, tornando alla persone. Monsignor Galimberti che piange alla morte di don Carlo Gnocchi, a lui caro. E che dialoga con il socialistissimo pà Carloeu, preoccupato del Bene con fede laica.

Quando sto per uscire, ripromettendomi di tornare con una lettura più accurata del libretto, mi fermo a un richiamo. Quello scritto a fine 1949 perché i cittadini, ciascuno nelle proprie possibilità, aiutassero a riparare la basilica ferita dal tempo.

Rileggo le prime righe:
"Ogni generazione ha i suoi compiti ed il primo consiste nel conservare intatto il patrimonio creato dallo sforzo e dal sacrificio delle generazioni precedenti".

Uscita, preferisco non guardarmi attorno per non incorrere in una sfuriata della coscienza. Ma in qualche modo, so cosa devo fare.

E so cosa spero: che in questo luogo meraviglioso, dove ho scoperto tanto delle mie radici e del mondo in questi anni, entrino tante persone a conoscere Giovanni Galimberti e la città.



venerdì 15 aprile 2016

I maschi e non parlare male dell'Italia

Penso a tutti gli uomini che ho incontrato oggi. No, tutti no, sono troppi. In fiera contemplavo la varietà di volti e linguaggi. Ma ve ne sono alcuni universali.

E penso al giovane cinese che mi ha fermato in tutta fretta nella sala: un gesto premuroso per svelarmi che mi era caduto dalla borsa un pacchetto di fazzoletti.

Penso alla porta troppo pesante perché io riuscissi ad aprirla al primo colpo (sono solo una povera donna, sì quella che non può parlare di calcio, mi scusi). E all'uomo indiano che si è affrettato a correre avanti per tenerla spalancata per il mio passaggio.

Poi, penso all'unico sconosciuto signore italiano con il quale ho parlato. Meglio, ha parlato. Non so se volesse broccolare o meno: so che aveva un piatto zeppo di cibo al buffet, eppure ha continuato a parlare. Anche cortese per carità: voleva andarmi a prendere qualcosa. Io volevo solo un po' di pace.

Il premier ha raccomandato: non parlate male dell'Italia.

Maschi del mio stupendo Paese (vi chiamo così, in questo modo capite come ci sentiamo trattate da femmine forse): potete anche comportarvi bene? Con l'attenzione che molti di voi sembrano aver dimenticato, salvo quando ci dite cosa non possiamo fare?

domenica 3 aprile 2016

Il Paese del contro

Il Paese del contro un tempo mi annoiava. Oggi, sarà colpa del fatto che invecchio, mi allarma. Tanto più quando non lo constato solo nei mega centri di potere, ma nelle città come la mia.

Ci sono le primarie di uno schieramento, anche se non appartengo a niente per deviazione filosofica e per coerenza di mestiere, mi arrivano inviti a raffica. No, grazie.

C'è un motivo in più per non partecipare per me. prima e durante litigano, mentre fanno i conti subito c'è chi commenta "questi sono tutti contro l'altro schieramento".

Contro, contro. Pro che cosa, non si sa mai però.

Bene chi ha partecipato perché credeva in qualcosa, qualcuno, a prescindere da chi. Ma chi guarda già contro...

Sarò vecchia e folle, ma penso che questo contro abbia stritolato il mio Paese. E continui a stritolare bellamente la mia città, oltre a qualche altro difettuccio di cui parlerò.


mercoledì 27 gennaio 2016

Chi copre, si scopre

Coprendo le statue per il rappresentante iraniano di turno, ci scopriamo perfettamente.

E resta velata una libertà che abbiamo perso, da tanto tempo, o forse abbiamo solo venduto al peggior offerente.

domenica 4 ottobre 2015

Motley Crue and the last time

Europe, for the last time. Nikki Sixx posta il messaggio con una pennellata rapida, non indolore.

Basta pausa in famiglia, si riparte. E la destinazione si chiama Europa. Italia, pure. Non so proprio perché mi stia ostinando così ad accarezzare i biglietti e sognare lontano, un mese o poco più.

Non ero mai andata a vedere i Motley Crue. Meglio i loro dischi, io rocker sempre più dura, ma allergica alla fuga dai valori, di qualsiasi musica si tratti.

Adesso sono qui a fremere. A scrivere a Nikki: noi, qui in Italia, vi aspettiamo. Sarà l'ultima volta, perché poi voi con scienza e coscienza non suonerete più insieme.

Sarà la mia ultima volta, perché devo guardare avanti. Ma con la forza di canzoni che mi hanno tenuto insieme. Anche quando le cuciture, le cicatrici, non stavano insieme affatto.

Rock on, Motley Crue.

mercoledì 10 giugno 2015

Notte e restiamo mostri

Toglietemi il bianco e nero. Datemi l'illusione della contemporaneità.

Il Pappamento, al posto del Parlamento, e la voglia di vendersi che comincia da noi. Vorrei che fosse tutto diverso, come una favola che tenta una fuga in avanti. O forse eravamo già così.

Vorrei non vedere più una scena di questo film. Vorrei credere che qualcosa sia cambiato.

Notte e restiamo mostri. Italia oppure oltre.

venerdì 19 settembre 2014

Cara Italia proviamo a cambiare anche noi?

Edimburgo e Glasgow, due poli contrapposti nel referendum dell'indipendenza. No, non è così, perché questa è la Scozia, non l'Italia.

E dopo aver camminato con le scarpe di questo popolo, ancora un volta, mi viene da dire guardando a tanti concittadini impegnati a commentare con i soliti toni e tante certezze.

Piantatela, se volete e potete, di buttare tutto nei partiti, neanche in politica che sarebbe nobile e che è quanto si fa qui. Piantatela di fare la tifoseria a priori e gettarvi pro o contro chi vi suggerisce la tendenza.

Qui c'è un popolo coraggioso e gentile, che ha collezionato ferite e ha preso una scelta con maturità, dividendosi per un giorno, per camminare ancora insieme. Da italiana potrei dire: dividendosi quasi a metà viste le percentuali, ma qui non si usa così, si vince o si perde. Ma non si vince contro l'altro.

Quanto ha ragione, Gianni Riotta sulla Stampa: il Regno Unito non sarà più quello di prima.

Proviamo a cambiare anche noi?

Ps un grazie speciale all'Eco di Bergamo che mi ha pubblicato l'articolo sulla giornata con i yes and no supporter e la fantastica foto di Fiona.

venerdì 20 giugno 2014

Notte con la palla e un sogno azzurro

È tutto metafora di vita, d'accordo, ma il calcio a volte di più. Sei un idolo, sei un pirla, nel giro di due nanosecondi. Sei la squadra migliore del secolo e la peggio gioventù. E chi ti giudica, è spesso nella sua comoda poltrona.

Io che amo il calcio, e non il risultato, da una vita, sono pure seccata dalla posizione centrale in troppi giornali, quando il mondo continua a sgretolarsi o ci sono Vittorie da celebrare. E francamente ho la nausea quando sento parlare delle fatiche e condizioni disumane dei nostri giocatori. Mio Dio, è il loro mestiere, fanno quello: mica è l'impegno dopo una giornata di lavoro. Con il caldo e il sole sulla testa lavorano tutto il giorno i muratori e va bene che è la categoria nel mirino del momento, ma torniamo sulla terra.


Palla al centro please. Io stanotte la rilancio lontano e voglio rincorrerla con un sorriso. Per fortuna, sono solo una donna - ah ah - occupata ad appassionarmi, non a fracassarmi le passioni.

Chi riparte, è felice. E fa felice gli altri.

Io sogno azzurro, fino alla fine e più.

domenica 15 giugno 2014

Notte con lo stile di Hart

Mi scrollo via la brutta Francia-Honduras. Brutta, non perché io sia antifrancese: mi è persino simpatico Deschamps nonostante il suo passaggio italiano con la maglia sbagliata (dai, amici juventini, perdonatemi).

Perché mi sembrava più rugby, perché non c'era storia. E soprattutto perché questa "goaltechnology" mi mette l'ansia: alla fine, l'ultima decisione è umana, per fortuna, perché tormentarci con false certezze?

Allora mi addormento con una bella visione dei Mondiali, che non c'entra con i risultati. Tra i vari vizi e paradossi miei, c'è una predilezione per i portieri della nazionale inglese. Ero una grande estimatrice di Seaman e mi piace anche Hart. Ancora di più dopo la visione di sabato sera: lui che rischia di beccarsi un - altro - gol, salvato dalla traversa. Finito lì? No, ammira e si congratula con l'avversario.

Questo è calcio, signore. Anzi sir.

Notte, con lo stile di Hart.

mercoledì 2 ottobre 2013

Italia, per un attimo che spavento

Guardo la tv solo da ospite, perché come sapete la spina è fuori da me. Ma mi assale una paura, un senso di smarrimento.

Vedo scene strane, gente che  - assicura lo schermo - è stata eletta da noi. Non solo non mi piace come si comporta in Parlamento, bensì ci va poco perché in televisione viene meglio. O così ritiene.

Sapevo che era uscito un film horror di Slash e meditavo: forse non avrò il coraggio di guardarlo fino in fondo.

Ma oggi spengo subito la tv, spaventata, di fronte a queste follie.

Per un attimo pensavo tutto ciò accadesse in Italia, che spavento.