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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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giovedì 5 aprile 2018

Se (non) si chiamasse dialetto

Si chiama dialetto. E se non si chiamasse dialetto? Forse non si chiama, dialetto. Lingua, cultura... Mi piace questo termine, voce.

Io leggo, ascolto, assaporo, scrivo un poco, ma parlo raramente il dialetto, nei luoghi dove mi sento più libera, come nello stadio e nella mente. Sabato 7 aprile in biblioteca (quella che se esiste, lo deve a Roggia, un professore piemontese e mondiale che a Busto ha dato tutto per riflettere) ci confronteremo, assaporeremo, ci rimbrotteremo su quella e quell'altra pronuncia…

Perché a Busto siamo così. Diversi da tutto il mondo attorno, giusto perché il mondo amiamo. E ci dividiamo pure tra noi, perché la pronuncia di Sacconago ad esempio sa differenziarsi. Ma dove sembriamo dividerci, ci ritroviamo.

Se non si chiamasse dialetto, chissà quanta importanza gli verrebbe attribuita anche da chi oggi ne sorride.

Io lo chiamo dialetto, voce, identità, energia. E più di tutto, voglia di ritrovarsi dentro qualcosa tracciato da altri, in cui possiamo sentirci liberi. 

giovedì 26 gennaio 2017

Notte e tutte le forze di una città (in una tradizione)

Capitano giornate che ne contengono ventimila, giornate in cui scorrono vite e volti senza esserne sopraffatti.  Non si può raccontare una tradizione antica, senza perdersi nei volti dei bambini. Non si può far risuonare una tradizione innovativa, senza salire sull'Apecar.  Non si può spalancare la propria mente al mondo senza partire dagli amici con i quali sei cresciuta o persino diventata un po' più saggia.

Questa è stata per me la Missione Giöbia.
Ed è solo la prima storia che i B300 hanno voluto attraversare, con disegni, parole e un fuoco che è più forte anche del falò della tradizione.

Tutte le forze della città, vederle, toccarle, assaporarle, in una tradizione. E ripartire di corsa verso il futuro. 

https://www.facebook.com/BTrecento/

domenica 24 gennaio 2016

Conoscersi con Bellotti

Conosci te stesso. Mentre esploro le stanze di Palazzo Cicogna cercando le preziose tracce di Biagio Bellotti, sento dentro di me questa frase.

Non è solo per il titolo della avvincente mostra organizzata dalla Famiglia Bustocca, con il supporto del Comune, qui e nel meraviglioso altro scrigno e dispensatore di energie che è la Biblioteca capitolare.

Patria ut noscat. Affinché la mia città mi conosca.

È anche e soprattutto perché attraversando la vita, le opere, i sogni, le difficoltà di questo mio illustre concittadino mi sento spaesata e felice. Può apparire un controsenso, ma non lo è. Mi sembrava di sapere molto, anche se non tutto, su Bellotti. Mi trovo più ignorante che mai. Scorgo un luogo, una finestrella, un colore e mi rendo conto di come mi fosse sfuggita l'autorevole paternità.

Mi commuovo di fronte al disegno di Sant'Antonio Abate o alle foto della bellezza di storiche sale, dissolta dai bombardamenti. La musica dei bambini è la speranza che corre discreta sotto la storia di questo canonico, artista (pittore ma anche musicista, mi ricorda il maestro) e figlio di una città che come tante altre non sempre manifesta gratitudine.

Oh sì, più di tutto mi emozionano le parole che accompagnano il suo autoritratto. Difficoltà, fatiche, boicottaggi, liti: i tempi non cambiano mai.

Ma questo autoritratto appare davvero come un pegno d'amore, più forte di tutto. Lo stesso amore che bisogna cercare di offrire, in un'epoca come la nostra, dove il mecenatismo sembra soccombere e le radici spesso ignorate.

Così non è finché cercheremo di conoscere la nostra città, la bellezza e noi stessi, come possiamo.

Questa mostra, fino al 28 febbraio, a Busto Arsizio lo consente. Anche a chi abita in altri luoghi, dove Bellotti ha lasciato il suo pegno d'amore, o a chi semplicemente ama l'arte e ama cercare.




Conosci te stesso. 


venerdì 30 gennaio 2015

Notte e basta che cambiamo

Ho bisogno di cambiare, come la Gioeubia. Di restare me stessa, come lei e ogni altra tradizione.

Maestro, perdonami l'uso indebito del discorso, in questi giorni che fingiamo freddissimi.

Ma ciò che hai detto della Gioeubia, vale per tutti noi. Come ieri, e così diversi. Così tesi verso il futuro, eppure ci puoi ritrovare in ogni momento. E soprattutto, uniamo pane e orazione, in varie forme.

Notte e basta che cambiamo, oppure no.

giovedì 29 gennaio 2015

I fantocci e i colori del mondo

La Gioeubia non può che iniziare con un abbraccio, penso nel freddo: rivedo gli occhi luminosi di un'amica, che ha osservato con me i fantocci.

Quanto lavoro per crearli e come dev'essere dura vederli bruciare. Qualche artista non si presenterà stasera al falò. La mia cara Famiglia Bustocca che rende moderna e in tiro la vecchia Gioeubia. Il Cai che la piazza sugli sci. Il 47 che la conduce all'Expo. E la politica che se la piglia con i voli di Renzi. Tanti altri in piazza, nelle strade e nei cuori.

Ul Cuarantacenchi, sempre stupendo: ci porta leggenda dei Magi che noi bustocchi abbiamo aiutato bruciando i telai e mettendo in fuga la nebbia. Non si dimenticano, i coscritti, un pensiero per la povera nostra Pro Patria.

Il cielo è grigio in piazza Santa Maria, finché arriva uno strano raggio di luce. Bimbi mano nella mano, una scia di giubbotti gialli. Li guidano le insegnanti, con una suora che mastica gioiosamente chewing gum e scatta fotografie.

Ci sono tutti i colori del mondo, nelle Gioeubie.  E nei bimbi.

lunedì 8 dicembre 2014

Il sapore dell'eterna lotta

I cupèti. Il dolce della mia città in questa giornata dell'Immacolata: l'amore tenero, la devozione e quello che sempre ci mette lo zampino.

Un'eterna lotta che ci ha spinto a escogitare qualcosa per renderla meno amara, persino più appetibile.

I cupèti sono il dolce, le poesie di chi mi ha voluto bene, il sorriso di un bimbo quando addenta e vede volare il suo palloncino verso i sogni che scrive su un foglietto e che forse non ricorderà più.



venerdì 5 dicembre 2014

Barbara, Francesco e la città più

Perché la mia città? Perché ha il cuore più grande.

Barbara e Francesco sono due imprenditori. Due persone innamorate. Impegnate nella famiglia, nel lavoro, nella società. La mia Regiù Chiara Massazza le ha giustamente premiate ieri sera, soci onorari della Famiglia Bustocca.

Quando penso a loro, sono grata per come amano la mia città. Un palasport rinato, la Yamamay che ci ha fatto volare alto con i sogni. Ma ho anche ragioni che ho vissuto ancora da più vicino.

Francesco, Barbara, c'è da aiutare suor Marcella e la sua gente a Haiti. È la nostra gente. Loro spalancano le porte e sostengono ogni emergenza.

Vengono da una città meravigliosa, Napoli. E il papà di Barbara ha un legame antico con Busto, nel segno del tessile che ci ha reso famosi e veri.

Giovedì sera Chiara, con il viceregiù Diani, premia questa coppia straordinaria. Bello il discorso di Francesco Pinto, e anche quello di Barbara mi emoziona: Busto è una città con un cuore speciale.

I cuori speciali, si riconoscono e si sostengono.

mercoledì 29 ottobre 2014

Grazie città mia (cittadina del mondo)

Fa figo essere cittadini del mondo, ma esserlo è duro, durissimo. Significa capire che in ogni angolo di pianeta abitiamo e dunque dobbiamo anche soffrire.

Viaggi infiniti per il globo. E fa figo prendere le valigie, non i fardelli dei popoli. C'è una via che aiuta, e non perché sia facile.

Amare la propria terra, io credo che possa dare una mano. E io amo la mia città. Per questo la striglio, all'occasione, e non la riconosco, perché la amo tantissimo. Le sue rughe sono le mie, legate ai sorrisi e alle lacrime. Sono nata e rinasco ogni giorno, accanto alla sua basilica. Mio nonno ha pianto la prima volta lì, e cento volte ha riso. La voce testarda, quasi monella, della campane ha ispirato una delle liriche più irriverenti di mio prozio Angelo Bottigelli: e cavolo, quanto mi piace quella poesia.

I miei cugini si innamorarono e sfidarono i tempi di dolore. Mio nonno percorse pochi metri e incontrò mia nonna. E tanti fili si unirono. Mio padre si spostò poco più in là: la vita legò a una ragazza della Valle e fece fiorire il loro amore oltre il confine del centro, dove c'era la loro ditta. Perché quella ditta era - anche - loro. E di mille persone, e del mio maestro.

Io ho fregato tutti e mi sono spostata nel rione che era stato Comune non mi ha ancora nominata figlia, perché il tempo non basta; mi  consola il fatto che quel rione  è del mio maestro.

Tutto questo casino, di viuzze, viali e fili, mi rende felicemente una bustocca. E cittadina del mondo.

ecco perché giovedì 30 ottobre io voglio festeggiare i tuoi 150 anni di città.

http://lafamigliabustocca.org/2014/10/buon-compleanno-busto-arsizio/

mercoledì 15 ottobre 2014

Il poeta di quale città

Sai cosa significa incontrare un bustocco milanese? Come a tirare un filo più profondo di tutti, nascosto e bellissimo. E se lo sfiori appena, altri ne seguono, come una matassa morbida e pensierosa.

Nella nostra biblioteca, dedicata al nostro professore, Gianbattista Roggia, dobbiamo attraversare Milano, il suo cuore, le sue contraddizioni, grazie a un personaggio che qui però non è nato. Diresti che lo legano solo pochi mesi di vita, i primissimi passi, e quindi dimenticati, a Busto Arsizio. Eppure così non è.

Quando ho letto la tesi di Valeria Grazioli su Gaetano Crespi, energia umile e potente a cavallo tra due secoli, ho deciso dentro di me: devo andare a Milano un giorno e visitarla così, dall'osservatorio generoso di un uomo che lavorava nelle assicurazioni per vivere, ma fioriva e aiutava a fiorire nella poesia, nell'arte, nella musica, nel giornalismo. Un uomo che non si dava pace, se non si tributava il giusto omaggio a Carlo Porta. Che sapeva scherzare, in modo serissimo.

Poi, arriva questa serata magica in biblioteca. Mi guardo attorno. C'è la mia Famiglia Bustocca, con Chiara e Giovanni. Loredana Vaccani, che fa vivere questo luogo con tutta la sua capacità di viaggiare e sognare, ancora. Ci sono Ginetto Grilli e Luigi Giavini, che non sopperiscono solo alle nostre carenze dialettali, ma danno altra luce al poeta e alla sua città.

Già, la sua città. Qual è poi? Sul finale un intervento a sorpresa, l'alunno di un suo discendente.

Busto, quanto c'è di Busto in quella vita, quell'orgoglio pacato ma che in ogni occasione veniva esternato: noi siamo di Busto. E lo sei stato, Gaetano, forse anche in quel non apparire a forza, nello slancio per gli altri, nell'essere motore senza fare troppo rumore.

Mi sa presto andrò a fare un giro a Milano, per dire grazie a Busto. Quella Busto di ogni volto ed età che stasera si è affacciata su un suo figlio, curiosa e felice.