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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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lunedì 18 settembre 2017

The breeze and Indyref (3 years ago)

Edinburgh night. I'm freezing. This breeze is telling me something, I'm not sure I want to listen to it.

Indyref, I knew really nothing about it. I've just loved Scotland. Tonight I can feel something is flying away. I couldn't say if they are dreams or fears.


Sono volati via, con la brezza, tre anni. Mio Dio, che freddo quella sera a Edimburgo. E chissà se quella nebbia gelida di mare, che si mischiava a una strana brezza, portava via sogni o timori. I miei amici in Scozia votarono in modo così differente.

Io giurai che avrei vegliato tutta notte, invece mi addormentai almeno fino alle quattro. Allora, accesi la tv nel bed and breakfast che avrebbe esibito il cartello "yes" ancora per poche ore. Era inutile, bastava ascoltare le voci del pub sotto casa.

No. Era finita.

Solo pochi luoghi votarono sì e improvvisamente sentii che potevano aver ragione, che secoli di storia significavano molto futuro, con quella consapevolezza di secondità che il capitano Scott e Dundee mi avevano insegnato. Mi ricordo le voci italiane che mi sfottevano, senza essersi mai intinte nel dolore della storia stessa.

Dopo la Brexit, osarono dire: ehi, i tuoi amici avevano ragione.



The breeze and Indyref. In un mondo che sa solo blaterare no, il sì ha un sapore strano e irresistibile.

martedì 14 marzo 2017

Una cosa molto intelligente sulla Scozia

Vorrei dire una cosa molto intelligente sulla Scozia. Un'analisi decisamente approfondita sul prossimo referendum per l'indipendenza (e dichiararsi così europei), se ci sarà.

Vorrei lanciarmi in una dotta analisi, rispolverare secoli di sofferenza, ripercorrere frammenti di delusione rimasti conficcati nel cuore in questi due anni. Vorrei risentire tutti i commenti, raccolti due anni e mezzo fa.

Vorrei dire veramente una cosa molto intelligente sulla Scozia. Ma solo un'idea mi assale, come tre anni fa: se torni a votare, verrò ancora da te. Ripercorrerò Edimburgo nella nebbia che sa di mare, perderò la testa su come si possa votare no sulle sponde del lago dove il Bonnie Prince Charlie tentò l'ultima spedizione di indipendenza, mi chiederò ancora se Dundee possa gridare con maggiore forza "sì" all'indipendenza oppure ad abbattere e ricostruire tutto il fronte del suo fiume.

Insomma, l'unica certezza è che se ci sarò ancora, su questa terra umida e innamorata, tornerò da te a cercare di capirci qualcosa e arrendermi. 

domenica 18 settembre 2016

La Scozia e chi è diviso (indyref and who is split)

Tre bandiere, più o meno unite. Riguardo questa immagine scattata due anni fa, e proprio a Dundee, la yes city. La mia città più amata in Scozia, per chissà quale sortilegio, quella che vota sì al referendum sull'indipendenza scozzese e intanto ribalta tutto attorno al fiume Tay per ridisegnarsi un futuro. Quella che di cambiare proprio non sembra avere un briciolo di paura.

Le bandiere e un mondo


Tutto si era già consumato e quelle bandiere sprigionavano un mondo. Dundee, come altri luoghi, aveva dichiarato di voler lasciare il Regno Unito e non nascondeva invece il feeling con l'Europa. Era già il 20 settembre, in mezzo il voto, il verdetto e la pace del Loch Shiel, che cullava il ricordo del Bonnie Prince Charlie con l'ultimo tentativo di indipendenza in battaglia.

Mi ricordo l'atmosfera del 18 settembre a Edimburgo. Dove avrebbe vinto garbatamente il no all'uscita dall'Uk, ma accidenti che fatica trovarne mezzo, di no voter. L'aria pungente, come l'attesa, e la notte che non finiva mai. Nessun timore di addormentarsi e perdere il più bello: nei pub un grido o il silenzio avrebbero tirato fuori dai sogni.

Tuttavia, un altro aspetto è stampato nella mia memoria. L'atteggiamento ironico, se non peggio, della maggior parte degli italiani sull'indyref. Nell'epoca in cui sappiamo tutto, senza conoscere nulla, leggevo fior di sentenze. Mica nascondo la mia simpatia per un "yes", dopo aver letto tanto e non abbastanza negli anni, dopo aver conosciuto amici meravigliosi con idee molto differenti, ma io volevo andare per essere parte e per capire.

Ne sono uscita frastornata comunque. Su una costa deliziosi amici a festeggiare il "no". Sull'altra, una famiglia speciale per me, formulava due voti opposti, con lieve predominio per il "sì".

La fiammata e la divisione


Che cos'è successo nel frattempo? Brexit. E anche qui, quante ne ho sentite. Roba che per un attimo mi dimentico dove batte il mio cuore. Io adoro la Scozia e per anni sono andata nelle scuole a parlare con entusiasmo dell'Europa.

Adesso, quest'ultimo entusiasmo si è spento. Non ho altre soluzioni valide, lo ammetto, ma sono così delusa e distante. E che ne so io, di come lo vivono altri Paesi? Delle ragioni dietro un voto? I vecchi hanno scippato l'avvenire dei giovani? E questi perché non sono andati in massa a difenderlo votando?

L'unica fiammata è stata quella dell'ipotesi di un bis per l'indyref, considerato appunto il legame più saldo della Scozia con l'Europa.

Oggi, a due anni dal referendum, leggo lo Scotsman che afferma quanto siano ancora divisi gli scozzesi, anche se cresce chi voterebbe l'addio all'Inghilterra.

Split. Chi è diviso? Who is split?

Molti, se non tutti, di noi che inneggiano a mondi senza confini e hanno un cancello alto e supertecnologico. Che in fatto di muri, nella nostra vita, non siamo secondai nessuno. E che due anni fa ridevano di una nazione come la Scozia che voleva decidere del proprio destino in base a quattro, arraffate conoscenze. Come quelle su Inghilterra e Brexit.

siamo sempre divisi, è l'amara realtà.

Pagina di storia


Intanto chi la dimentica quella giornata, quella pagina di storia. Se chiudo gli occhi, a Edimburgo rivedo soprattutto una donna bardata di "yes". Il suo ardore, le sue paure (a partire da quella di perdere il posto), la sua passione quando parlava dei poveri e dei giovani, di assistenza sanitaria e di contributo alla pace. Argomenti, che sulle brillanti conversazioni nei social, quando parliamo del voto degli altri, vedo proprio abbondare.

chissà dove sei tu, e i tuoi sogni. Secondo me, cara, da qualche parte ci sono ancora.

http://neicassettidimalu.blogspot.it/2015/09/la-lunga-notte-di-edimburgo-1-un-anno.html

sabato 25 giugno 2016

La macchina del referendum

Un giorno sono tornata a casa decisa: ho scelto l'auto nuova e anche il colore. Però, siccome sono democratica, metto la tinta ai voti ugualmente in famiglia.

Io dopo tanti anni di auto grigia, la voglio rossa. Ero in combattimento, perché c'era anche azzurra. Va be', la metto ai voti, tanto già io spiano la strada scrivendo rosso sulla mia scheda.

Il resto della famiglia ha votato azzurro. Siccome siamo in tre aventi diritto al voto, ho perso di poco tecnicamente, giusto? Quindi potrei ratelare.

Sono andata in concessionaria e sono salita sulla vettura blu, maledicendo la mia tentazione di democrazia. Che poi devo guidarla io, mm, potevo far valere il doppio io mio voto. Oppure aspettare una settimana e tentare di farlo ripeterlo...

Ecco, la prossima volta decido io e basta: se non piace, amen. Ma so già che non lo farò. Perché a me votare, e far votare, importa moltissimo, anche nelle minime cose. Anche quando penso di aver ragione io, ovvero quasi sempre, da umana.

Così ho pianto per #indyref, ma sono sopravvissuta moralmente. Non mi straccio le vesti per Brexit.

Mi sento solo triste quando seguono altre conclusioni: hanno deciso i vecchi, non bisogna far votare tutti e altre considerazioni.

La realtà è che gli altri sbagliano sempre, quando non votano come vogliamo noi. Ma sapete che ho il dubbio: non è che pensano lo stesso di noi?

domenica 20 settembre 2015

Dundee the brave - indyref on the road (one year later)

DUNDEE THE BRAVE
“Dundee sarà un campo di battaglia chiave per il referendum” Alistair Darling, 16 luglio 2014
(Dundee is a, the yes city. A city involved in changing, ever and ever. Or able to seize the moment, as Brian Cox said?)

20 settembre 2014 - Arriviamo a Dundee. Una sera indimenticabile

Chi arriva, come me, a Dundee dopo qualche anno di assenza, è candidato a perdersi. Ringrazio l’allerta data dagli amici e la stella polare Discovery Point. Grazie al museo dedicato al capitano Scott e ai suoi uomini riesco a convincermi di non essere finita nella città sbagliata e trovo il posteggio, per poi contemplare in pace lo spettacolo del fiume Tay. Dove sventolano ancora insieme la bandiera del Regno Unito e quella di Sant’Andrea. Nonostante siamo nella Yes City.

GLI ULTIMI PASSI
Sono volati più di 200 chilometri, prima restando tra gli scorci più selvaggi, poi ammorbidendoci con i prati che alternano verde e giallo, mucche e pecore. Una tappa nella meravigliosa cornice di Blair Castle, la cui storia inizia ottocento anni fa.  Una tappa casuale, perché nel tour de force volevo anche mostrare e rivivere un castello diverso, ancora scaldato dal cuore di una famiglia. Ma poi, mi ricordano che qui non solo è passato Bonnie Prince Charlie: questa è stata proprio una tappa del principe, scendendo da Glenfinnan, come noi.
E’ come se avessimo condiviso un tratto di strada, ma ora dobbiamo separarci: mi aspetta il futuro.  Saluto il Perthshire e ripasso il risultato qui: Perth e Kinross, il no al 60,19%.
Mancano poche miglia a Dundee, la città del sì, la prima che incontrai in Scozia quasi vent’anni fa, quando costrinsi la truppa di amici a trascorrere la prima notte qui. Se richiudo gli occhi, rivedo la pioggia battente, la visita al Mercantile per bere una birra e stupirsi, da turisti italiani alle prime armi, della repentina chiusura del pub. Quindi la raccomandazione dell’albergatore la mattina dopo: andate a vedere il museo sul capitano Robert Falcon Scott. Noi a dargli retta, nonostante friggessimo per correre su, nella Scozia delle Highlands e dei sogni: invece, io rimasi ancorata a quel sogno stupendo del Polo Sud.
Dovrei conoscerla a menadito, Dundee, e rimiro il messaggio  dei miei amici, quell’avvertimento composto su una deviazione per lavori. Qualche piccolo cantiere anche qui, avevo pensato. Alla faccia.
Tutto attorno, il vuoto che sta per diventare pieno. Dall’albergo alla stazione, è scomparso un mondo e ne sta sorgendo uno nuovo. Si tratta del cosiddetto progetto “Dundee Waterfront” che una adorabile Dundonian mi ha spiegato nella sua filosofia: riportare la città – 148mila abitanti, un passato nel segno delle tre “j” iuta, giornalismo e marmellata e un presente tecnologico e turistico – alla propria sorgente. In modo fisico e metaforico, più vicino al fiume che da tutti può essere visto, come la cortina di edifici storici si ripresenta con orgoglio.
Tra pochi mesi, mi riperderei ancora se va tutto in porto. Il cuore di questo progetto è il “V&A museo di design”, firmato dall’archistar giapponese KengoKuma. Un progetto che sul sito internet è definito “coraggioso e ambizioso£ e sarà il primo museo del design costruito sì nel Regno Unito ma fuori Londra. L’idea di un salotto in questa fiera metropoli scozzese, piace molto. Anche agli investitori, a giudicare dal fermento e dai soldi che si stanno scommettendo dopo il lancio ufficiale nell’aprile 2014.  I consulenti di Drivers Jonas (ora sotto Deloitte Real Estate) hanno stimato che una volta completamente terminato il Central Waterfront offrirà qualcosa come 5mila posti di lavoro.
Cambiare sempre, cambiare ancora. Penso alla fedeltà di Dundee a se stessa, proprio nel voler imprimere svolte anche in tempi sospetti, duri. Abituata alle batoste, da quella plateale quando costruì il ponte dei record nel 1879 e poco tempo dopo il crollo durante una bufera costò la vita a sessanta persone. Quei pilastri sono rimasti lì a testimoniare il disastro e la ricostruzione.
A Dundee c’è sempre da ricostruire.

YES CITY
Alistair Darling lo dichiara il 19  luglio, con sondaggi dal sapore ancora svogliati: Dundee sarà un campo di battaglia chiave per il referendum. Salmond l’ha dichiarata una “yes city”, ma il leader di Better Together cerca di contrattaccare in un’apparizione proprio sulle rive del Tay, dove sta cambiando il mondo: “Sono fiducioso che possiamo vincere e vincere bene”. E aggiunge: la gente sa da dove arriva il lavoro, dal Regno Unito”. Il riferimento è anche a questo museo che cambierà la vita della città, come a mettere in guardia. Ciò, a quanto pare, funziona ad Aberdeen, con il petrolio.
Qui, niente da fare. Nella notte più lunga, la città sarà la prima a scandire il suo yes: 57%, vale a dire 53.620 persone, contro 39.880 che si sono pronunciate per il no. Hanno partecipato il 79% degli elettori e 92 schede sono state respinte.
Così troviamo personaggi come Brian Cox, l’attore che è anche rettore dell’università, con il cuore spezzato a metà: demoralizzato per l’esito generale, carico per la risposta della sua città. Brian: me lo ricordo nella magistrale interpretazione di re Enrico II, già, il temibile e astuto monarca inglese (anche se non abbastanza da governare la moglie Eleonora e i figli, con la macchia del tradimento sempre sui Plantageneti) che con la Scozia alzò la voce, ma imparò anche a trattare. E’ anche rettore dell’Università di Dundee, una delle più frizzanti, che danno un piglio giovane e irresistibile alla città.
Seize the moment: cogli l’attimo. Il suo discorso di questa Hollywood star – come lo definisce il Courier con fierezza – resta in tutta la sua bellezza, invita ad abbattere gli steccati dei partiti e a cavalcare un momento storico. “E’ sempre più chiaro – enuncia nel comizio – che Westminster non lavora per il bene del popolo scozzese. Il 70% delle persone detiene solo il 25% della ricchezza”.
L’ingiustizia sociale, quella che la yes city non digerisce. La città che ha creato navi capaci di andare nei punti più lontani del mondo, come l’Antartide, sotto bandiera britannica. E che oggi ospita sia la Discovery appunto sia la Unicorn, fregata di 46 cannoni, costruita per la Royal Navy: una delle sei più vecchie navi del mondo.

Ricominciare, cosa vuoi che importi ricominciare a Dundee, che dalla iuta è passata alla tecnologia e al turismo. Il turismo... Prima di correre al bed and breakfast a lasciare i bagagli, incontriamo un’amica che ci crede e crea meravigliosi percorsi culturali. Ci porta a bere un caffè al Malmaison, ora affacciato su una terra in fermento oltre che sul fiume Tay. Ha 120 anni e una scala in ferro battuto da sogno: restaurato, è diventato l’hotel numero 13 della catena Malmaison.
Tutto sembra immenso qui, ma fuori vediamo uno spettacolo delizioso: ragazze e donne poi di ogni età che bevono, ridono e scherzano con buffi occhiali. Un travestimento festoso, che significa un addio a un nubilato, spiega la nostra amica. Lei è un’accesa sostenitrice del sì e non sa darsi pace: “Potevamo cambiare. Dundee è sempre stata più radicale, è vero. Ma soprattutto ha il coraggio di cambiare”.
Sono le ultime ore a Dundee, in Scozia. Non ci posso credere che abbiamo divorato miglia e giorni così. Ripenso ai volti, ai commenti, alle storie. I luoghi che parlano non meno intensamente.
L’ultima sera è con una famiglia speciale: che si è divisa nel voto, ma chi ha optato per il no, l’ha fatto convinto che le promesse di Cameron debbano avverarsi, che lui si sia spinto troppo in là. Altrimenti, gli presenteranno il conto.
Siamo a cena in un ristorante, dove incrociamo il banchetto di un matrimonio. C’è un’euforia che sembra cancellare ogni delusione delle ore precedenti. E tanta eleganza, sana e spontanea. La sposa si lascia fotografare con noi, accettando felice l’invito tra la folla.
Quanti kilt, osserviamo. Uomini adulti e giovani come in una processione che si scioglie dopo la compostezza del rito: l’abito prezioso che contraddistingue, che offre identità a una persona, a una famiglia. Chi se ne frega se affermano – attirandosi fior di dispute – che l’abbia inventato un inglese: nelle Highlands la tradizione era già seminata in tempi non sospetti, è la replica che viaggia in rete e negli articoli.
Mentre parliamo ancora di referendum, brindando con il vino ai nostri due Paesi, io guardo questo elemento di riconoscimento di un popolo e mi commuove che oggi abbia il suo ruolo nei momenti di festa, o ufficiali.  Un tempo, era quasi un kit di sopravvivenza: un tessuto che si poteva usare di notte in modo differente, come coperta per far fronte al freddo delle ore più buie. I reggimenti delle Highlands lo scelgono e lo fanno amare anche a Sud del confine. Matrimoni, i giochi ufficiali, le danze celtiche: un momento in cui essere eleganti, essere se stessi e ricordare a chi si appartiene.
Ho chiuso gli occhi: pensa in Italia uno che dice “Vado a votare”  mettendo l’abito più bello, magari quello del matrimonio. Si vede che è sera e ho voglia di sognare. Forse è meglio scegliere il posto adatto per farlo.
LA CITTA’ DELLA LUCE
Ci vuole sempre un istante solenne quando ci si congeda dagli amici. Girare per Dundee è tutto tranne che facile, persino la notte, con le deviazioni impartite a ripetizione.
Ma c’è un modo per abbracciarla interamente: si chiama Dundee Law. Quest’ultima parola è gaelica, non inglese: non c’entra con la legge, bensì significa collina. Siamo a 174 metri sul mare e c’è un memoriale dedicato ai caduti delle guerre.

Lo spazio di manovra qui è minimo e non possiamo sostare a lungo, ma è una sera meravigliosa per cui salire e divorare il panorama con gli occhi. Limpido, il cielo, che spesso viene percosso dal vento a Dundee. Sembra una piccola Los Angeles, la città delle luci, della vita, cantata dai Doors.
Ma non è la canzone con cui chiudo il viaggio, perché questa notte è già sospinta verso il domani. Verso il ritorno a Edimburgo, passando dalle infinite campagne e salutando l’ormai imminente Ryder Cup dai cui cartelli si viene tempestati. Verso la partenza per l’Italia.
Verso il futuro della Scozia e del Regno Unito, di ogni nazione e di ogni angolo di terra, comunque si chiamino o si chiameranno un giorno.
La canzone
- WHEN TOMORROW COMES – Eurythmics
Annie Lennox e David A. Stewart: lei scozzese, lui inglese. Una miscela esplosiva ed elegante per la musica britannica, che conquista i fans di tutto il mondo.
Impegnata in molte cause umanitarie, Annie – ragazza di Aberdeen - non si tira indietro sulla questione referendaria, ma va con i piedi di piombo: né giocatrice d’azzardo, né veggente, crede che si tratti di una questione troppo complessa, da soppesare cautamente. Quando posta su Facebook l’Union Jack, si scatenerà il putiferio, ma lei replicherà: “Non c’erano messaggi nascosti, io neanche posso votare non risiedendo lì, spetta solo al popolo scozzese scegliere”.
Andrà giù più pesante cogliendo i sospiri postreferendari:  “Basta con i sentimenti anti inglesi, crescete”.
Il bello di questa canzone che vuole essere d’amore, ma di un amore mai stretto nei confini, è quanto ci sentiamo piccoli nell’universo. E’ che c’è qualcosa di eterno, e lo ricordano le stelle con la loro luce proveniente da milioni di anni. Quelle stelle che sulle Highlands hanno un sorriso magnetico e che sulle città di Scozia impallidiscono di fronte alle luci artificiali sempre più vivaci.
In queste note d’amore è racchiusa la promessa, per quando il futuro arriverà: esserci, sempre; essere la persona (o il popolo) che fa la differenza, che aspetta, che abbraccia chi appare fragile come un bambino.
Essere la persona su cui si può contare. Quando il domani arriverà, non sarà con un referendum, sarà anche solo rimanendo fedeli a se stessi. E quel “solo” sta già stretto come una frontiera.
C’è un sì che si può pronunciare, sempre, ed è quello che permette di stare accanto all’altro, in questo mondo pericoloso.
Aspettando il domani, spero che chi ha detto no, aiuti a ricucire con quella gentilezza, quell’attenzione all’altro che sono squisitamente scozzesi. E chi ha scritto sì, continui a metterlo in pratica rimanendo leale a se stesso e alla propria storia.

Glenfinnan, il loch che disse no

CHI LO DICE AL PRINCIPE. O A HARRY POTTER
I am Connor MacLeod of the Clan MacLeod. I was born in
1518 in the village of Glenfinnan on the shores of Loch Shiel. And I
am immortal. (opening of Highlander)
(Bonnie Prince Charlie or Harry Potter? A hero or a wizard born from a novel? We can experiment both in Glenfinnan. But never say “lake” here)


Se non si è immortali qui, non so dove si possa esserlo. Lo riconosco, mentre entro in questo territorio che si stacca dalle Highlands, pur facendone immensamente parte. Si avvicina la sera e dopo tanti tentennamenti il sole si è affacciato giusto il tempo di congedarsi; non si può nemmeno rimproverarlo, perché riesce a tingere d’argento il Loch Shiel, dove appunto Connor MacLeod affermava di essere nato. E si preannuncia subito un lago stregato, che gioca con la storia e con il cinema mostrando uguale disinvoltura.
In realtà, Glenfinnan non si fa catturare dalle telecamere mentre Christopher Lambert interpreta l’ultimo immortale: è solo citato, rivendicato non si sa se con pudore e orgoglio, e resta poi nella fantasia, perché il lago che vedete è quello che ospita un angolo incantevole di Scozia, Eilean Donan. Un luogo che sa togliere il fiato a chi risale la costa occidentale della Scozia, magari verso la magica isola di Skye, ormai non più isola, visto il ponte costruito a perenne legame. Un castello che galleggia sul Loch Duich, così appare improvvisamente a chi arriva. E anche per questo castello si parla di un legame con Robert Bruce.
Il Loch Shiel, però, non si espone. Questa meraviglia ci accoglie con tutta la sua freschezza, la sera in cui il referendum è già storia e per i più delusi contro la storia.

Qui fierezza ferita e fantasia si uniscono, come queste onde ricche di personalità. Qui il Bonnie Prince Charlie, l’aspirante sovrano del quale troviamo tracce di devozione e malinconia nella Scozia intera, partì carico di speranze, con un popolo che pur rimaneva diviso, come si sarebbe dimostrato. E qui la certezza storica è entrata in competizione con l’invenzione pura: il cartello a cui i turisti prestano più attenzione, è probabilmente quello che indica l’orario del passaggio del treno sul viadotto. Di per sé, uno spettacolo suggestivo, ma molto di più quando evoca Harry Potter in viaggio verso la scuola di Hogswarts.

UN PRINCIPE SFORTUNATO
Ashley o Primula Rossa? A voi la scelta. Ma mi affascina che Leslie Howard volesse realizzare un film su Bonnie Prince Charlie. Profuma persino di libertà, come quella che stava a cuore all'attore britannico, morto in circostanze misteriose nel 1943.
Lasciatelo solo mentre guarda Rossella O'Hara, da lui ufficialmente respinta in nome dell'onore, allontanarsi in una delle scene clou di "Via col vento".
Entrate nei suoi occhi magnetici che frugano già verso un nuovo film. Che non potrà interpretare. Toccherà a David Niven, più inglese di lui se si può. Leslie era figlio di un ebreo ungherese e nacque a Londra nel 1893. Nella stessa capitale inglese venne alla luce David Niven, ma con il
padre originario del Perthshire. Di più, si vantava di essere nato a Kirriemuir, sempre la patria di Peter Pan, si trova su alcune fonti. Ma nella sua autobiografia Niven non ha remore nel confessare il lampo che si trasforma subito in tempesta e lascia poi i segni del naufragio. Viene reclutato per “Bonnie Prince Charlie” da Alexander Korda, che l’avvisa: starai via almeno otto mesi.
Riluttante per un delicato periodo familiare, Niven accetta, ma spiega con triste precisione: fu una di quelle grandemente floride stravaganze che sanno di disastro fin dall’inizio. Un cambio di regista cha si ripete tre volte e una battuta sarcastica: a cinque mesi di lavoro nessuno sa dirmi come finisce questa storia. Humour inglese che accompagna una reale tragedia scozzese.
Ma, diciamolo, di scozzese c’era poco in quel film del 1957. Lo riconosce lo stesso Niven, proseguendo nella descrizione senza pietà: non lo scenario, non gli attori e basta pensare che i selvaggi Highlanders furono arruolati tutti dall’East End di Londra.  Tra gli aneddoti, almeno per David un lieto fine c’è: incontrerà la donna che sposerà presto.
Il film resta però goffo e dimenticato.
Bisogna andare realmente a Glenfinnan, per riprendere la strada del Bonnie Prince Charlie. Ci arriviamo verso le sette, con una luce delicata e bizzarra. Poche case, il monumento sullo sfondo del lago, l’incursione in un bosco individuando il segnale dell’albergo. C’è un altro segnale, che sarà chiaro con il giorno. Un cartello con il “sì”, e un altro con il grido opposto sopra: una pacifica convivenza, una confessione di smarrimento.

Ci aspetta Glenfinnan House Hotel, proprio sulla baia. Prima di entrare nell’antica casa, bisogna fermarsi ad ascoltare il lago che non vuole addormentarsi. Il monumento si fa intravedere, come il Ben Nevis. Questo edificio fu costruito proprio come una locanda tra il 1752 e il 1755, pochi anni dopo l’avvenimento che segna il paese. Lo fa Alexander MacDonald VII di Glenaladale, ferito nella disfatta di Culloden. Da fattoria a casa, mentre viene costruita anche la chiesa, nell’Ottocento. Trecento anni dopo, la casa e le terre non appartengono più alla famiglia e arrivano i MacFarlane nel 1971 a risanare l’ampia casa e trasformarla in hotel.
Ampliando lo sguardo, tutto porta le tracce dei MacDonald. Lo stesso ponte ferroviario, noto proprio come Glenfinnan Viaduct. Lungo 416 yards e costituito da ben 21 archi, di cui il più alto risulta alto 100 piedi. Altro particolare considerevole, la curvatura del viadotto, che si dirige verso la valle del fiume Finnan. Non si tratta tuttavia dell’unico segno di collegamento tra un piccolo mondo e ciò che lo circonda: c’è anche un servizio di navigazione.
Due secoli fa, la popolazione difficilmente superava le quaranta anime; ora è arrivata a quota cento, apprendo.
Una piccola barca sembra aspettare la sera, mentre si spalancano le porte del nostro albergo, con il camino acceso e camere che continuano a raccontare un’ospitalità leggendaria. E non si può non pensare che su una piccola barca arrivò il Bonnie Prince Charlie, nel primo pomeriggio del 19 agosto 1745. Egli scese e incontrò una scorta di 50 MacDonald, poi si ritirò e attese la risposta alle lettere inviate in tutte le Highlands. Altri 150 MacDonald si presentarono, quindi nulla accadde. Dolorosamente, come un’eco di anticipazione, il principe si preparò a partire con un seguito così limitato, per un’avventura immensa. Aveva 25 anni, questo Stuart, ed era animato dal sogno del padre, ma il nemico era imponente.
Ci si può sentire molto soli, qui, anche se la natura protegge e consola, cambia colori a ogni angolazione di sguardo. O forse è proprio questa premura, paradossalmente, a comunicare la percezione del proprio limite, della propria unicità dolorosa e confinante.
Aveva ragione lei, anche se tutto poté dissolversi, quando un suono percosse le vallate: c’erano cornamuse nell’aria e osservando il Loch Shiel in questa sera così mite e amichevole, pare di vedere le note prendere corpo e unirsi all’acqua che non sta mai immobile un istante, come a riprodurre la scena, viva e fiammante.
Potete persino vedere questo giovane, aspirante re, che sa farsi ben volere da tutti, tanto da conquistarsi questo nome amabile nella storia, ma deve aver tremato non poco. La luce delle Highlands gli rivela la presenza di mille uomini pronti a partire con lui: vengono dal Nord, dal clan Cameron. Ci saranno anche trecento MacDonnells, in ritardo per un incidente: così si può definire un incontro con truppe governative, quando si riesce a sfuggire.
Può bastare? Il condottiero deve prendere coraggio, oltre che orgoglio, e decide di salire sulla collina dietro il punto dove oggi si può trovare il Visitor Centre del National Trust of Scotland. Da lassù, prende ancora più vigore la decisione e viene alzata la bandiera. Una cerimonia breve, che dura poco di più solo per tradurre in Gaelico ciò che dice il principe. Poi, lui ordina di distribuire brandy ai suoi uomini. Serve altra forza, ancora.
Tutto il resto è storia. I primi successi, la decisione – sbagliata – di puntare sull’Inghilterra, la sconfitta a Culloden con ferite devastanti che si protraggono nel tempo per gli scozzesi. E il principe che si salva, solo grazie al coraggio di alcuni concittadini, tra i quali la giovane Flora MacDonald che lo fa fuggire, travestendolo da sua servetta.
Vi devo una corona: nel film definito disastro, vediamo il finale gentile, cavalleresco in cui David Niven si congeda da Margareth Leighton. 
E torniamo al 2014. Gli elettori delle Highlands sostengono il no: il 53%.  Se la media dei votanti in Scozia è dell’84,5%, qui è dell’86,9%, quindi qualcosa in più.
Teniamo stampate nella mente queste dichiarazioni di appartenenza al  Regno Unito, mentre varchiamo la soglia dell’albergo. Talmente schiava dell’incantesimo appena visto, mi sento in dovere di commentare: “The lake is beautiful”.
La cortese signora dall’altra parte interrompe le pratiche di registrazione: “Loch, please. ‘Lake’ is English”.
Percentuali, che cosa siete poi?
NON SI MANGIA L’INDIPENDENZA
In questo clima giacobita, ritengo sia arrivato il momento giusto per gustarmi un haggis con tutti i crismi.  Agli italiani e immagino non solo, spesso non va giù perché si soffermano sulla descrizione dei particolari: un insaccato di interiora di pecora, macinate con cipolla, grasso di rognone, spezie e avena, il tutto da bollire nello stomaco dell’animale. Per sopravvivere nell’era moderna, ne hanno anche ideato uno vegetariano. Intanto negli Usa è stato bandito per anni e ora si torna a invocare una riapertura: in fondo, la comunità scozzese è ampiamente rappresentata.
L’accostamento tradizionale di questo pasticcio – celebrato magistralmente da Robert Burns in un’ode, tant’è che il 30 gennaio, compleanno del poeta, ne è raccomandata la preparazione – è con una specie di rape e patate: whisky ampiamente raccomandato per valorizzarlo e digerirlo.


Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei o cerchi ancora di essere. Una doccia fredda pochi mesi prima del referendum è arrivata da una ricerca, pubblicata sui giornali britannici, secondo cui almeno metà dei bambini scozzesi non hanno mai assaggiato il pasticcio tradizionale. L’inchiesta – firmata Travelodge - coinvolgeva mille piccoli inglesi e altrettanti scozzesi, dai cinque ai sedici anni. Ancor meno pervenuto il black pudding – un specie di sanguinaccio che spesso troverete servito anche come Scottish breakfast – visto che il 72% non l’aveva mai toccato. Risultati condivisi su altri cibi tradizionali. Di qui l’appello della catena: “Il cibo è una parte consistente dell’eredità britannica e rischiamo di perdere alcuni dei nostri piatti regionali più famosi, perché ai bambini non si offre l’opportunità di provarli”.
Questo studio e la preoccupazione che ne consegue rendono conducono un piatto così locale in una riflessione mondiale, con i piatti che rischiano di scomparire e con essi la cultura.
Io la mattina dopo, vedo turisti spagnoli fare colazione con salmone e stoicamente rifiuto il bis con l’haggis. Ma porridge, sì, per favore, come del reso faccio in Italia a volte: così, per sentirmi immersa in un viaggio a partire dal risveglio. O perché sono masochista, commenta qualcuno.
Intanto risento le parole di Robert Burns:
Fair fa' your honest, sonsie face, 
Great chieftain o the puddin'-race
Ma sì, che faccia onesta e bella hai tu, grande capo della razza dei pasticci.

SE CI FOSSE HARRY
Una faccia bella e onesta, come il lago questa mattina. L’argento ha lasciato il posto all’oro e non sento parlare di referendum per la prima volta dopo ore. Sono i turisti sulla scia di una stagione che corre verso la chiusura ad attraversare questo incantesimo. Di certo, le Highlands non tengono il broncio, come se non importasse. Come in fondo questo rimane un loch, e nessun verdetto referendario potrà cambiare una cultura, un’anima.
Allora, sentiamoci un po’ turisti. Nel Visitor Centre la storia continua, ma è inutile nascondere quale cartello sia il più sbirciato: quello che annuncia quando passerà il Jacobite Steam Train. Il suggestivo treno a vapore giacobita oggi richiama i fans di Harry Potter: il secondo e il terzo film della saga – Harry Potter and the Chamber of secrets, Harry Potter and the Prisoner of Akzaban – offrono la ribalta a Glenfinnan attraverso lo Hogwarts Express. Di più, gli alunni della Lochaber High School vennero reclutati in abiti da maghi. E ancora, la sequenza della macchina volante nel secondo film si lega comunque a questa zona, tant’è che si può vedere il Loch Shiel.
Non ci arrendiamo e prima del film ci godiamo la natura. Ci arrampichiamo fino alla chiesa di St. Mary e St. Finnan, sottoposta a restauri. Fu progettata da Edward Welby Pugin ed edificata nel 1873. Su questa collina il verde che si sta intingendo nell’autunno e il lago assumono contorni spettacolari. Un angelo sfodera una spada nella parete del santuario, ma è la pace la sensazione dominante e sul pendio un cane gioca con la padroncina grazie a un innaffiatoio rosso e ammaccato. Per accentuare le emozioni si può scendere e arrivare al monumento: questa torre che culmina con una scultura, a pochi passi dal lago, è come una vedetta rimasta sul posto per tutti. Per ricordare, per guidare, per non far sentire smarriti. Sull’altra sponda, vediamo il nostro albergo le cui pareti candide sono invase gioiosamente dal rosso delle piante rampicanti. Chiunque si sieda su una di quelle panche tra l’erba verdissima, si può sentire un Highlander.

Il monumento è protetto da una timida cerchia di mura e vede un silenzioso pellegrinaggio. Niente a che vedere con la frenesia frizzante poche decine metri più in là, che fruga tra i sogni con un unico appiglio alla realtà. Sogni che sfrecciano con un treno.
C’è una parola magica racchiusa appunto nel cartello del centro per i visitatori: viaduct, scritto a caratteri cubitali. Si danno istruzioni precise per arrivarci, scritte a mano, e si spiega che ci vorranno quindici minuti di cammino. Una folla di ogni età si dirige verso il parcheggio per poi prendere la via, anzi le vie. C’è chi preferisce andare sul sicuro, visto il poco tempo che manca alla prossima tappa, e osservare da lontano; chi invece vuole andare fin sotto gli archi.

E’ un’arrampicata lieve, con il sentiero che corre sull’erba incerta e qualche ultima traccia di fiore. Il treno passa e sembra così fragile, con il suo buffo rumore. Presto ne sfreccerà un altro, dallo stile più moderno, eppure trasmetterà in qualche modo un’altra magia. Forse Harry Potter ha perso il primo convoglio e questa volta si affiderà ai mezzi prediletti dai babbani, che lui non disprezza. Tutti, di ogni età, rimaniamo a fissare lassù e tra quegli immensi archi ci sentiamo minuscoli, ma se li superiamo con gli occhi e la mente, vediamo come anch’essi siano nulla, rispetto alle vallate che li abbracciano.
Tutto sembra così fragile, eppure così eterno, a Glenfinnan. Ci facciamo foto improvvisate, finché si ferma un’anziana coppia inglese. Lei ha le stampelle, ma scende con disinvoltura e ci chiede se vogliamo una foto insieme.


Così accade mentre si mischiano le nuvole e l’ultimo tocco di blu in una giornata che comunque non vuole lasciare l’estate di un’avventura. C’è una foto che mi importa quasi quanto questo panorama mozzafiato, che nessuna parola, nessuna immagine saprà rendere, ne sono consapevole.
Quei due cartelli – yes e no – appesi su un albero, in pacifica convivenza. Ma il “sì” oltre che più grande, è situato sopra: netto messaggio, una sola parola nei colori della croce di Sant’Andrea; il “no”, sotto, con l’invito a votare e un civile “thanks” com’è lo slogan della campagna.
Le percentuali sbiadiscono, nei riflessi di un lago che non si ferma mai, come se andasse avanti a precedere una nuova storia, soffiando come un treno.
CANZONE
Who wants to live forever, Queen, 1986.
Forse qui a Glenfinnan si potrebbe avere la tentazione di sognare l’eternità. E siccome ci piace scherzare, in puro spirito britannico, avrà ragione Wikipedia e sarà stata scritta a Londra da Brian May per la solida legge del contrappasso.
Ma come si fa a vivere per sempre, quando tutto attorno invecchia e muore?

Di sicuro, non c’è un tempo per noi, non c’è un posto. A Glenfinnan pare chiaro che questo mondo abbia un solo, dolce momento per noi. Che per il sempre sia oggi. Sul prato verdissimo di Glenfinnan House ci sono panchine di legno che invitano a fermarsi e sarà questa la musica che culla le acque del lago. Chiunque venga avvistato qui, solitario e pensieroso, potrà essere scambiato per un Highlander. E magari vivere per sempre, ovvero oggi.