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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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lunedì 18 settembre 2017

The breeze and Indyref (3 years ago)

Edinburgh night. I'm freezing. This breeze is telling me something, I'm not sure I want to listen to it.

Indyref, I knew really nothing about it. I've just loved Scotland. Tonight I can feel something is flying away. I couldn't say if they are dreams or fears.


Sono volati via, con la brezza, tre anni. Mio Dio, che freddo quella sera a Edimburgo. E chissà se quella nebbia gelida di mare, che si mischiava a una strana brezza, portava via sogni o timori. I miei amici in Scozia votarono in modo così differente.

Io giurai che avrei vegliato tutta notte, invece mi addormentai almeno fino alle quattro. Allora, accesi la tv nel bed and breakfast che avrebbe esibito il cartello "yes" ancora per poche ore. Era inutile, bastava ascoltare le voci del pub sotto casa.

No. Era finita.

Solo pochi luoghi votarono sì e improvvisamente sentii che potevano aver ragione, che secoli di storia significavano molto futuro, con quella consapevolezza di secondità che il capitano Scott e Dundee mi avevano insegnato. Mi ricordo le voci italiane che mi sfottevano, senza essersi mai intinte nel dolore della storia stessa.

Dopo la Brexit, osarono dire: ehi, i tuoi amici avevano ragione.



The breeze and Indyref. In un mondo che sa solo blaterare no, il sì ha un sapore strano e irresistibile.

martedì 14 marzo 2017

Una cosa molto intelligente sulla Scozia

Vorrei dire una cosa molto intelligente sulla Scozia. Un'analisi decisamente approfondita sul prossimo referendum per l'indipendenza (e dichiararsi così europei), se ci sarà.

Vorrei lanciarmi in una dotta analisi, rispolverare secoli di sofferenza, ripercorrere frammenti di delusione rimasti conficcati nel cuore in questi due anni. Vorrei risentire tutti i commenti, raccolti due anni e mezzo fa.

Vorrei dire veramente una cosa molto intelligente sulla Scozia. Ma solo un'idea mi assale, come tre anni fa: se torni a votare, verrò ancora da te. Ripercorrerò Edimburgo nella nebbia che sa di mare, perderò la testa su come si possa votare no sulle sponde del lago dove il Bonnie Prince Charlie tentò l'ultima spedizione di indipendenza, mi chiederò ancora se Dundee possa gridare con maggiore forza "sì" all'indipendenza oppure ad abbattere e ricostruire tutto il fronte del suo fiume.

Insomma, l'unica certezza è che se ci sarò ancora, su questa terra umida e innamorata, tornerò da te a cercare di capirci qualcosa e arrendermi. 

domenica 4 dicembre 2016

Dialoghi reali - democrazia familiare

- non ho ancora deciso cosa votare al referendum oggi.

- vuoi scendere dalla macchina adesso?

Democrazia familiare.

venerdì 2 dicembre 2016

Il calcio al referendum

Sarebbe divertente se alla fine fosse la sfida delle nostre squadre di calcio. Velenoso e disimpegnato, tanto quanto siamo riusciti a diventare.

Ma questo non è calcio.

O meglio il nostro atteggiamento è un calcio sl referendum.

mercoledì 23 novembre 2016

Non è che non urlo sì o no (solo)

Non è che non dico, pardon non urlo, sì o no solo perché non ho deciso.

Forse, ho deciso persino.
È che non mi sento abbastanza illuminata per tracciare la via. Autorevole per invitare: seguitemi.

Quindi il voto è solo mio. Banalmente, ma veramente. Anche quello non ha voglia di finire in vetrina.

Soprattutto non mi interessa aver ragione, ma cercarla.

giovedì 7 luglio 2016

La partita del referendum

Io con mio padre vincevo quasi sempre a carte, forse per fortuna o perché lui preferiva la mia piccola gioia alla sua.

A volte fingeva di buttare in aria le carte. Io, invece, l'ho fatto sul serio in qualche occasione, perché perdevo.

Pensavo di essere solo una bambina. Poi  ho visto come si comportavano i politici con i referendum. Brexit in testa.

Scusate, non solo i politici. E scusate se parlo di Brexit, che forse non esiste già più.

sabato 25 giugno 2016

La macchina del referendum

Un giorno sono tornata a casa decisa: ho scelto l'auto nuova e anche il colore. Però, siccome sono democratica, metto la tinta ai voti ugualmente in famiglia.

Io dopo tanti anni di auto grigia, la voglio rossa. Ero in combattimento, perché c'era anche azzurra. Va be', la metto ai voti, tanto già io spiano la strada scrivendo rosso sulla mia scheda.

Il resto della famiglia ha votato azzurro. Siccome siamo in tre aventi diritto al voto, ho perso di poco tecnicamente, giusto? Quindi potrei ratelare.

Sono andata in concessionaria e sono salita sulla vettura blu, maledicendo la mia tentazione di democrazia. Che poi devo guidarla io, mm, potevo far valere il doppio io mio voto. Oppure aspettare una settimana e tentare di farlo ripeterlo...

Ecco, la prossima volta decido io e basta: se non piace, amen. Ma so già che non lo farò. Perché a me votare, e far votare, importa moltissimo, anche nelle minime cose. Anche quando penso di aver ragione io, ovvero quasi sempre, da umana.

Così ho pianto per #indyref, ma sono sopravvissuta moralmente. Non mi straccio le vesti per Brexit.

Mi sento solo triste quando seguono altre conclusioni: hanno deciso i vecchi, non bisogna far votare tutti e altre considerazioni.

La realtà è che gli altri sbagliano sempre, quando non votano come vogliamo noi. Ma sapete che ho il dubbio: non è che pensano lo stesso di noi?

venerdì 15 aprile 2016

La trivella e un ex

Cavolo se sono infuriata come ogni volta mi chiamate a votare in un contorto modo su ciò che fate finta di non poter trovare risolvere.

E mi incavolerei di più a sentire un presidente dirmi cosa fare.

Figurarsi un ex presidente.

Le trivelle, la democrazia. Il tacere che non fu scritto.

domenica 20 settembre 2015

Glenfinnan, il loch che disse no

CHI LO DICE AL PRINCIPE. O A HARRY POTTER
I am Connor MacLeod of the Clan MacLeod. I was born in
1518 in the village of Glenfinnan on the shores of Loch Shiel. And I
am immortal. (opening of Highlander)
(Bonnie Prince Charlie or Harry Potter? A hero or a wizard born from a novel? We can experiment both in Glenfinnan. But never say “lake” here)


Se non si è immortali qui, non so dove si possa esserlo. Lo riconosco, mentre entro in questo territorio che si stacca dalle Highlands, pur facendone immensamente parte. Si avvicina la sera e dopo tanti tentennamenti il sole si è affacciato giusto il tempo di congedarsi; non si può nemmeno rimproverarlo, perché riesce a tingere d’argento il Loch Shiel, dove appunto Connor MacLeod affermava di essere nato. E si preannuncia subito un lago stregato, che gioca con la storia e con il cinema mostrando uguale disinvoltura.
In realtà, Glenfinnan non si fa catturare dalle telecamere mentre Christopher Lambert interpreta l’ultimo immortale: è solo citato, rivendicato non si sa se con pudore e orgoglio, e resta poi nella fantasia, perché il lago che vedete è quello che ospita un angolo incantevole di Scozia, Eilean Donan. Un luogo che sa togliere il fiato a chi risale la costa occidentale della Scozia, magari verso la magica isola di Skye, ormai non più isola, visto il ponte costruito a perenne legame. Un castello che galleggia sul Loch Duich, così appare improvvisamente a chi arriva. E anche per questo castello si parla di un legame con Robert Bruce.
Il Loch Shiel, però, non si espone. Questa meraviglia ci accoglie con tutta la sua freschezza, la sera in cui il referendum è già storia e per i più delusi contro la storia.

Qui fierezza ferita e fantasia si uniscono, come queste onde ricche di personalità. Qui il Bonnie Prince Charlie, l’aspirante sovrano del quale troviamo tracce di devozione e malinconia nella Scozia intera, partì carico di speranze, con un popolo che pur rimaneva diviso, come si sarebbe dimostrato. E qui la certezza storica è entrata in competizione con l’invenzione pura: il cartello a cui i turisti prestano più attenzione, è probabilmente quello che indica l’orario del passaggio del treno sul viadotto. Di per sé, uno spettacolo suggestivo, ma molto di più quando evoca Harry Potter in viaggio verso la scuola di Hogswarts.

UN PRINCIPE SFORTUNATO
Ashley o Primula Rossa? A voi la scelta. Ma mi affascina che Leslie Howard volesse realizzare un film su Bonnie Prince Charlie. Profuma persino di libertà, come quella che stava a cuore all'attore britannico, morto in circostanze misteriose nel 1943.
Lasciatelo solo mentre guarda Rossella O'Hara, da lui ufficialmente respinta in nome dell'onore, allontanarsi in una delle scene clou di "Via col vento".
Entrate nei suoi occhi magnetici che frugano già verso un nuovo film. Che non potrà interpretare. Toccherà a David Niven, più inglese di lui se si può. Leslie era figlio di un ebreo ungherese e nacque a Londra nel 1893. Nella stessa capitale inglese venne alla luce David Niven, ma con il
padre originario del Perthshire. Di più, si vantava di essere nato a Kirriemuir, sempre la patria di Peter Pan, si trova su alcune fonti. Ma nella sua autobiografia Niven non ha remore nel confessare il lampo che si trasforma subito in tempesta e lascia poi i segni del naufragio. Viene reclutato per “Bonnie Prince Charlie” da Alexander Korda, che l’avvisa: starai via almeno otto mesi.
Riluttante per un delicato periodo familiare, Niven accetta, ma spiega con triste precisione: fu una di quelle grandemente floride stravaganze che sanno di disastro fin dall’inizio. Un cambio di regista cha si ripete tre volte e una battuta sarcastica: a cinque mesi di lavoro nessuno sa dirmi come finisce questa storia. Humour inglese che accompagna una reale tragedia scozzese.
Ma, diciamolo, di scozzese c’era poco in quel film del 1957. Lo riconosce lo stesso Niven, proseguendo nella descrizione senza pietà: non lo scenario, non gli attori e basta pensare che i selvaggi Highlanders furono arruolati tutti dall’East End di Londra.  Tra gli aneddoti, almeno per David un lieto fine c’è: incontrerà la donna che sposerà presto.
Il film resta però goffo e dimenticato.
Bisogna andare realmente a Glenfinnan, per riprendere la strada del Bonnie Prince Charlie. Ci arriviamo verso le sette, con una luce delicata e bizzarra. Poche case, il monumento sullo sfondo del lago, l’incursione in un bosco individuando il segnale dell’albergo. C’è un altro segnale, che sarà chiaro con il giorno. Un cartello con il “sì”, e un altro con il grido opposto sopra: una pacifica convivenza, una confessione di smarrimento.

Ci aspetta Glenfinnan House Hotel, proprio sulla baia. Prima di entrare nell’antica casa, bisogna fermarsi ad ascoltare il lago che non vuole addormentarsi. Il monumento si fa intravedere, come il Ben Nevis. Questo edificio fu costruito proprio come una locanda tra il 1752 e il 1755, pochi anni dopo l’avvenimento che segna il paese. Lo fa Alexander MacDonald VII di Glenaladale, ferito nella disfatta di Culloden. Da fattoria a casa, mentre viene costruita anche la chiesa, nell’Ottocento. Trecento anni dopo, la casa e le terre non appartengono più alla famiglia e arrivano i MacFarlane nel 1971 a risanare l’ampia casa e trasformarla in hotel.
Ampliando lo sguardo, tutto porta le tracce dei MacDonald. Lo stesso ponte ferroviario, noto proprio come Glenfinnan Viaduct. Lungo 416 yards e costituito da ben 21 archi, di cui il più alto risulta alto 100 piedi. Altro particolare considerevole, la curvatura del viadotto, che si dirige verso la valle del fiume Finnan. Non si tratta tuttavia dell’unico segno di collegamento tra un piccolo mondo e ciò che lo circonda: c’è anche un servizio di navigazione.
Due secoli fa, la popolazione difficilmente superava le quaranta anime; ora è arrivata a quota cento, apprendo.
Una piccola barca sembra aspettare la sera, mentre si spalancano le porte del nostro albergo, con il camino acceso e camere che continuano a raccontare un’ospitalità leggendaria. E non si può non pensare che su una piccola barca arrivò il Bonnie Prince Charlie, nel primo pomeriggio del 19 agosto 1745. Egli scese e incontrò una scorta di 50 MacDonald, poi si ritirò e attese la risposta alle lettere inviate in tutte le Highlands. Altri 150 MacDonald si presentarono, quindi nulla accadde. Dolorosamente, come un’eco di anticipazione, il principe si preparò a partire con un seguito così limitato, per un’avventura immensa. Aveva 25 anni, questo Stuart, ed era animato dal sogno del padre, ma il nemico era imponente.
Ci si può sentire molto soli, qui, anche se la natura protegge e consola, cambia colori a ogni angolazione di sguardo. O forse è proprio questa premura, paradossalmente, a comunicare la percezione del proprio limite, della propria unicità dolorosa e confinante.
Aveva ragione lei, anche se tutto poté dissolversi, quando un suono percosse le vallate: c’erano cornamuse nell’aria e osservando il Loch Shiel in questa sera così mite e amichevole, pare di vedere le note prendere corpo e unirsi all’acqua che non sta mai immobile un istante, come a riprodurre la scena, viva e fiammante.
Potete persino vedere questo giovane, aspirante re, che sa farsi ben volere da tutti, tanto da conquistarsi questo nome amabile nella storia, ma deve aver tremato non poco. La luce delle Highlands gli rivela la presenza di mille uomini pronti a partire con lui: vengono dal Nord, dal clan Cameron. Ci saranno anche trecento MacDonnells, in ritardo per un incidente: così si può definire un incontro con truppe governative, quando si riesce a sfuggire.
Può bastare? Il condottiero deve prendere coraggio, oltre che orgoglio, e decide di salire sulla collina dietro il punto dove oggi si può trovare il Visitor Centre del National Trust of Scotland. Da lassù, prende ancora più vigore la decisione e viene alzata la bandiera. Una cerimonia breve, che dura poco di più solo per tradurre in Gaelico ciò che dice il principe. Poi, lui ordina di distribuire brandy ai suoi uomini. Serve altra forza, ancora.
Tutto il resto è storia. I primi successi, la decisione – sbagliata – di puntare sull’Inghilterra, la sconfitta a Culloden con ferite devastanti che si protraggono nel tempo per gli scozzesi. E il principe che si salva, solo grazie al coraggio di alcuni concittadini, tra i quali la giovane Flora MacDonald che lo fa fuggire, travestendolo da sua servetta.
Vi devo una corona: nel film definito disastro, vediamo il finale gentile, cavalleresco in cui David Niven si congeda da Margareth Leighton. 
E torniamo al 2014. Gli elettori delle Highlands sostengono il no: il 53%.  Se la media dei votanti in Scozia è dell’84,5%, qui è dell’86,9%, quindi qualcosa in più.
Teniamo stampate nella mente queste dichiarazioni di appartenenza al  Regno Unito, mentre varchiamo la soglia dell’albergo. Talmente schiava dell’incantesimo appena visto, mi sento in dovere di commentare: “The lake is beautiful”.
La cortese signora dall’altra parte interrompe le pratiche di registrazione: “Loch, please. ‘Lake’ is English”.
Percentuali, che cosa siete poi?
NON SI MANGIA L’INDIPENDENZA
In questo clima giacobita, ritengo sia arrivato il momento giusto per gustarmi un haggis con tutti i crismi.  Agli italiani e immagino non solo, spesso non va giù perché si soffermano sulla descrizione dei particolari: un insaccato di interiora di pecora, macinate con cipolla, grasso di rognone, spezie e avena, il tutto da bollire nello stomaco dell’animale. Per sopravvivere nell’era moderna, ne hanno anche ideato uno vegetariano. Intanto negli Usa è stato bandito per anni e ora si torna a invocare una riapertura: in fondo, la comunità scozzese è ampiamente rappresentata.
L’accostamento tradizionale di questo pasticcio – celebrato magistralmente da Robert Burns in un’ode, tant’è che il 30 gennaio, compleanno del poeta, ne è raccomandata la preparazione – è con una specie di rape e patate: whisky ampiamente raccomandato per valorizzarlo e digerirlo.


Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei o cerchi ancora di essere. Una doccia fredda pochi mesi prima del referendum è arrivata da una ricerca, pubblicata sui giornali britannici, secondo cui almeno metà dei bambini scozzesi non hanno mai assaggiato il pasticcio tradizionale. L’inchiesta – firmata Travelodge - coinvolgeva mille piccoli inglesi e altrettanti scozzesi, dai cinque ai sedici anni. Ancor meno pervenuto il black pudding – un specie di sanguinaccio che spesso troverete servito anche come Scottish breakfast – visto che il 72% non l’aveva mai toccato. Risultati condivisi su altri cibi tradizionali. Di qui l’appello della catena: “Il cibo è una parte consistente dell’eredità britannica e rischiamo di perdere alcuni dei nostri piatti regionali più famosi, perché ai bambini non si offre l’opportunità di provarli”.
Questo studio e la preoccupazione che ne consegue rendono conducono un piatto così locale in una riflessione mondiale, con i piatti che rischiano di scomparire e con essi la cultura.
Io la mattina dopo, vedo turisti spagnoli fare colazione con salmone e stoicamente rifiuto il bis con l’haggis. Ma porridge, sì, per favore, come del reso faccio in Italia a volte: così, per sentirmi immersa in un viaggio a partire dal risveglio. O perché sono masochista, commenta qualcuno.
Intanto risento le parole di Robert Burns:
Fair fa' your honest, sonsie face, 
Great chieftain o the puddin'-race
Ma sì, che faccia onesta e bella hai tu, grande capo della razza dei pasticci.

SE CI FOSSE HARRY
Una faccia bella e onesta, come il lago questa mattina. L’argento ha lasciato il posto all’oro e non sento parlare di referendum per la prima volta dopo ore. Sono i turisti sulla scia di una stagione che corre verso la chiusura ad attraversare questo incantesimo. Di certo, le Highlands non tengono il broncio, come se non importasse. Come in fondo questo rimane un loch, e nessun verdetto referendario potrà cambiare una cultura, un’anima.
Allora, sentiamoci un po’ turisti. Nel Visitor Centre la storia continua, ma è inutile nascondere quale cartello sia il più sbirciato: quello che annuncia quando passerà il Jacobite Steam Train. Il suggestivo treno a vapore giacobita oggi richiama i fans di Harry Potter: il secondo e il terzo film della saga – Harry Potter and the Chamber of secrets, Harry Potter and the Prisoner of Akzaban – offrono la ribalta a Glenfinnan attraverso lo Hogwarts Express. Di più, gli alunni della Lochaber High School vennero reclutati in abiti da maghi. E ancora, la sequenza della macchina volante nel secondo film si lega comunque a questa zona, tant’è che si può vedere il Loch Shiel.
Non ci arrendiamo e prima del film ci godiamo la natura. Ci arrampichiamo fino alla chiesa di St. Mary e St. Finnan, sottoposta a restauri. Fu progettata da Edward Welby Pugin ed edificata nel 1873. Su questa collina il verde che si sta intingendo nell’autunno e il lago assumono contorni spettacolari. Un angelo sfodera una spada nella parete del santuario, ma è la pace la sensazione dominante e sul pendio un cane gioca con la padroncina grazie a un innaffiatoio rosso e ammaccato. Per accentuare le emozioni si può scendere e arrivare al monumento: questa torre che culmina con una scultura, a pochi passi dal lago, è come una vedetta rimasta sul posto per tutti. Per ricordare, per guidare, per non far sentire smarriti. Sull’altra sponda, vediamo il nostro albergo le cui pareti candide sono invase gioiosamente dal rosso delle piante rampicanti. Chiunque si sieda su una di quelle panche tra l’erba verdissima, si può sentire un Highlander.

Il monumento è protetto da una timida cerchia di mura e vede un silenzioso pellegrinaggio. Niente a che vedere con la frenesia frizzante poche decine metri più in là, che fruga tra i sogni con un unico appiglio alla realtà. Sogni che sfrecciano con un treno.
C’è una parola magica racchiusa appunto nel cartello del centro per i visitatori: viaduct, scritto a caratteri cubitali. Si danno istruzioni precise per arrivarci, scritte a mano, e si spiega che ci vorranno quindici minuti di cammino. Una folla di ogni età si dirige verso il parcheggio per poi prendere la via, anzi le vie. C’è chi preferisce andare sul sicuro, visto il poco tempo che manca alla prossima tappa, e osservare da lontano; chi invece vuole andare fin sotto gli archi.

E’ un’arrampicata lieve, con il sentiero che corre sull’erba incerta e qualche ultima traccia di fiore. Il treno passa e sembra così fragile, con il suo buffo rumore. Presto ne sfreccerà un altro, dallo stile più moderno, eppure trasmetterà in qualche modo un’altra magia. Forse Harry Potter ha perso il primo convoglio e questa volta si affiderà ai mezzi prediletti dai babbani, che lui non disprezza. Tutti, di ogni età, rimaniamo a fissare lassù e tra quegli immensi archi ci sentiamo minuscoli, ma se li superiamo con gli occhi e la mente, vediamo come anch’essi siano nulla, rispetto alle vallate che li abbracciano.
Tutto sembra così fragile, eppure così eterno, a Glenfinnan. Ci facciamo foto improvvisate, finché si ferma un’anziana coppia inglese. Lei ha le stampelle, ma scende con disinvoltura e ci chiede se vogliamo una foto insieme.


Così accade mentre si mischiano le nuvole e l’ultimo tocco di blu in una giornata che comunque non vuole lasciare l’estate di un’avventura. C’è una foto che mi importa quasi quanto questo panorama mozzafiato, che nessuna parola, nessuna immagine saprà rendere, ne sono consapevole.
Quei due cartelli – yes e no – appesi su un albero, in pacifica convivenza. Ma il “sì” oltre che più grande, è situato sopra: netto messaggio, una sola parola nei colori della croce di Sant’Andrea; il “no”, sotto, con l’invito a votare e un civile “thanks” com’è lo slogan della campagna.
Le percentuali sbiadiscono, nei riflessi di un lago che non si ferma mai, come se andasse avanti a precedere una nuova storia, soffiando come un treno.
CANZONE
Who wants to live forever, Queen, 1986.
Forse qui a Glenfinnan si potrebbe avere la tentazione di sognare l’eternità. E siccome ci piace scherzare, in puro spirito britannico, avrà ragione Wikipedia e sarà stata scritta a Londra da Brian May per la solida legge del contrappasso.
Ma come si fa a vivere per sempre, quando tutto attorno invecchia e muore?

Di sicuro, non c’è un tempo per noi, non c’è un posto. A Glenfinnan pare chiaro che questo mondo abbia un solo, dolce momento per noi. Che per il sempre sia oggi. Sul prato verdissimo di Glenfinnan House ci sono panchine di legno che invitano a fermarsi e sarà questa la musica che culla le acque del lago. Chiunque venga avvistato qui, solitario e pensieroso, potrà essere scambiato per un Highlander. E magari vivere per sempre, ovvero oggi.

venerdì 18 settembre 2015

Un urlo nella notte - Scozia e referendum

L’irruzione delle breaking news della Bcc arriva alle 5.23 di mattina. Ma la verità è già risuonata prima: l'indipendenza non è stata conquistata, voluta, votata.

La sera fredda non smorza il fuoco delle aspettative a Edimburgo. Le famiglie, gli amici si riuniscono in casa. I pub saranno anche aperti a oltranza, ma intanto trovare un luogo dove cenare, oltre l’orario canonico scozzese, si conferma arduo. Ci fermiamo in un ristorante elegante e non suggestivo, come il delizioso bistrot in salsa piratesca che avevamo assaggiato nel primo pomeriggio, addentando uno scone di benvenuto. Qui servono un delizioso salmone, carne di prima qualità e la birra arriva come un aiuto a combattere quest’aria autunnale. Le compagnie discutono di molti temi, ma il referendum tiene banco tra una portata e l’altra.

Eppure che tutto stia finendo si sente, si vede. Nei cartelli già diradati, negli adesivi di ambo le parti che si trovano bagnati e illeggibili sui parabrezza delle auto, se non per terra. Come se fosse già tutto passato, mentre in un certo senso sta iniziando ora.
Dovremmo restare a vegliare tutta notte, ma il verdetto arriverà di prima mattina. Penso che dobbiamo ricaricare le batterie, alcune ore almeno. Punto la sveglia per le cinque, ma a destarmi è un urlo della notte: in qualche modo, viene da Dundee.
Come al solito, i rumorosi sono quelli che hanno operato e sostengono la scelta più radicale. E’ la passione, è la voglia di trasmettere anche così la propria determinazione, magari anche di superare le paure che una scossa così forte al destino può iniettare.

Alla 1.40 un primo pronunciamento c’è: Clackmannanshire – rende noto la Bbc – ha dichiarato il suo no all’indipendenza con 19.036 no contrapposti ai 16.350 sì.
Alle 4.34 è però Dundee a far gridare e a svegliare anche chi vigliaccamente come me non ha resistito a fare una piccola siesta. I pub si colorano di entusiasmo e l’atmosfera si scalda all’improvviso. Un grido come liberatorio si sprigionerà anche con Glasgow, ma non è la medesima cosa. Le vie e Internet raccontano con un’intensità simile la delusione degli indipendentisti, che spalancano gli occhi di fronte ad esempio al risultato di Aberdeen. Ma in fondo, di questa scelta non c’è da stupirsi, mi spiegano: Aberdeen, il petrolio, le società internazionali, la minaccia e la paura di trovarsi senza lavoro.

Torniamo all’economia, al gioco dei duri, specialmente di quelli che provengono da fuori. La Camera di commercio britannica ha già pubblicato un rapporto dettagliato, secondo il quale la maggior parte degli affari fuori dalla Scozia vogliono che resti parte del Regno Unito: l’85% delle società intervistate, contrapposte all’11% di aziende pro indipendenza. E un quarto delle compagnie afferma che il Parlamento scozzese debba avere più potere, il 21% opta addirittura per il meno.
Ad Aberdeen, il 58,61% dei votanti ha detto no. Non è molto diversa la situazione di Edimburgo, del resto: così legata alla propria storia, eppure anche al mondo, segna il 61% a favore della permanenza nell’Uk.
Allora Glasgow? Già, la calda Glasgow, dove ci saranno anche tensioni. Quella che a scuola ti indicavano come la capitale economica della Scozia, vince il sì, al 53%.
Ripenserò a te, Glasgow, ma adesso guardo il volto sconsolato degli edimburghesi che hanno creduto nel sogno, una minoranza nella minoranza. Che stanno già togliendo i cartelli, perché ormai è finita. Anche nel nostro bed and breakfast, di prima mattina, si è immersi nel lavoro per garantire una completa e ottima colazione scozzese: i sorrisi sono di rito, ma si ammette come sia triste aver smarrito questa opportunità.
Non c’è voglia di parlare, ma di ascoltare sì. La tv mostra Alec Salmond e gli occhi sono puntati su di lui, come sulla scritta sottostante: la Scozia vota no all’indipendenza. Sembra un contrasto, ma è la realtà. Salmond annuncerà presto le dimissioni, intanto però non molla e afferma che ora si aspetta presto la devolution promessa.


Tranquilli, i no voters. Sconsolati gli indipendentisti, anche se entrambi i fronti sembrano tornare alle loro occupazioni con lo stesso spirito. Ma la festa che si era osato preparare per la notte, non c’è stata e un servizio della Bbc fotografa due persone emblematiche.
Due amici che vestono il loro kilt e che sembrano particolarmente sconsolati, questo termine ormai lega tutti. Una donna con loro, neanche riesce a parlare. 
Alasdair, 49 anni, un ingegnere preferisce un’altra espressione “Distrutto. Penso che abbiamo buttato via una reale opportunità Non posso credere che il 55% degli scozzesi abbiano votato contro la possibilità per il loro Paese di diventare un Paese”.
Anche lui indossa un kilt. Doveva essere una festa, per lui e altri che ci hanno creduto. Si toglieranno l’abito ufficiale, ma lo riporranno soltanto: un kilt è per sempre, come una nazione. E’ per le grandi occasioni, quelle speciali che siano di un popolo o di una famiglia: c’è poi molta differenza?
Il silenzio è glaciale, come questo risultato.
NO 2,001,926 (55%)
YES 1,617,989 (45%)
Turnout 84.59%


Canzone, Flower of Scotland
In realtà, la Scozia è stata indipendente a lungo, da sempre, come vi ho anticipato. La nazionale di calcio e quella di rugby sono un esempio lampante. E non è un caso se hanno sempre ostentato questo inno, che è valso in fondo come ufficiale, digerito dagli inglesi.
Il fiore di Scozia che ha cantato per tutto il giorno il nostro artista di strada Izzy, è un’opera relativamente recente, che è entrata nel cuore degli scozzesi. E’ sbocciato grazie ai Corries, un gruppo di musica folk dei primi anni Sessanta, dove determinante fu l’incontro tra Roy Williamson e Ronnie Browne. Parla della battaglia dell’indipendenza contro re Edoardo, ma è un messaggio forte affidato ai posteri di quei guerrieri: quando vi vedremo ancora così, scozzesi, come quelli che lottarono e morirono di fronte all’esercito dell’orgoglioso Edoardo? Mandandolo a casa a ripensare ai propri errori, è la sintesi di una vittoria. 
A Bannockburn, dove avvenne tutto ciò, arriveremo presto. Ci arriveremo per caso, perché volevamo fare una tappa a Stirling, ma un cambio di strada ha portato anche a una modifica del programma.
Questa canzone, tuttavia, non parla di Bannockburn, non solo. Prende il passato per mano, come il vento che gioca con i petali di un fiore. Poi, sospinge la sua vitalità, la sua delicatezza, la sua voglia di crescere più lontano. Vede che ci sono colline nude e foglie autunnali che giacciono immobili, specchio di una terra perduta.
Sì, questi giorni sono passati e nel passato devono rimanere. Ma i Corries, e tutti coloro che hanno cantato queste parole, sognano che si possa ancora sollevare l’orgoglio di un popolo, essere ancora una nazione. E rimandare re Edoardo a meditare sui propri errori, a casa sua.
A onore di Buckingham Palace, va detto che non ha mai battuto ciglio su questa canzone, scandita ufficialmente nelle competizioni sportive.
Del resto, la statua di Robert Bruce, liberatore contro l’oppressione inglese, fu scoperta dalla Regina cinquant’anni fa. Vale la pena tornare su questo terreno, scoprendo cosa sia cambiato. E cantando “Flower of Scotland”, comunque la pensiamo.

La lunga notte di Edimburgo (1) - un anno fa indyref on the road

LA LUNGA NOTTE A EDIMBURGO
Such a long night in Edinburgh
“Huge day for Scotland today… let’s do this” 18 settembre 20.08 @andy_murray

(In a misty Edinburgh I met a lot of yes voters: no supporters looked shy. I had the opportunity of listening to many people, but Fiona impressed me a lot. The long night was just beginning)

Il benvenuto arriva in modo terribilmente convenzionale: con una nebbia
fredda che veste Edimburgo in abbondanza. Ammetto, arrampicandomi tra le meraviglie del castello: non ho mai visto la capitale così grigia.

Anzi, conto le mie visite negli ultimi vent'anni e ho quasi sempre condiviso la fortuna del sole, contro ogni scommessa, contro ogni tradizione conclamata. In questo grigiore, ci sono solo i colori del referendum a farsi notare.
Non nell'area del castello, come un'isola sacra della storia. Eppure proprio da qui, mi ricordo le ragioni dei secoli, che portano il peso della sofferenza. Dettagli per sorridere, il ricordo di una vecchia guida che bacchettava gli inglesi a suon di battute. Una, sui cannoni: noi spariamo alla una, non a mezzogiorno, mica siamo sciocchi come gli inglesi. Undici colpi sonoramente risparmiati, vuoi mettere.
Uno dei luoghi che amo di più, tuttavia, è la cappella di Santa Margherita. Anche qui ricordo un aneddoto del nostro baldo Virgilio. Ne decantò le virtù, poi simulò un singhiozzo nell'ammettere un'ombra devastante: era inglese. Santa nella compassione, nell’amore coniugale e filiale. Quello filiale in particolare, a giudicare dalla santità dei suoi figli.

Di solito, cercavamo apposta negli anni quella guida, istruttiva e simpatica. Ci ridevamo su e proseguivamo nella visita. Ma oggi non è un giorno qualunque. Nella cappella mi soffermo sull'amore, che più assomiglia a devozione, tra i sovrani, la regina che muore alla notizia della scomparsa del consorte e del figlio. E’ un piccolo, pacifico gioiello, che prende le distanze dall'immenso cannone appena fuori: peraltro, si tratta di una old lady, come avvisa l’insegna, ovvero Mons Meg, che più di mezzo millennio fa terrorizzava i nemici, ma ora implora un livello di rispetto minimo, tipo non arrampicarcisi sopra. Non basta a ridare fiato alle battaglie la presenza di una vetrata dedicata a William Wallace. Qui vince l'armonia, scandita dalla preghiera e dai colori luminosi insinuati tra le pietre.
Quando esco, la nebbia marina è più compatta che mai e della città, si vede poco o nulla. Un maxi cartello con un “Yes” fora il muro soffice con un tocco di impertinenza, per il resto si danno il cambio corvi e gabbiani.

Bisogna scendere dolcemente, lasciarsi alle spalle la porta e il motto: nemo me impune lacessit. Ripenso anche al cardo, l'angelo custode della Scozia, che si unisce a questa fiera dichiarazione. La notte dell'agguato, quando gli scozzesi dormivano ignari nell'accampamento, ma i vichinghi si avvicinavano. Per coglierli di sorpresa, vollero procedere a piedi nudi, in pieno silenzio.
Il cardo si ribellò per primo all'astuzia e invocò almeno leale combattimento: punse la loro pelle nuda e i soldati gridarono dal dolore. Così la vittoria facile divenne sconfitta e il cardo, le sue spine protettive, si legarono alla storia della Scozia.
Come si capovolgono, le umani sorti. Ma questa notte, chi dovrà proteggere, il cardo custode?

La tregua, fuori dal castello, è subito interrotta. Mi ero immersa nel clima di battaglia civile, fin dalla zona del bed and breakfast: sulla sua porta un tenace adesivo "yes", che si replicava sulle soglie circostanti, ma spuntava anche qualche no e si faceva notare una bandiera del Regno Unito.
Ci si può guardare così, negli occhi, quasi con sfida, ma conservando il rispetto. Su Broughton Street apro l’Ipad e scatto una fotografia: la via sullo sfondo, in primo piano un sito Facebook, dove le immagini delle due possibilità di voto sono unite, in pace tracciando il cammino a partire dal 19 settembre, comunque vada. Affrontare il percorso verso il e dal castello vuol dire incontrare tante persone con adesivi minuscoli sulla giacca e – poche – altre che si espongono con bandiere, palloncini, ulteriori modi di attirare l’attenzione: questi ultimi appartengono soprattutto al movimento pro indipendenza e fermano i passanti senza timidezze.
Verso Leith Street un drappello più visibile con i colori della Croce di Sant’Andrea. Mi offre un adesivo che conservo, un ragazzino biondissimo che mi ricorda tanto il mio figlioccio. Penso che sì, avrà sedici anni e con un garbo da piccolo lord consegna la sua indicazione di voto ai passanti, da lui spesso visibilmente incantati. Penso che non è troppo piccolo, però, che voterà, che gli hanno dato fiducia e comunque vada per lui sarà una vittoria. Una sconfitta delle sue convinzioni o un sogno da dipingere nella vita del suo Paese, comunque una base solida da cui ripartire più forte. Sono molto giovani, questi militanti e quasi nessuno sa resistere dal prendere un gadget, a volte persino indossarlo. Io metto istintivamente l’adesivo sul polso, sotto la giacca. Voglio tenere in una simile giornata quel “yes” per ricordarmi l’incontro e nello stesso tempo non tenere lontano chi la pensa diversamente. Ho bisogno di ascoltare chi la pensa diversamente.
Invece, è terribilmente difficile. Me ne renderò conto con chiarezza più tardi, quando finito il giro al castello mi vengono date le istruzioni sul primo articolo da mandare all’Eco di Bergamo: righe e soprattutto tempi. Strettissimi, perché c’è un’ora di differenza con l’Italia e io non ho ancora trovato un no dichiarato.
Nel frattempo, di sì ne sono sfilati a iosa. Anche come l’improbabile sfida di Izzy, artista di strada che dalle sei di mattina – assicura – sta suonando con la fisarmonica “Flower of Scotland”. Il cartello che espone questo cowboy scozzese, chiede provocatoriamente: conoscete un novoter che sappia cantarlo? Non senza un nodo alla gola, scherza.
Si chiama come il chitarrista dei Guns N’ Roses: improbabile, penso, ma mi fermo un po’ con lui visto che la folla si sta diradando con lo spegnersi del pomeriggio. E’ difficile capire chi ci creda, chi ci stia attirando attenzione, chi cerchi anche di farci un piccolo business come sussurra la scatola in cui cadono le monete degli ammiratori. Lui tra poco se ne andrà e seguirà lo scrutinio con un amico. In un pub, magari. Non lontano, nelle strade che si stanno svuotando più veloci della luce settembrina, c’è l’Oxford Bar, irrinunciabile tappa per i fans dell’ispettore Rebus. E’ riparato dal cuore turistico, come a rivendicare la propria identità. Un pub semplice e irresistibile, dove il calore delle discussioni scorre con la birra. Sarà ancora più rovente stasera, come tanti altri locali.
Festeggerete? Vi commisererete? Siete indifferenti? E’ comunque una buona occasione per passare a prendere una bottiglia di champagne, oggi assicura il Villeneuve Wines.
Per le celebrazioni in casa, ma è il filo conduttore di questa notte in Scozia. I pub hanno una licenza speciale e potranno restare aperti per accogliere chi non vuole aspettare in casa. Chi vuole condividere con il maggior numero di persone, anche sconosciute, il verdetto che segnerà il futuro della Scozia.
Tra i più rumorosi, ci sono i catalani. Vestono la bandiera e si aggirano festosi per Edimburgo, come se votassero loro. Toccherà a loro, certo, tra un mese e mezzo: ma non sarà proprio la stessa cosa, visto che il referendum non avrà alcun valore legale. Ma non è ancora ufficiale oggi e i gruppi ospiti quasi battono per volume quelli scozzesi.


A Edimburgo, devo confessare, mi accade una cosa strana. Un fuori programma di amena modernità, oserei definirlo. Perché mi convinco di aver lasciato la penna e il blocnotes nel bagaglio a mano, nel bed and breakfast, quindi mi lancio alla ricerca di una cartoleria per rifornirmi. Incontro un sacco di negozi di abbigliamento o tecnologici, tant’è che mi rifornirò di altro, ma per trovare una biro devo frugare in un locale di souvenir. Eppure me la dimenticherò in fondo allo zaino, quando incontrerò uno dei personaggi più mirabili e continuerò ad appuntarmi tutto sullo smartphone.
Signori, è entrata in scena Fiona.
LE BANDIERE IN TESTA
Mettiamolo così. Tu lavori, tutto il giorno, dalle nove alle fatidiche cinque anglosassoni e cerchi di rimanere concentrato nella giornata che ritieni fondamentale per il tuo Paese. Quando hai finito, senza dare a vedere quel fuoco che ti scava, esci. E ti trasformi.
Come un Clark Kent qualsiasi, entri in una cabina immaginaria. Trovi un rifugio e ti cambi: la bandiera di Sant’Andrea annodata come un foulard al collo, adesivi di misura aggressiva con “yes” sulle maniche e altri più piccoli sul volto, una fascia sui capelli, una borsa di accompagnamento e infine bandierine conficcate nella fascia vicino alle orecchie. C’è anche un adesivo particolare, riservato a un tema che le sta molto a cuore: il sistema sanitario nazionale.
Fiona non passa inosservata, perché non vuole. Affronterà tutto il percorso di casa così e avrà un’arma in più: il sorriso. Oh sì, è chiaro, le numerose persone che si fermano a parlare con lei, tra cui qualche giornalista, sono attirate dalla dichiarazione sfacciata di sostegno all’autonomia.
Ma Fiona non è sfacciata: «Sei di un giornale? Ti prego, fotografami pure, ma non mettere il mio cognome».


Attorno a lei, non sapevano di questa sua idea. Della sua determinazione a sfruttare queste ultime ore per una propaganda massiccia. Vi sembrerà un’incongruenza, visto che la sua immagine comparirà sui giornali e quindi sarà riconosciuta. Eppure capita spesso. Penso anche durante il mio lavoro giornalistico quante volte sia accaduto di sentire questa richiesta: come se il nome fosse qualcosa di più prezioso, qualcosa in grado di garantire una reale protezione rispetto al volto. Si può essere un viso tra la folla, da confondere, ma il nome ci definisce, irrimediabilmente, in barba anche alle omonimie.
Fiona sembra una donna generosa: non ha figli, ma pensa al futuro dei bambini. E questo per lei è essere scozzese.
«Noi abbiamo una maggiore consapevolezza sociale – afferma – A me importa questo, come l’educazione. L’ambiente, la società, la sanità per i più deboli sono priorità per noi, non le guerre». Si preoccupa dei ragazzini – in Scozia gli studenti universitari non pagano tasse, sapete -  e ancora di più degli anziani.
Westminster. Quando sussurra questa parola, è come se evocasse un mondo lontano. Nulla contro Londra, è Westminster. Concetto che mi ripeteranno altri yesvoters.
«Ora vado – dice Fiona – devo raggiungere una mia amica e stasera aspetteremo l’esito del referendum insieme». Si allontana in quella nebbia gelida che non è nebbia, in quel respiro del mare che non vuole lasciare la costa e la sua storia. Fiona continua un viaggio, tra passanti che la fermano e implorano di scattare una foto con lei, specialmente se si tratta di turisti.
Fiona non è un’esaltata, è una donna gentile che crede nella cultura e nel prendersi cura degli altri. Non si aspetta la vittoria («Troppa propaganda mediatica contro, troppe paure»), ma nessuno potrà toglierle il diritto di sperare.
Fa sempre più freddo e la folla si dirada, anche tornando verso Prince Street. Determinata, fermo una coppia di anziane amiche. Accidenti se una di loro non voterà no. In un certo senso, non sbaglio. La scozzese è per il sì, ma la sorpresa è l’altra: inglese, naturalmente. Due amiche quasi inseparabili, che fingono anche di bisticciare ridendo per le inesistenti telecamere.
Sì, vanno in vacanza insieme, pure. E oggi la scozzese ha messo nero su bianco all’inglese che vuole separarsi dal suo bel Regno. Pazienza, è la replica dell’altra, che ha sposato uno scozzese. Continueranno a viaggiare insieme e si divertiranno un mondo. Del resto, se entrate nelle loro case, troverete uno specchio di questo mondo: chi ha il genero scozzese, chi la nuora inglese. Il Regno Unito è una famiglia che questa sera – la sera più importante dell’anno – sta facendo shopping insieme.
Il cane, è un’altra storia. Un signore, con barba e cappello da cowboy (ma nel segno del tartan) ha deciso di arruolare pure il cagnolino alla causa, avvolgendogli al collo un foulard bianco e blu. La bestiola, a onor del vero, non sembra convintissima, ma non ne fa nemmeno un dramma anche perché si prende coccole continue dai passanti.
NON E’ LA VIA
Di lì a pochi metri, un drappello che scandisce il sì, lancia attraverso una donna dai capelli lunghi e scuri un appello che sa più di anatema.
E i vicini di casa – con mio sommo sollievo di giornalista – sono i supporter del no. Così conosco Oliver. Quello che si può definire un gran bravo ragazzo.


Indossa jeans e un giubbotto e alla mia richiesta convoca i suoi soci di campagna elettorale per una foto tutti insieme. Ha 27 anni e proprio non capisce perché bisognerebbe pronunciare questo addio all’Inghilterra. «Non è questa la via – afferma, con un ardore composto che non mi suona affatto contraddittorio – Ce l’hanno con Westminster? Ma pensi, non è mai stato così vicino alla Scozia come negli ultimi anni. Cameron non è forse un nome scozzese?».
Ripasso. David Cameron, nato a Londra che più Londra non si può, nel 1966. Tuttavia, Oliver ha ragione: il padre di Cameron è scozzese, come trapela dallo stesso cognome, di un noto clan. E del resto, prima ancora e dall’altra parte politica, rammenta Oliver, c’era Tony Blair, nato a Edimburgo.
No, non bisogna staccarsi – insiste –e invece occorre cogliere le promesse fatte da Cameron sui maggiori poteri che verranno concessi alla Scozia.
Insieme, ripercorriamo anche il legame della famiglia reale. Mentre parla, ripenso al Glamis Castle, nei pressi di Dundee, uno dei castelli che mi ha sempre affascinato di più. Lì si sente il passaggio felice della Regina Madre, lì era nata anche la sorella di Elisabetta: come un mondo fatato, dove non entrano gli spettri o almeno si prova a tenerli lontani. Oppure a rispettarli, come la donna alla quale si lascia una sedia vuota per la messa nella cappella.
Proprio a Glamis, Carlo e Camilla (il castello appartiene ai Bowes-Lyon, nome che suggerisce anche il vincolo acquisito con quest’ultima) hanno inaugurato un memorial dedicato alla Regina Madre.
Ma poi riaffiora il tema di William e Kate, del loro amore sbocciato qui, in Scozia. Vorrà pur dire qualcosa. Che ormai non ha senso separare due popoli, il cui destino è forgiato insieme da un pezzo. Annuiscono gli amici di Oliver, mentre ormai si è pronti a sbaraccare. Si mettono in posa per la foto di rito, mentre le prime luci artificiali si impossessano della sera e illuminano il loro sorriso. Sembrano i quattro moschettieri e immagino che D’Artagnan, la guida, sia il signore con qualche anno in più, pantaloni bianchi, giubbotto e coppola; uno dei ragazzi invece porta calzoni rigorosamente con il tartan, una giacca e la cravatta, mentre esibisce con l’ultimo giovane del quartetto il cartello “No thanks”.
Accanto, l’anatema della donna prosegue e c’è un’unica parola che risuona nell’aria: yes.
Ma ora, i banchetti si smobilitano. E’ finito il tempo della propaganda, anche quello del voto. Adesso inizia l’attesa, l’ultimo momento – si spera – in cui essere divisi.