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mercoledì 17 aprile 2019

La prima volta a scuola, da sola

Una bambina a noi cara oggi ha compiuto il primo tragitto a scuola, o meglio da scuola, da sola. Ce lo racconta il papà, nei suoi occhi lottano malinconia, trepidazione e orgoglio.

Mi si confondono i ricordi, perché da bambina la scuola mi fissava a cento metri. Per questo arrivavo spesso in ritardo, per la disperazione del bidello Severino: tanto, era già lì.

Quando andai alle medie, papà si ricavò il tempo per accompagnare me e le mie compagne. Il tragitto, talvolta una piccola battaglia tra le adolescenti e il genitore. Non mi ricordo, quando tornai da quella scuola da sola. Nella mia bramosia di indipendenza, rammento solo quando al liceo potevo viaggiare da sola, grazie alla mia auto grintosa di seconda mano.

Tuttavia, una scena stampata in mente c'è. Proprio alle medie, quando andammo al cinema insieme. Forse era "Ecceziunale veramente" o forse era una serata in pizzeria, sul finale dell'anno scolastico. Praticamente in extremis.

Io ero fierissima, di tornare a piedi da sola. Eppure il momento più bello è stato levare lo sguardo e vedere mio padre sul balcone che mi aspettava.

La prima volta, da sola. E un angelo, sempre a vegliare.

sabato 23 settembre 2017

Fossimo in Europa, Catalogna

Non sono abbastanza dotta da parlare di Catalogna, di ragione e sentimento. Anche se torno a tre anni fa, al referendum per l'indipendenza della Scozia, quando a Edimburgo incappai in questo gruppo colorato. Venuto a tifare o a sperare, chissà.

Non so abbastanza per dissertare con certezza su ciò che sia giusto.

So solo che quando vedo certi fatti, mi viene il dubbio: siamo veramente in Europa? Gli inglesi, che l'Europa apparentemente vogliono lasciare, hanno consentito il referendum scozzese, salvo cercare poi con mezzi legittimi di convincere chi era indeciso o non aveva ancora vergato con sicurezza la croce su "Yes".

Non so cosa sia giusto, Catalogna. Ma credo che se fossimo veramente in Europa, potresti votare.

domenica 27 agosto 2017

Chi sono gli eroi

Incappo in una foto scattata a Bannockburn. Si affaccia il cavallo, non re Bruce. La Scozia che porta a casa l'indipendenza tra mille cicatrici, grazie al coraggio degli eroi.

E chi sono gli eroi.

Noi esseri umani che decidiamo di rischiare.

O le altre creature che rischiano, perché lo decidiamo noi.

Una domanda, senza risposta, che mi osserva dal monumento lassù.

martedì 14 marzo 2017

Una cosa molto intelligente sulla Scozia

Vorrei dire una cosa molto intelligente sulla Scozia. Un'analisi decisamente approfondita sul prossimo referendum per l'indipendenza (e dichiararsi così europei), se ci sarà.

Vorrei lanciarmi in una dotta analisi, rispolverare secoli di sofferenza, ripercorrere frammenti di delusione rimasti conficcati nel cuore in questi due anni. Vorrei risentire tutti i commenti, raccolti due anni e mezzo fa.

Vorrei dire veramente una cosa molto intelligente sulla Scozia. Ma solo un'idea mi assale, come tre anni fa: se torni a votare, verrò ancora da te. Ripercorrerò Edimburgo nella nebbia che sa di mare, perderò la testa su come si possa votare no sulle sponde del lago dove il Bonnie Prince Charlie tentò l'ultima spedizione di indipendenza, mi chiederò ancora se Dundee possa gridare con maggiore forza "sì" all'indipendenza oppure ad abbattere e ricostruire tutto il fronte del suo fiume.

Insomma, l'unica certezza è che se ci sarò ancora, su questa terra umida e innamorata, tornerò da te a cercare di capirci qualcosa e arrendermi. 

domenica 18 settembre 2016

La Scozia e chi è diviso (indyref and who is split)

Tre bandiere, più o meno unite. Riguardo questa immagine scattata due anni fa, e proprio a Dundee, la yes city. La mia città più amata in Scozia, per chissà quale sortilegio, quella che vota sì al referendum sull'indipendenza scozzese e intanto ribalta tutto attorno al fiume Tay per ridisegnarsi un futuro. Quella che di cambiare proprio non sembra avere un briciolo di paura.

Le bandiere e un mondo


Tutto si era già consumato e quelle bandiere sprigionavano un mondo. Dundee, come altri luoghi, aveva dichiarato di voler lasciare il Regno Unito e non nascondeva invece il feeling con l'Europa. Era già il 20 settembre, in mezzo il voto, il verdetto e la pace del Loch Shiel, che cullava il ricordo del Bonnie Prince Charlie con l'ultimo tentativo di indipendenza in battaglia.

Mi ricordo l'atmosfera del 18 settembre a Edimburgo. Dove avrebbe vinto garbatamente il no all'uscita dall'Uk, ma accidenti che fatica trovarne mezzo, di no voter. L'aria pungente, come l'attesa, e la notte che non finiva mai. Nessun timore di addormentarsi e perdere il più bello: nei pub un grido o il silenzio avrebbero tirato fuori dai sogni.

Tuttavia, un altro aspetto è stampato nella mia memoria. L'atteggiamento ironico, se non peggio, della maggior parte degli italiani sull'indyref. Nell'epoca in cui sappiamo tutto, senza conoscere nulla, leggevo fior di sentenze. Mica nascondo la mia simpatia per un "yes", dopo aver letto tanto e non abbastanza negli anni, dopo aver conosciuto amici meravigliosi con idee molto differenti, ma io volevo andare per essere parte e per capire.

Ne sono uscita frastornata comunque. Su una costa deliziosi amici a festeggiare il "no". Sull'altra, una famiglia speciale per me, formulava due voti opposti, con lieve predominio per il "sì".

La fiammata e la divisione


Che cos'è successo nel frattempo? Brexit. E anche qui, quante ne ho sentite. Roba che per un attimo mi dimentico dove batte il mio cuore. Io adoro la Scozia e per anni sono andata nelle scuole a parlare con entusiasmo dell'Europa.

Adesso, quest'ultimo entusiasmo si è spento. Non ho altre soluzioni valide, lo ammetto, ma sono così delusa e distante. E che ne so io, di come lo vivono altri Paesi? Delle ragioni dietro un voto? I vecchi hanno scippato l'avvenire dei giovani? E questi perché non sono andati in massa a difenderlo votando?

L'unica fiammata è stata quella dell'ipotesi di un bis per l'indyref, considerato appunto il legame più saldo della Scozia con l'Europa.

Oggi, a due anni dal referendum, leggo lo Scotsman che afferma quanto siano ancora divisi gli scozzesi, anche se cresce chi voterebbe l'addio all'Inghilterra.

Split. Chi è diviso? Who is split?

Molti, se non tutti, di noi che inneggiano a mondi senza confini e hanno un cancello alto e supertecnologico. Che in fatto di muri, nella nostra vita, non siamo secondai nessuno. E che due anni fa ridevano di una nazione come la Scozia che voleva decidere del proprio destino in base a quattro, arraffate conoscenze. Come quelle su Inghilterra e Brexit.

siamo sempre divisi, è l'amara realtà.

Pagina di storia


Intanto chi la dimentica quella giornata, quella pagina di storia. Se chiudo gli occhi, a Edimburgo rivedo soprattutto una donna bardata di "yes". Il suo ardore, le sue paure (a partire da quella di perdere il posto), la sua passione quando parlava dei poveri e dei giovani, di assistenza sanitaria e di contributo alla pace. Argomenti, che sulle brillanti conversazioni nei social, quando parliamo del voto degli altri, vedo proprio abbondare.

chissà dove sei tu, e i tuoi sogni. Secondo me, cara, da qualche parte ci sono ancora.

http://neicassettidimalu.blogspot.it/2015/09/la-lunga-notte-di-edimburgo-1-un-anno.html

domenica 20 settembre 2015

Glenfinnan, il loch che disse no

CHI LO DICE AL PRINCIPE. O A HARRY POTTER
I am Connor MacLeod of the Clan MacLeod. I was born in
1518 in the village of Glenfinnan on the shores of Loch Shiel. And I
am immortal. (opening of Highlander)
(Bonnie Prince Charlie or Harry Potter? A hero or a wizard born from a novel? We can experiment both in Glenfinnan. But never say “lake” here)


Se non si è immortali qui, non so dove si possa esserlo. Lo riconosco, mentre entro in questo territorio che si stacca dalle Highlands, pur facendone immensamente parte. Si avvicina la sera e dopo tanti tentennamenti il sole si è affacciato giusto il tempo di congedarsi; non si può nemmeno rimproverarlo, perché riesce a tingere d’argento il Loch Shiel, dove appunto Connor MacLeod affermava di essere nato. E si preannuncia subito un lago stregato, che gioca con la storia e con il cinema mostrando uguale disinvoltura.
In realtà, Glenfinnan non si fa catturare dalle telecamere mentre Christopher Lambert interpreta l’ultimo immortale: è solo citato, rivendicato non si sa se con pudore e orgoglio, e resta poi nella fantasia, perché il lago che vedete è quello che ospita un angolo incantevole di Scozia, Eilean Donan. Un luogo che sa togliere il fiato a chi risale la costa occidentale della Scozia, magari verso la magica isola di Skye, ormai non più isola, visto il ponte costruito a perenne legame. Un castello che galleggia sul Loch Duich, così appare improvvisamente a chi arriva. E anche per questo castello si parla di un legame con Robert Bruce.
Il Loch Shiel, però, non si espone. Questa meraviglia ci accoglie con tutta la sua freschezza, la sera in cui il referendum è già storia e per i più delusi contro la storia.

Qui fierezza ferita e fantasia si uniscono, come queste onde ricche di personalità. Qui il Bonnie Prince Charlie, l’aspirante sovrano del quale troviamo tracce di devozione e malinconia nella Scozia intera, partì carico di speranze, con un popolo che pur rimaneva diviso, come si sarebbe dimostrato. E qui la certezza storica è entrata in competizione con l’invenzione pura: il cartello a cui i turisti prestano più attenzione, è probabilmente quello che indica l’orario del passaggio del treno sul viadotto. Di per sé, uno spettacolo suggestivo, ma molto di più quando evoca Harry Potter in viaggio verso la scuola di Hogswarts.

UN PRINCIPE SFORTUNATO
Ashley o Primula Rossa? A voi la scelta. Ma mi affascina che Leslie Howard volesse realizzare un film su Bonnie Prince Charlie. Profuma persino di libertà, come quella che stava a cuore all'attore britannico, morto in circostanze misteriose nel 1943.
Lasciatelo solo mentre guarda Rossella O'Hara, da lui ufficialmente respinta in nome dell'onore, allontanarsi in una delle scene clou di "Via col vento".
Entrate nei suoi occhi magnetici che frugano già verso un nuovo film. Che non potrà interpretare. Toccherà a David Niven, più inglese di lui se si può. Leslie era figlio di un ebreo ungherese e nacque a Londra nel 1893. Nella stessa capitale inglese venne alla luce David Niven, ma con il
padre originario del Perthshire. Di più, si vantava di essere nato a Kirriemuir, sempre la patria di Peter Pan, si trova su alcune fonti. Ma nella sua autobiografia Niven non ha remore nel confessare il lampo che si trasforma subito in tempesta e lascia poi i segni del naufragio. Viene reclutato per “Bonnie Prince Charlie” da Alexander Korda, che l’avvisa: starai via almeno otto mesi.
Riluttante per un delicato periodo familiare, Niven accetta, ma spiega con triste precisione: fu una di quelle grandemente floride stravaganze che sanno di disastro fin dall’inizio. Un cambio di regista cha si ripete tre volte e una battuta sarcastica: a cinque mesi di lavoro nessuno sa dirmi come finisce questa storia. Humour inglese che accompagna una reale tragedia scozzese.
Ma, diciamolo, di scozzese c’era poco in quel film del 1957. Lo riconosce lo stesso Niven, proseguendo nella descrizione senza pietà: non lo scenario, non gli attori e basta pensare che i selvaggi Highlanders furono arruolati tutti dall’East End di Londra.  Tra gli aneddoti, almeno per David un lieto fine c’è: incontrerà la donna che sposerà presto.
Il film resta però goffo e dimenticato.
Bisogna andare realmente a Glenfinnan, per riprendere la strada del Bonnie Prince Charlie. Ci arriviamo verso le sette, con una luce delicata e bizzarra. Poche case, il monumento sullo sfondo del lago, l’incursione in un bosco individuando il segnale dell’albergo. C’è un altro segnale, che sarà chiaro con il giorno. Un cartello con il “sì”, e un altro con il grido opposto sopra: una pacifica convivenza, una confessione di smarrimento.

Ci aspetta Glenfinnan House Hotel, proprio sulla baia. Prima di entrare nell’antica casa, bisogna fermarsi ad ascoltare il lago che non vuole addormentarsi. Il monumento si fa intravedere, come il Ben Nevis. Questo edificio fu costruito proprio come una locanda tra il 1752 e il 1755, pochi anni dopo l’avvenimento che segna il paese. Lo fa Alexander MacDonald VII di Glenaladale, ferito nella disfatta di Culloden. Da fattoria a casa, mentre viene costruita anche la chiesa, nell’Ottocento. Trecento anni dopo, la casa e le terre non appartengono più alla famiglia e arrivano i MacFarlane nel 1971 a risanare l’ampia casa e trasformarla in hotel.
Ampliando lo sguardo, tutto porta le tracce dei MacDonald. Lo stesso ponte ferroviario, noto proprio come Glenfinnan Viaduct. Lungo 416 yards e costituito da ben 21 archi, di cui il più alto risulta alto 100 piedi. Altro particolare considerevole, la curvatura del viadotto, che si dirige verso la valle del fiume Finnan. Non si tratta tuttavia dell’unico segno di collegamento tra un piccolo mondo e ciò che lo circonda: c’è anche un servizio di navigazione.
Due secoli fa, la popolazione difficilmente superava le quaranta anime; ora è arrivata a quota cento, apprendo.
Una piccola barca sembra aspettare la sera, mentre si spalancano le porte del nostro albergo, con il camino acceso e camere che continuano a raccontare un’ospitalità leggendaria. E non si può non pensare che su una piccola barca arrivò il Bonnie Prince Charlie, nel primo pomeriggio del 19 agosto 1745. Egli scese e incontrò una scorta di 50 MacDonald, poi si ritirò e attese la risposta alle lettere inviate in tutte le Highlands. Altri 150 MacDonald si presentarono, quindi nulla accadde. Dolorosamente, come un’eco di anticipazione, il principe si preparò a partire con un seguito così limitato, per un’avventura immensa. Aveva 25 anni, questo Stuart, ed era animato dal sogno del padre, ma il nemico era imponente.
Ci si può sentire molto soli, qui, anche se la natura protegge e consola, cambia colori a ogni angolazione di sguardo. O forse è proprio questa premura, paradossalmente, a comunicare la percezione del proprio limite, della propria unicità dolorosa e confinante.
Aveva ragione lei, anche se tutto poté dissolversi, quando un suono percosse le vallate: c’erano cornamuse nell’aria e osservando il Loch Shiel in questa sera così mite e amichevole, pare di vedere le note prendere corpo e unirsi all’acqua che non sta mai immobile un istante, come a riprodurre la scena, viva e fiammante.
Potete persino vedere questo giovane, aspirante re, che sa farsi ben volere da tutti, tanto da conquistarsi questo nome amabile nella storia, ma deve aver tremato non poco. La luce delle Highlands gli rivela la presenza di mille uomini pronti a partire con lui: vengono dal Nord, dal clan Cameron. Ci saranno anche trecento MacDonnells, in ritardo per un incidente: così si può definire un incontro con truppe governative, quando si riesce a sfuggire.
Può bastare? Il condottiero deve prendere coraggio, oltre che orgoglio, e decide di salire sulla collina dietro il punto dove oggi si può trovare il Visitor Centre del National Trust of Scotland. Da lassù, prende ancora più vigore la decisione e viene alzata la bandiera. Una cerimonia breve, che dura poco di più solo per tradurre in Gaelico ciò che dice il principe. Poi, lui ordina di distribuire brandy ai suoi uomini. Serve altra forza, ancora.
Tutto il resto è storia. I primi successi, la decisione – sbagliata – di puntare sull’Inghilterra, la sconfitta a Culloden con ferite devastanti che si protraggono nel tempo per gli scozzesi. E il principe che si salva, solo grazie al coraggio di alcuni concittadini, tra i quali la giovane Flora MacDonald che lo fa fuggire, travestendolo da sua servetta.
Vi devo una corona: nel film definito disastro, vediamo il finale gentile, cavalleresco in cui David Niven si congeda da Margareth Leighton. 
E torniamo al 2014. Gli elettori delle Highlands sostengono il no: il 53%.  Se la media dei votanti in Scozia è dell’84,5%, qui è dell’86,9%, quindi qualcosa in più.
Teniamo stampate nella mente queste dichiarazioni di appartenenza al  Regno Unito, mentre varchiamo la soglia dell’albergo. Talmente schiava dell’incantesimo appena visto, mi sento in dovere di commentare: “The lake is beautiful”.
La cortese signora dall’altra parte interrompe le pratiche di registrazione: “Loch, please. ‘Lake’ is English”.
Percentuali, che cosa siete poi?
NON SI MANGIA L’INDIPENDENZA
In questo clima giacobita, ritengo sia arrivato il momento giusto per gustarmi un haggis con tutti i crismi.  Agli italiani e immagino non solo, spesso non va giù perché si soffermano sulla descrizione dei particolari: un insaccato di interiora di pecora, macinate con cipolla, grasso di rognone, spezie e avena, il tutto da bollire nello stomaco dell’animale. Per sopravvivere nell’era moderna, ne hanno anche ideato uno vegetariano. Intanto negli Usa è stato bandito per anni e ora si torna a invocare una riapertura: in fondo, la comunità scozzese è ampiamente rappresentata.
L’accostamento tradizionale di questo pasticcio – celebrato magistralmente da Robert Burns in un’ode, tant’è che il 30 gennaio, compleanno del poeta, ne è raccomandata la preparazione – è con una specie di rape e patate: whisky ampiamente raccomandato per valorizzarlo e digerirlo.


Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei o cerchi ancora di essere. Una doccia fredda pochi mesi prima del referendum è arrivata da una ricerca, pubblicata sui giornali britannici, secondo cui almeno metà dei bambini scozzesi non hanno mai assaggiato il pasticcio tradizionale. L’inchiesta – firmata Travelodge - coinvolgeva mille piccoli inglesi e altrettanti scozzesi, dai cinque ai sedici anni. Ancor meno pervenuto il black pudding – un specie di sanguinaccio che spesso troverete servito anche come Scottish breakfast – visto che il 72% non l’aveva mai toccato. Risultati condivisi su altri cibi tradizionali. Di qui l’appello della catena: “Il cibo è una parte consistente dell’eredità britannica e rischiamo di perdere alcuni dei nostri piatti regionali più famosi, perché ai bambini non si offre l’opportunità di provarli”.
Questo studio e la preoccupazione che ne consegue rendono conducono un piatto così locale in una riflessione mondiale, con i piatti che rischiano di scomparire e con essi la cultura.
Io la mattina dopo, vedo turisti spagnoli fare colazione con salmone e stoicamente rifiuto il bis con l’haggis. Ma porridge, sì, per favore, come del reso faccio in Italia a volte: così, per sentirmi immersa in un viaggio a partire dal risveglio. O perché sono masochista, commenta qualcuno.
Intanto risento le parole di Robert Burns:
Fair fa' your honest, sonsie face, 
Great chieftain o the puddin'-race
Ma sì, che faccia onesta e bella hai tu, grande capo della razza dei pasticci.

SE CI FOSSE HARRY
Una faccia bella e onesta, come il lago questa mattina. L’argento ha lasciato il posto all’oro e non sento parlare di referendum per la prima volta dopo ore. Sono i turisti sulla scia di una stagione che corre verso la chiusura ad attraversare questo incantesimo. Di certo, le Highlands non tengono il broncio, come se non importasse. Come in fondo questo rimane un loch, e nessun verdetto referendario potrà cambiare una cultura, un’anima.
Allora, sentiamoci un po’ turisti. Nel Visitor Centre la storia continua, ma è inutile nascondere quale cartello sia il più sbirciato: quello che annuncia quando passerà il Jacobite Steam Train. Il suggestivo treno a vapore giacobita oggi richiama i fans di Harry Potter: il secondo e il terzo film della saga – Harry Potter and the Chamber of secrets, Harry Potter and the Prisoner of Akzaban – offrono la ribalta a Glenfinnan attraverso lo Hogwarts Express. Di più, gli alunni della Lochaber High School vennero reclutati in abiti da maghi. E ancora, la sequenza della macchina volante nel secondo film si lega comunque a questa zona, tant’è che si può vedere il Loch Shiel.
Non ci arrendiamo e prima del film ci godiamo la natura. Ci arrampichiamo fino alla chiesa di St. Mary e St. Finnan, sottoposta a restauri. Fu progettata da Edward Welby Pugin ed edificata nel 1873. Su questa collina il verde che si sta intingendo nell’autunno e il lago assumono contorni spettacolari. Un angelo sfodera una spada nella parete del santuario, ma è la pace la sensazione dominante e sul pendio un cane gioca con la padroncina grazie a un innaffiatoio rosso e ammaccato. Per accentuare le emozioni si può scendere e arrivare al monumento: questa torre che culmina con una scultura, a pochi passi dal lago, è come una vedetta rimasta sul posto per tutti. Per ricordare, per guidare, per non far sentire smarriti. Sull’altra sponda, vediamo il nostro albergo le cui pareti candide sono invase gioiosamente dal rosso delle piante rampicanti. Chiunque si sieda su una di quelle panche tra l’erba verdissima, si può sentire un Highlander.

Il monumento è protetto da una timida cerchia di mura e vede un silenzioso pellegrinaggio. Niente a che vedere con la frenesia frizzante poche decine metri più in là, che fruga tra i sogni con un unico appiglio alla realtà. Sogni che sfrecciano con un treno.
C’è una parola magica racchiusa appunto nel cartello del centro per i visitatori: viaduct, scritto a caratteri cubitali. Si danno istruzioni precise per arrivarci, scritte a mano, e si spiega che ci vorranno quindici minuti di cammino. Una folla di ogni età si dirige verso il parcheggio per poi prendere la via, anzi le vie. C’è chi preferisce andare sul sicuro, visto il poco tempo che manca alla prossima tappa, e osservare da lontano; chi invece vuole andare fin sotto gli archi.

E’ un’arrampicata lieve, con il sentiero che corre sull’erba incerta e qualche ultima traccia di fiore. Il treno passa e sembra così fragile, con il suo buffo rumore. Presto ne sfreccerà un altro, dallo stile più moderno, eppure trasmetterà in qualche modo un’altra magia. Forse Harry Potter ha perso il primo convoglio e questa volta si affiderà ai mezzi prediletti dai babbani, che lui non disprezza. Tutti, di ogni età, rimaniamo a fissare lassù e tra quegli immensi archi ci sentiamo minuscoli, ma se li superiamo con gli occhi e la mente, vediamo come anch’essi siano nulla, rispetto alle vallate che li abbracciano.
Tutto sembra così fragile, eppure così eterno, a Glenfinnan. Ci facciamo foto improvvisate, finché si ferma un’anziana coppia inglese. Lei ha le stampelle, ma scende con disinvoltura e ci chiede se vogliamo una foto insieme.


Così accade mentre si mischiano le nuvole e l’ultimo tocco di blu in una giornata che comunque non vuole lasciare l’estate di un’avventura. C’è una foto che mi importa quasi quanto questo panorama mozzafiato, che nessuna parola, nessuna immagine saprà rendere, ne sono consapevole.
Quei due cartelli – yes e no – appesi su un albero, in pacifica convivenza. Ma il “sì” oltre che più grande, è situato sopra: netto messaggio, una sola parola nei colori della croce di Sant’Andrea; il “no”, sotto, con l’invito a votare e un civile “thanks” com’è lo slogan della campagna.
Le percentuali sbiadiscono, nei riflessi di un lago che non si ferma mai, come se andasse avanti a precedere una nuova storia, soffiando come un treno.
CANZONE
Who wants to live forever, Queen, 1986.
Forse qui a Glenfinnan si potrebbe avere la tentazione di sognare l’eternità. E siccome ci piace scherzare, in puro spirito britannico, avrà ragione Wikipedia e sarà stata scritta a Londra da Brian May per la solida legge del contrappasso.
Ma come si fa a vivere per sempre, quando tutto attorno invecchia e muore?

Di sicuro, non c’è un tempo per noi, non c’è un posto. A Glenfinnan pare chiaro che questo mondo abbia un solo, dolce momento per noi. Che per il sempre sia oggi. Sul prato verdissimo di Glenfinnan House ci sono panchine di legno che invitano a fermarsi e sarà questa la musica che culla le acque del lago. Chiunque venga avvistato qui, solitario e pensieroso, potrà essere scambiato per un Highlander. E magari vivere per sempre, ovvero oggi.

sabato 19 settembre 2015

Risalendo il voto e il Loch Lomond - Indyref

LA STRADA PIU’ BREVE SUL LAGO (19 settembre 2014 - pomeriggio)
And I’ll be in Scotland ‘afore ye
Bonnie Banks of Loch Lomond
(Loch Lomond means friendship and beauty to me. From an old song to modern travelling through roads works in one of the most wonderful place in the world)

La mia tappa a Balloch è di amicizia. L’ho scoperto per caso, nel 2001, questo villaggio, e per caso una splendida coppia diede una mano a un bed and breakfast per non lasciare senza tetto a una sperduta italiana. Da allora, il filo delle nostre famiglie è sempre rimasto saldo: siamo cresciuti, invecchiati insieme, abbiamo condiviso gioie e momenti dolorosi con un contatto, una foto, una messa e quando si poteva un abbraccio.
Chiamano questo villaggio l’ingresso del Loch Lomond e da qui devo risalire l’intero specchio d’acqua verso le Highlands. Consulto i dati: qui il sì ha vinto, siamo nel West Dumbartonshire, con il 53,96%, che è seconda sul podio dell’autonomia, stretta tra Dundee e Glasgow. Risultato capovolto nell’East, dove il no si è arrampicato fino al 61,20%.
E qui, per ironia della sorte, incontro i primi, dichiarati no voters: soddisfatti del risultato, perché non sposavano le idee, le persone del Partito nazionalista. Sì, mi fanno soprattutto nomi, mi indicano volti. Salmond? No, non si fidano. Darling è una brava persona. Mi ricordano che in fondo questo sono e siamo: non sigle, non ruoli, ma uomini e donne che possono fare la differenza.
E’ giusto restare nel Regno Unito e qui il senso di vergogna è capovolto: dispiace che nella loro area sia stato vincitore il sì, per fortuna in modo ininfluente, proprio non lo possono capire.
LA CAPITALE DEI DISOCCUPATI
La città più vicina è Glasgow: lì sono atterrata in passato, quando la mia prima meta era il Loch Lomond. Ma l’ho esplorata poco, perché ammetto un senso di disagio la prima volta che ci arrivai. E dire che è una città splendida, ricca di cultura non meno che di tradizione industriale.
Solo che, ormai diciotto anni fa, quando vi giunsi, mi trovai sperduta. Dopo giorni nella natura incontrastata, non ci trovavamo più e io vagavo senza troppa consapevolezza. Soprattutto, riportai una drammatica impressione: incontrai tanti mendicanti, tanti giovani senza lavoro, nel centro. Forse è la città che più mi ha lasciato questa lacerazione, anche se le metropoli offrono spesso uno spettacolo simile.
Eppure qui era diverso.46.51%
E’ diverso. Torno a due anni fa, quando ci fu un triste sorpasso. A Glasgow arriva un amaro titolo di capitale britannica: quello della disoccupazione. Nell’articolo del Guardian che documenta questo record negativo, c’è una foto che ha le sembianze di una beffa: palazzoni che si ergono verso un cielo, dove arriva uno sbuffo di ciminiera.  Lo studio del 2012 era firmato dall’Office for National statistics e decretava il superamento di Liverpool da parte di Glasgow: una famiglia su tre non ha alcun componente nel mondo del lavoro. E’ questo il taglio particolare che si lega al tema: non disoccupazione generale, ma concentrata sui nuclei familiari. Case intere, dove nessuno riesce a procurarsi un impiego.
Pesante anche l’analisi delle cause effettuata dagli esperti: la mancanza di lavoro, ma anche le condizioni sanitarie (ricordate la preoccupazione di Fiona?) e gli elevati livelli di “lone parenting”, quindi sempre più genitori soli ad allevare i figli.
Interessante un’altra considerazione dell’articolo, duplice per così dire. Ci sono i ministri del Regno Unito che affermano come la situazione sia migliorata, nonostante tutto. Ma il Partito conservatore invita ad andare nel più prosperoso Nord Est.
Confronto in cifre: ad Aberdeen famiglie a terra senza lavoro sono soltanto il 12%, contro il 30,2% di Glasgow.
Nella città più popolosa della Scozia si spendono decine di milioni di sterline per iniziative a favore del lavoro, come si indica nell’articolo.
La classifica cupa scatenò anche le reazioni del Comune, che affermava come dopo l’onda lunga della deindustrializzazione gli investimenti fossero sulla via del ritorno. L’effetto nelle vite delle persone? A quanto pare, non pervenuto.
It’s just the economy: così parla nell’inchiesta una vedova, da vent’anni senza lavoro e con problemi di salute, con i due figli che hanno perso negli ultimi due anni le loro occupazioni, molto diverse, vale a dire chef d’hotel e uomo delle pulizie da un macellaio.
Diventi disoccupato, poi ti abitui e ti trovi in un circolo vizioso. La sentenza di questa signora, che la vive nella sua pelle, mi resta impressa come immagine da scrollare via da Glasgow, città che ha mostrato tanti segni di vitalità in un’epoca nuova e insofferente al suo passato.
La città di Glasgow dove hanno votato in 486.219: il 53,49% per il sì.
Tutta colpa della disoccupazione? Guardando il tasso vero e proprio (7,7% quello della Scozia), l’area più colpita con un 13,5%, North Ayrshire, ha optato per il no, seppur di misura. La seconda e la terza nella disgrazia – East Ayrshire e Dundee – hanno scelto sì. Parliamo di pochi punti di distanza per il referendum e la stessa, malasorte sul fronte del lavoro.
BORN IN THE USA
Balloch aiuta a riporre le ombre, anche in un giorno dove il sole si fa ancora desiderare. Mucche e fiori sembrano ugualmente dipinti, nel gettare uno sguardo distaccato ai forestieri di passaggio.

Uno scenario di meraviglia quello che attende al Loch Lomond, il lago più ampio, eppure non il più famoso nell’immaginario collettivo dei turisti, più attaccati al Loch Ness e alla sua improbabile creatura. Un mondo di colori e suoni, che si sprigiona senza lasciarsi condizionare dal meteo.
Mi ricordo il primo impatto qui: dalla stazione mi spostai verso l’acqua, incorniciata dal verde e vidi un uomo impegnatissimo. Aveva le borse cariche di pane, borse gialle della spesa, di plastica e senza alcuna poesia. Ma da lì tirava fuori bocconi per cigni e anatroccoli, che accorrevano in quantità. Non si stancava mai, il loro benefattore, ed era concentratissimo, come se quello fosse lo scopo della sua vita.
Anch’io mi trovai a condividere quella concentrazione e a non riuscire a staccare lo sguardo. Quando dovetti lasciare quel luogo, mi sentivo come se mi potessero portare via una favola. Il giorno dopo, quell’angolo fatato era vuoto e i cigni disincantati.
Bisogna ripartire. Luss, paese dei sogni e resa famosa dalla serie televisiva High Road: Take the High Road, il nome originario, che ci riporta alla melodia del Loch Lomond. Anche se la fiction – che si svolse a partire dagli anni Ottanta – assegna un nome immaginario alla sua sede. Tarbet. I nomi si rincorrono e il lago sta per congedarsi. Le strade si stringono e poi si allentano, ma i lavori in corso per cercare di ampliarle ci obbligano in coda con i nostri pensieri.

Risalendo rapidamente, si arriva a Inveruglas e le nuvole si scostano come per provarlo. Un bar alle quattro sta già chiudendo i battenti e non è una metafora, perché ci ospita per l’ultimo caffè, ma intanto le persiane vengono rigorosamente serrate, come a mandarci il messaggio forte e chiaro che non attenderanno a lungo. Devo inviare un articolo prima di perdere l’ultimo filo di connessione, perché tutto qui sembra così fragile, anche la linea. Solo quando ho finito, riprendo a parlare ad ammirare la natura e a parlare con la gente, aggrappata al contenitore caldo del caffè.
Gli ultimi colori dell’estate stanno svanendo e c’è un pullman carico di visitatori incantati, qui, e li avvicino. Sono nordamericani e mi sto allontanando, ma poi penso che il loro punto di vista resta interessante. Una coppia canadese finge di dividersi sull’argomento referendum, ma in realtà sono o non sono nel Commonwealth?  Una perfetta discussione tra moglie e marito, messa in scena appositamente per deliziarmi, lo intuisco.
Sto indagando con tre cittadini Usa, che mi chiedono di dove sia io. Italiana, rispondo. Uno di loro ha gli occhi che si illuminano prontamente, perché è un immigrato, dalla Toscana. Avrà una sessantina d’anni, Damiano, e prova a esprimersi nel suo linguaggio d’origine, ma non mi segue più quando gli rispondo. Annaspa, guarda le onde finali del lago con un sospiro. E’ simpatico, nel suo rammarico, e torniamo a confrontarci in inglese. Che cosa avrebbe votato un italiano, emigrato negli Usa, a questo referendum? Sì – scandisce lui – perché noi lo abbiamo fatto secoli fa, ci siamo liberati degli inglesi e stiamo bene.
Si ride attorno a lui, ma mi affascina ascoltare quest’uomo, che è originario di una nazione, vive in un’altra eppure, anche solo con impeto di cuore, sostiene il sogno di un aspirante Paese ancora.
Altro che voto “vecchio”, reale o virtuale. A proposito, afferro i risultati della Bbc per un aspetto che mi preme moltissimo, al di là delle differenze geografiche.
Come sapete, mi affascina che sia stato permesso ai ragazzi di sedici anni di votare. Ci vuole coraggio e suona già come una vittoria, in qualsiasi modo la si pensi. Hanno espresso il proprio parere 109.533 giovanissimi tra i sedici e i diciassette anni, alla loro prima volta. Secondo un sondaggio, il 71% di loro ha detto sì all’indipendenza;  ampliando la fascia ai 24 anni, resta il predominio, ma solo al 51%. Ribaltando gli equilibri, sempre secondo un’inchiesta a campione prima del voto gli over 65 erano destinati al no per il 73%.
Guarda caso, la città con più giovanissimi si chiama Glasgow.
Devo lasciare il Loch Lomond, perché le Highlands chiamano sotto un cielo sempre meno grigio. Se devo scegliere una versione della ballata stasera, opto per gli Ac/Dc. Mi piace ricordare che Bon Scott è nativo di Kirriemuir, il paese di Peter Pan: qui infatti è nato l’autore di questa storia immortale, James M. Barrie. 
Anche per questo è piacevole canticchiare una melodia a me nota fin dai tempi della scuola.
LA CANZONE – Bonnie banks o’ Loch Lomond – cover Ac/Dc
La mia generazione del flauto ha scoperto la dolcezza della sua musica e non si stupisce quando sbarca sul Loch Lomond. Se è una giornata di sole, anche timido, può illudersi che “the bonnie banks” sia un canto di innamorati, che celebra la vita. In un certo senso lo è, ma sono i giorni in cui il Ben Lomond nasconde la testa tra le nuvole che ricordano meglio la natura di questa canzone. Qualcun altro ha pensato a scuotere questa atmosfera: il gruppo di hard rock Ac/Dc, ad esempio, australiano per definizione, scozzese in gran parte di origine (i due fratelli Young nacquero a Glasgow), ha eseguito vigorose cover di queste note, che risuonano anche come  un omaggio a Scott dopo la sua morte, secondo alcuni.
Perché una delle band più dure del mondo si inchina a una ballata simile? Il rock estremo spesso ha trovato isole felici in lenti diventati indimenticabili. Qui sicuramente pesano le radici scozzesi, ma non solo.
La strada lunga e quella corta sono accostate nella canzone: nel film che proiettava il centro dedicato al lago, rivivo l’interpretazione legata all’insurrezione giacobita. Si parlano due amici, uno dei quali sarà messo a morte, eppure tornerà per primo lui a Loch Lomond e alle sue sponde meravigliose. Solo che per l’incantesimo crudele della vita non potrà più riabbracciare il suo amore.
Tu prenderai la strada alta, io quella sottostante e sarò in Scozia prima di te.
La strada minore, secondaria, quella che percorrerà il protagonista della canzone: quella spirituale, afferma un’interpretazione. E’ come se l’anima avesse bisogno di meno miglia per arrivare alla meta, così precederà il corpo e la mente stanchi dell’amico, pur libero dalla minaccia della morte. 
Ma Loch Lomond, che sia offerta dolcemente alle vostre orecchie o arrivi con la graffiata di una chitarra, lascerà sempre un dubbio: a chi spetta il pianto, a chi la gioia dei colori; a chi la seconda primavera, a chi le acque tranquille sotto la carezza della luce. Perché le due strade che si sono prese separatamente, conducono sempre allo stesso cuore, in tempi diversi.