Una delle arti in cui più ti ammiravo: quella di sbucciare la frutta. Mandarini, arance, mele, non importava: tu afferravi ciascun frutto e lo spogliavi, senza spezzare mai la buccia. Contemplavo quei capolavori, come i bicchierini creati con la carta delle caramelle, quand'ero piccola.
Crescendo, mi sarebbe piaciuto assomigliarti in molte cose: anche in questa. Ma ero di fretta, pasticciona e impaziente. Non andavo matta nemmeno per la frutta, a dire il vero, tranne quella che non si sbuccia affatto o dove si vince facile.
L'arte del mandarino: io guardavo le tue dita procedere sicure e non vedevo il reale trucco, come accade nei giochi di prestigio.
Il tuo sguardo, che ora contemplo nella foto, me lo sussurra. La pazienza: quella di sbucciare con cura un frutto, di iniziare una strada, di non farsi abbattere, di sentire il rumore di un fiore che prova a crescere o di imparare il verso dei merli fino a cantare insieme.
Quella di sentire tua figlia fin troppo adulta gridare, come una ragazzina: papà, posa che ti faccio una foto mentre levi la buccia senza romperla. E di obbedire, perché le vuoi troppo bene.
Nove anni dopo che hai smesso di farlo, in apparenza, ti rivedo così e sento quel profumo di mandarino che neanche mi piaceva e che ora mi sembra un aroma magico.
