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lunedì 13 novembre 2017

Anche giornalista (il luogo dove dovevamo essere)

E Nonostante la dedizione nel riporre in varchi lontani i ricordi accumulati come cronista, riaffiorano ancora troppo facilmente.

Che poi "troppo" è sbagliato. Ci vuole la penna magica (chi se ne frega se ora percuotiamo la tastiera di uno smartphone o di un pc) di un collega tra i miei miti a far sgorgare tutto da capo.

Quante tragedie ho dovuto attraversare, senza riuscire a fuggire. Raccoglievo testimonianze, dolore e fotografia, come ricorda magistralmente lui in tempi ben più difficili, scrivevo soffocando ogni tentazione di emozione mia. Ma una volta chiuso tutto, si rompeva un argine.

Due ricordi si impongono tra i numerosi infilati nella mia vita. La mamma di una bimba, scomparsa all'improvviso durante una gita: fui spedita a casa sua e per i primi, interminabili minuti le rimasi a fianco senza parlare. Quando entrambe riuscimmo a scambiarci mozziconi di frasi, le chiesi anche una foto della piccola, sì.

Ancora oggi, è la prima casa che mi viene in mente, quando penso ai tanti fatti riportati da cronista. Quando le passo davanti, avverto la stessa incrinatura nel cuore.

Ma c'è un'altra ferita ancora più insopportabile di altre. Quando fui mandata, forse andai persino io, a casa di un  giovane che aveva perso la vita in un incidente.

C'era  un particolare: quel giovane, lo conoscevo fin da bambina, e così la sua famiglia. Sua madre mi spalancò la porta e mi disse: che cara sei stata a venire qui. Io mi resi conto che parlava alla bambina e detestai essere giornalista. Mi sono seduta sul divano con loro e ho pianto.

Mezz'ora dopo, arrivò il fotografo del mio giornale e la mamma gli aprì. Allora, il suo sguardo si posò su di me: ah, sei anche giornalista. In quel momento, me lo ricordai anch'io. Scrissi un articolo che mi faceva male a ogni sillaba. Durai ancora qualche anno, poi abbandonai la nera.

Anche giornalista. Soprattutto persona. C'è un luogo in cui dobbiamo essere. Un modo in cui possiamo farlo. E un momento in cui andarcene.

venerdì 4 novembre 2016

Notte e Pà Carloeu (racconta un'altra storia)

Sobbalzo: ma oggi è anche l'onomastico dul pà Carloeu.

Mi rabbuio come tutte le volte in cui ci penso: ci sarebbe da fare un'enciclopedia, anzi un musical tra masse convinte dei loro diritti e redini ferme e gentili, per celebrare Carlo Azzimonti.

Ma viviamo in un'epoca di scarsa celebrazione per chi preferisce i fatti alle parole.

Pà Carloeu, colui che mi racconta storie così lontane e vere, da essere proprio qui con, dentro di me.

Quando vado a trovarti al cimitero, mi sembra sempre che affiori un tuo sorriso. 
Che storia mi racconti oggi?

Racconta un'altra storia, pà Carloeu.

Notte e Pà Carloeu (racconta un'altra storia)


giovedì 29 settembre 2016

Solo Anna

Solo Anna sa far parlare tutti, perché sa voler bene. E riesce a fare una cronaca semiseria di quel male che ho incontrato, ma non ho imparato mai a pronunciare.

Il suo racconto su "Gioia", sogno davvero che diventi un libro. Per aiutare le donne che stanno lottando contro il tumore. Ma anche perché se lo merita.

Non posso aggiungere una parola a queste pagine intense. Faccio fatica a parlare anche di Anna. Perché lei è una Gemellina refrattaria a smancerie e invece ora sento soltanto che le voglio bene.

Perché è la prima persona che mi ha stupita a Como, con quella sua capacità di mettersi in sintonia con le persone. Perché è una roccia catapultata in un fiore esile.  E perché è Anna. Solo Anna, senza ruoli indossati a forza, ma la spontaneità che sgorga anche in queste parole pubblicate sulla rivista.

Spontaneo, non è facile. E' solo vero. Come Anna Savini che non sa fingere, mai. 

sabato 9 luglio 2016

Giornalista per sempre

Sto viaggiando con gli occhi e i profumi: mi spingo lontano e mi fermo a Lisbona, non respirata abbastanza. Mi tuffo a Procida, negli occhi saggi chi non ha dovuto affidarsi a un diploma per trasmettere la vita. E torno verso casa, sono a Sesto Calende con le religiose, mi accorgo dal lago di Monate che i giorni non si spengono mai veramente.

Paola mi stupisce, mi guida, non mi fa pressione, ancora. Questa volta con il suo libro,  che sboccia nella mostra a Somma Lombardo, nella Galleria Fallaci. 

Che cosa si può imparare da una Pellai? Tanto. E figurarsi da due. Perché quando parla suo padre, non c'è cornice più straordinaria, essenza che mostra le radici di un cammino. E tra le parole che vengono scandite, si fa strada questa espressione: giornalista per sempre.

Non esiste omaggio più efficace a Paola. Racconta di un amore nato lontano, un amore che non si spegnerà mai, e non conta dove lo esprimerà, perché quella curiosità buona non può essere frenata. Può solo spingere a guardare ancora le persone, non le immagini. A cambiare abito ma senza cambiare se stessi, come una mirabile famiglia americana fotografata da lei.

Giornalista per sempre, Paola, e chi sa guardare negli occhi, incontrare, cercare.

Anche attraverso un libro come "Il tempo di uno sguardo" (edizione Giv, prefazione Lina Wertmüller) e la mostra che lo accompagna.