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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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lunedì 30 ottobre 2017

Io non spengo (quindi non faccio niente)

Ogni volto di coloro che cercano di spegnere l'incendio al Campo dei Fiori, resta impigliato nella rete dei miei ricordi.


Sacri Monti dissacrati. Monti che evocano profumi e colori, resi cenere. Ripenso alla mia primissima vacanza: avevo pochi mesi ed ero malata. 

La zia Maria (malata di pulizia, narrano le cronache familiari) ordinò: portiamo questa creatura su al Campo dei Fiori. Io incosciente e serena, riprendo a respirare.

Se fosse quasi cinquant'anni dopo. Mi dovrei incazzare, invece mi sento sul banco degli imputati anche se non l'ho provocato io, quel rogo.

Ma se non spengo, non faccio niente.

Onore a chi spegne. Un rogo di fiamme o di veleno nella vita o nei social.

venerdì 7 aprile 2017

Consigli dagli esperti di politica estera

Che poi, devo confessare, nutro ammirazione per gli esperti di politica estera, che dilagano dai bar ai social network. Ho messo anche i primi, a certificare la mia età senza scampo.

Li ammiro e chiederei consiglio, no, non su chi deve bombardare chi o come andare a mediare con chi ti spara o chi giace inerme.

Li interrogherei, sottovoce, perché io me la cavo male pure con la politica interna, quella più interna che si può: in subbuglio  nel mio cuore. Così spesso a un bivio delle decisioni, mi fermo e penso, anche sotto un sole cocente, fino a scottarmi.

Sarà per questa mia incapacità a scolpire certezze nel mio piccolo pianeta, che non riesco a pronunciare strategie in grado di cambiare l'immenso mondo.

sabato 26 novembre 2016

Qualcosa da dire assolutamente

Ho qualcosa da dire assolutamente. Il mio parere su un evento,  di qualsiasi natura. Brucia sulla lingua la voglia di dire ciò che penso.

Lo metto nero su bianco, martellando il pc, e mi appresto a postarlo. Poi lo osservo e non mi sembra più il mio parere su quell'evento: a occhio e croce, assomiglia  a una sentenza. Lo ammetto, mi spaventa un po': mi viene fifa di me stessa.

Ne sono abbastanza certa, ma chi sono io per affiancare alla mia persona questo aggettivo?

Ho qualcosa da dire assolutamente. Cancello e taccio.

giovedì 29 settembre 2016

Gianni Morandi e le cose serie

Anch'io mi diletto talvolta a cercare rifugio tra i post di Gianni Morandi. E non perché io sia una una sua fan scatenata, anche se mi fido che ascoltasse i Beatles e i Rolling Stones.

I suoi post mi offrono una ragionevole tregua, mi ricordano che è possibile anche essere così: spontanei e disarmanti. Persino nei social.

Ammetto però che mai mi ero spinta oltre i suoi messaggi: invece, i suoi commenti sono anche meglio.

Certo, a volte dà troppa retta alle critiche, che si dovrebbero ignorare per smorzarle. Ma Gianni è umano.

E le sue risposte iniziano con tale garbo, da noi dimenticato: caro… cara. Quasi come una lettera di uno o due secoli fa.

Poi Gianni ha la lezione in tasca, rispetto a tutte le polemiche di chi vive solo sulla tastiera.

Le cose serie sono altre. Gianni mica lo grida, lo sussurra in un commento, ringraziando e salutando. Che sono poi - queste ultime - tra le cose più serie che esistono.

domenica 18 settembre 2016

Notte e chi è più vicino

Nei momenti che contano, ovvero quelli incalcolabili, ti manca il respiro di gioia vedendo che qualcuno da lontano è arrivato per te. Poi ti accorgi di chi era qui, vicino, e ha voluto manifestartelo anche con il suo sguardo.

Vicino, distante: tutto si annulla, per un attimo.

Chi è più distante, quello che per te di solito muove solo le labbra, o meglio la tastiera.

Ma chi è più vicino, è incalcolabile per te, come quei momenti che contano.

Notte e chi è più vicino.

lunedì 12 settembre 2016

Quello che non leggiamo (ciarlatani della verità)

In questo periodo si susseguono inesorabilmente le notizie su persone che rifiutano le cure tradizionali e si affidano a quelle alternative: così viene fotografato il fenomeno. Improvvisamente, un episodio tira l'altro e già questo mi insospettisce un po'.

Ma come spesso accade di recente, è il commentificio che mi spaventa davvero, a morte. Subito piovono i giudizi implacabili sulle malattie (degli altri), le scelte (degli altri) e l'irresponsabilità (degli altri). Compassione, poco pervenuta.

Il peggio è avvenuto con l'ultima triste storia letta. Triste, perché se n'è andata una donna, con il peso della sua malattia e del suo dolore condiviso dalla famiglia. I titoli sono sintetici, i pezzi per lo più dettagliati. Persino i servizi televisivi dipingono un passaggio fondamentale all'inizio.

Vale a dire: lei ha provato sì a curarsi con le terapie tradizionali, il male è cresciuto ugualmente e la donna ha provato allora con altre cure, prima di tornare ai medici.

Pochi, pochissimi l'hanno letto, sentito. E subito si sono lanciati a bollare: quella che ha rifiutato le cure e si è affidata ai ciarlatani.

Quello che non leggiamo (o non vogliamo leggere), a volte ci condanna a giudizi sbagliati e dolorosi. A volte, anche a essere dei ciarlatani della verità.

sabato 3 settembre 2016

Al volante (di Facebook)

No, non miro a sottrarre la guida di Facebook a Mark. E' che oggi riflettevo - e con duro sforzo - mentre ero al volante. Mi indisponeva il comportamento di tre quarti dell'umanità nelle mie condizioni e qualche volta ho sclerato pure.

Che cosa accade, quando uno si permette di tagliarti la strada, fregarsene di una regola o anche solo procedere un chilometro in meno del massimo consentito? Anzi, anche solo esistere.

Che il peggio di noi esce, spesso, istantaneamente. Cose che non diremmo mai in condizioni normali, ovvero a contatto con gli altri, fuoriescono con una violenza che non finisce mai di stupirmi. O meglio, non mi stupisce affatto, finché mi degno per qualche motivo di dedicare attenzione al mio comportamento.

Protetti dal nostro abitacolo, che sia vero o no, ci sentiamo onnipotenti.

Ora, le differenze si assottigliano rispetto a quando siamo al volante della rete. Di Facebook come di qualche altro potente mezzo.

Basta essere protetti, da qualcosa di illusorio, per sentirsi i re del mondo. Esaltati o linciati, tanto nulla accadrà realmente. O così ci pare, finché andiamo fuori strada, da noi stessi.

domenica 28 agosto 2016

Silenzio parla Agnese (ma ci sembriamo normali?)

I politici vanno ai funerali delle vittime. Che falsi. Non ci vanno. Che disgraziati.

A questo valzer di veleni dovrei essere abituata, forse rassegnata. Basta ignorare il fiume, però, per non farsi trascinare via?

Compaiono altri post e mi rispondo da sola: no.

Si tratta delle parole rivolte ad Agnese Renzi. Io non sono fan di nessuna first lady al mondo, e neanche di mezzo premier, per la precisione. Ma mi ricordo anche cosa siano, ogni tanto. Persone. Come noi. Del resto, come ci trattiamo tra di noi? Scannamenti su pubblica piazza virtuale o serpi che  fingono a oltranza su quella piazza e cercano di seppellirti la vita via messenger o con altri nei loro salotti whatsapp.

Ieri proprio mi è parso di vedere il fondo, anche se purtroppo non dev'essere così.

Quando  sui social leggo insulti, espressioni volgari e rabbiose, derisioni verso questa donna che piange ai funerali (se non avesse pianto, gli insulti non sarebbero mancati comunque), perdo totalmente la speranza.

Ma vi sembra normale?

Ma ci sembriamo normali?

Ma vogliamo svegliarci e parlare da esseri civili, ogni tanto?

Silenzio, parla Agnesi, diceva la pubblicità. Agnese non ha parlato, se non con le sue lacrime che sono quelle, che dovrebbero essere quelle di tutti noi.

Ma stessimo zitti, ogni tanto, noi.

giovedì 9 giugno 2016

Dove nessuno andava a guardare

Pensa  un giorno in cui non ci sentiremo dire: ma non l'hai visto su Facebook, l'hanno visto tutti?

Piuttosto, potremo dire di nuovo: l'ho visto nei tuoi occhi. Dove nessuno andava a guardare.

venerdì 6 maggio 2016

Avere il tempo per fingere sempre

Avere il tempo per fingere di esserci, sempre, non significa la cosa più preziosa.

Esserci, sempre. Bruciare le distanze che mette la vita, oltre i propri limiti.

I propri, non quelli del social network di turno, che facilita chi ha il tempo di fingere di esserci sempre.

lunedì 25 aprile 2016

Il legame che non diventa social

Conosco virtualmente il mio amico da trent'anni. Abitava in un Paese vicino, pur provenendo da una terra lontana: era mio pen friend.

Voce selezionata dal mio liceo, per far pratica di francese. Per anni ci siamo scritti, poi persi in apparenza: lui si è trasferito più lontano. Facebook -  grazie a un suo gesto - ci ha fatti ritrovare.

Lui non sa uccidere nemmeno uno scorpione, io ci sto provando. Lui libera, io tento e piango spaventata.

Per giorni, per ogni istante, si è preso cura di una colomba. Io mi spazientisco un istante dopo aver pensato ciò che devo fare, ciò che mi attende.

Ma io, che cosa aspetto?

Il mio amico cerca la mia spalla, l'appoggio più insicuro del mondo. Io sorrido, di gioia, come ogni volta in cui un dono inaspettato si posa accanto a me.

Ci sono legami sfilacciati per permetterci di fingere qui. E legami che non diventano social. O forse il vero social c'era molto tempo fa e funzionava meglio.


giovedì 7 aprile 2016

Gli inviti social come i volantini

Nelle buche finiscono tutti questi volantini del nulla. In genere, abbracciano tutto ciò che ci lascia indifferenti e sono una seccatura aggiuntiva, una tappa ulteriore verso il locale pattumiera di turno.

E i social che ci propinano di così diverso? Ti vedi arrivare le richieste di like per le cose più disparate, ma pochi sono inviti ritagliati apposta per te, per i tuoi gusti, per affetto e altri nobili motivi.

Pochi ti aprono una porta con il sorriso. Più spesso, ti invitano coloro che ti hanno insultato fino a un secondo prima (e anche dopo). Coloro che ti hanno bellamente calpestato. Coloro che sanno che per i tuoi gusti o per affetto non vorresti mai essere coinvolta e avvisata con questa gelida notifica. Coloro che neanche bene sanno cosa, chi sei, a quanto pare. Se nella tua vita hai fondato l'associazione per la difesa dei puntini, come mai ti chiedono di mettere "mi piace" sulla caccia e distruzione dei puntini?

Gente che ti trattava come un funzionario o che ti ha sputato addosso le cose peggiori, ora ti invita a mettere like.

Tutti uguali, nell'indifferenza, nell'oblio. Come tanti volantini ficcati nella casella delle lettere.

Però, dai, è più comodo: non devi neanche avventurarti nel locale pattumiera.

venerdì 11 dicembre 2015

Perché taggare

Ma se io non esisto, fuori da questo calderone virtuale. Se non ti sei mai chiesto come io stia, e nemmeno l'hai domandato per fredda cortesia o dovere di cronaca.

Se non hai mezza idea di cosa io stia facendo, cosa mi renda felice, e cosa mi stia ferendo in modo indelebile.

se tutto questo e più, io mi chiedo.


Ti chiedo, perché mi vuoi taggare, in una conta che ci toglie il volto.


venerdì 18 settembre 2015

Non c'è più spazio per la tenerezza

Non c'è più spazio per la tenerezza, in questa terra social e asociale.

Troppi occupate a fare i fighi: quella tenerezza, meglio farla a pezzi, così non sarà più di nessuno.

mercoledì 29 luglio 2015

Notte e io so dove ci siamo conosciuti (no social creature)

Dove ci siamo conosciuti? Me lo ricordo bene. E se non lo rammento, forse non ci siamo conosciuti mai, non davvero. Perché domandarlo a te? Se te lo ricordi bene, altrimenti pazienza.

Non chiedermi di prendere, leggere, tagliare, incollare o esibire dichiarazione scritta sui social. Che sia un gioco, una pubblica esibizione, un test o un promemoria, non sono una creatura sociale, mi spiace.

Credo che la vita sia abbastanza semplice e per questo cerchiamo di complicarcela.


Notte e io so dove ci siamo conosciuti (se te lo ricordi bene, se no pazienza).