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martedì 11 dicembre 2018

I messaggi solo la sera (e la vita tutto il giorno)

Di recente mi sono trovata in balìa del destino per un piccolo problema e per una persona troppo occupata per svolgere (con me) il suo lavoro. Grazie al cielo un'altra mi ha soccorsa.

Una donna gentile, alla quale avevo scritto un whatsapp, per timore di irrompere con una chiamata.

Mentre mi aiuta, mi chiede scusa per il ritardo nella risposta, che a me risultava pure simpatico (adesso che il problema era risolto, va bene), visto che non sono un'affezionata di questo social, a partire dai gruppi se non strettamente e saggiamente operativi.

Poi lei mi confida: i messaggi, mi sono ripromessa di guardarli solo la sera.

Io ora lo osservo con pura ammirazione.

I messaggi, solo la sera. E la vita tutto il giorno.

martedì 23 gennaio 2018

Lo smartphone che unisce

Piombare su un treno e frugare alla ricerca del posto giusto. Eccolo. Presenze, zero. Ma questo è anche il meno, lo ammetto.

Quando ho raggiunto il posto ambìto, non faccio in tempo a sedermi che un'altra donna si fionda di fronte a me. Ci troviamo a compiere lo stesso gesto. Finché io ammetto.

- Mi sono seduta qui, perché c'è la presa. Devo ricaricare lo smartphone.

Lei ride: anch'io.

Difatti, eseguiamo. E penso: che bello, non è vero che il telefonino isola sempre. A volte innesca anche simpatiche conversazioni.

Solo che la nostra conversazione finisce lì. E quando lei scende, prima di me, neanche mi accorgo.

Lo smartphone che unisce. Per poco.

giovedì 16 novembre 2017

Come non addolorare un'amica (pessimi social times)

Torno alla mia università, per un'intervista. Mi smarrisco un po', perché si apre una porta del bar che non conoscevo: è quella degli insegnanti, immagino, e quasi mi rammarico, perché nel locale ero abituata poco a entrare, più portata a scegliere spazi  più lontani e quindi fragilmente trasgressivi.

Così piace vincere facile.

Mentre mi siedo, penso a un'amica. No, a un'Amica. Università, tempi cupi in cui dovevo correre avanti, perché già avevo in mente che cosa volevo fare. Vuoi vedere, che fu lì il grande inganno? Sarebbe stato piacevole, godersi l'università.

Il mio interlocutore mi rivolge complimenti: l'ho rilassato per il mio passo lento. E' che il ginocchio mi fa troppo  male, ammetto. Ancora lungo la via avevo pensato: scrivo alla mia Amica, che verrò qui ma solo un blitz. Non posso fermarmi oltre l'intervista, devo correre ancora pur a passo lento. Poi penso che la deluderò: le scriverò un'altra volta, quando potrò sostare e godere il suo sguardo, in cui mi specchiavo.

Mi siedo con l'intervistato e non mi guardo attorno. Dieci minuti dopo, una donna mi avvicina: che ci fai qui? Si allontana subito con il suo splendido sorriso, che non conosce tempo di corsa.

Eppure la mia Amica non si accontenta. Quando mi riconnetto con il mondo, mi accorgo che mi aveva mandato un whatsapp: c'è una foto mia e un messaggio "che ci fai nel bar dell'università?".

Vivo di corsa, Amica. E mi fermerò presto, prestissimo.

Anzi, quasi quasi grazie a te, mi sono già fermata già.

Come non addolorare un'amica (ovvero pessimi social times).

domenica 30 aprile 2017

Minuscoli giochi di potere

Sto per cancellare le amicizie inutili.

Via chi non la pensa come me.

Ora controllo chi non mi segue.

Ti distruggo io, con un rivoletto di veleno virtuale.


Minuscoli giochi di potere vanno in onda sui social network. Goffe simulazioni di guerra, per dimostrare che anche nel piccolo, persino nel virtuale la pace non interessa minimamente all'umanità. Se non per postare generiche dichiarazioni su Facebook, prima di graffiare con la solita cattiveria. Minuscoli giochi di potere, goffi tentativi di dimostrare di esistere senza esserne troppo certi.

sabato 15 aprile 2017

Da quando siamo diventati così sfacciatamente insopportabili

Al netto delle buone intenzioni e talvolta persino delle corrette azioni, sappiamo essere francamente insopportabili. E' che in passato forse  abbiamo avuto più remore o meno occasioni di mostrarlo: e una gran parte di questo nostro essere intollerabili veniva occultato.

Ora abbiamo tante di quelle passerelle (a partire dai social) che ci saliamo e ci sentiamo così esposti da rimuginare: adesso cosa indosso?  Alla fine ci mettiamo quello che viene più facile e magari vistoso, di sicuro non originale.

Ubriachi degli improvvisi riflettori sul nulla, nulla tolleriamo, bastoniamo su pubbliche bacheche i nostri nemici immaginari, lanciamo grandi aforismi di indiscussa verità masticando le nostre piccole menzogne quotidiane, critichiamo i grandi lontani per poi inchinarci se necessario al semibullo del quartiere. Sappiamo tutto, non rispettiamo niente, riversiamo i vizi, le abbuffate di cibo e di vanità, sui nostri profili social.

Insomma, non è che siamo solo insopportabili, il che sarebbe roba vecchia: ora lo siamo proprio sfacciatamente.

E da filosofa fallita, non mi pongo neanche più la domanda esistenziale: perché.

Solo la più umile e devastante: da quando? Sussurrando poi: fino a quando, a proposito?

giovedì 9 febbraio 2017

I ragazzi concentrati

Lei ha il volto appoggiato, come fuso sulla mano, e gli occhi che si stringono con dolce ostinazione. Lui immobile se non fosse per quel ricciolo tormentato di continuo da pollice e indice.

Nell'era dei silenzi fracassoni, degli smartphone protagonisti indiscussi, del soliloqui allo stesso tavolino, questi due ragazzi in un bar.

Che giocano su una scacchiera vecchia e gioiosa di raccontarlo.

mercoledì 8 febbraio 2017

Notte e senza accapigliarsi (si può persino vivere)

A quello che sembra diventato l'interrogativo più determinante dell'epoca (immediata) rispondo: no, non guardo il festival di Sanremo. Perché non ho tempo, perché mi affacciavo quando ce la facevo per scorgere eventuali ombre rock, perché boh.

Trovo più singolare che occorra accapigliarsi su questo come altri temi ameni. Che ci sentiamo in dovere di giustificare una scelta favorevole o negativa, anche per caso come la mia, per partecipare al grande (anzi piccino) gioco dei social.

Senza accapigliarsi, specialmente sulle cose lievi, si può persino vivere. Cioè si trova più tempo da concedere alla vita.

Notte e senza accapigliarsi (si può persino vivere).

domenica 20 novembre 2016

I poeti non si comportano come vogliamo noi

Lezioncine di vita sui vostri schermi, contro i poeti vanagloriosi che non ritirano i premi.

I poeti non si comportano come vogliamo noi. 

I poeti hanno una loro libertà, che a noi manca più di un premio Nobel. E quando hanno impegni da onorare e non corrono su una passerella per quanto gloriosa, io non penso né bene né male.

Penso che è bello fare ciò che si sente. E non ciò che vogliamo noi, che insegniamo per non imparare.

venerdì 18 novembre 2016

La democrazia di Facebook e l'amicizia

Forse ti illudevi di aver coltivano per anni amicizie speciali. Su Facebook però domina la democrazia. Quella che annulla ogni esperienza insieme, anche la più dolorosa o la più felice. Soprattutto se Facebook diventa più importante dell'amicizia.

Il tuo compleanno viene ricordato, se è pubblico. Eppure quanti ne avete festeggiati insieme, quando ancora non esisteva un computer o uno smartphone.

E si viene convocati, in mezzo a una folla, in questo esperimento di pseudodemocrazia. Tutti uguali, perché tutti hanno un nome, un cognome, una foto profilo.

Be', a me non piace essere convocata su Facebook. Mi piace persino il suono del telefono.

Se sono uguale a tutti, come tutti posso non esserci in questo pianeta virtuale, che annulla tutto ciò che ci ha uniti, se qualcuno decide che la vita sia tutta lì.

giovedì 17 novembre 2016

Veleni certi su tutti

Di certezze velenose è pieno il mondo, figurati quello dei social.

Il poeta che non va alla premiazione, non aspettano che questo per sputtanarlo.

E sorvolando sulle figure politiche, vedo scorrere rivoli, se non fiumi in piena di arsenico per tutti.

Vedo persino sconosciuti fotografati e messi alla berlina su Facebook perché smanettano invece di parlarsi (perché, noi cosa stiamo facendo?), perché vestono da schifo (mica tutti sono modelli come noi), un perché si trova sempre.

Quello che è irrintracciabile, è un dubbio, anche minuscolo. Un'attenuante anche solo intravista, uno straccio di domanda prima di scagliare una pietra.

E io quel dubbio me lo tengo stretto. 

Ho già troppo da giudicare me stessa. E perdonarmi. Nelle teste degli altri, non riesco a entrare.

martedì 8 novembre 2016

Notte oltre i like

Ci sentiamo così autorevoli a suon di like che possiamo pontificare sui massimi sistemi e sulle elezioni, meglio se oltre oceano.

Ci basta poco per sentirci importanti, ma oltre i like siamo poca cosa, se i like ci premono tanto. Basta che ci sentiamo a capo di un piccolo gregge, per sbranare come lupi.

Mentre dormire, se non altro, perché non lampeggiano strane illusioni sugli smartphone delle coscienze.

Notte oltre i like.

mercoledì 2 novembre 2016

Quelli che sai già

Sui social c'è solo il volume più alto, ma non sono tanto distanti da un tavolino di bar o un telefono.

Ci sono persone che se commentano anche un post pacifico, posso già prevedere la natura dei loro messaggi. Astiosi, che dividono, che proclamano la superiorità di qualcuno (tendenzialmente la propria).

Anche per questo trattengo sempre di più le dita e prima porto a fare un giro la mente. Non voglio essere così. Basta il nome e già il veleno è servito. 

Adoro quelli che mi sorprendono, che ascolti con ansia gioiosa per apprendere ciò che pensano e che in genere dicono qualcosa di terribilmente nuovo. Che ti mettono in discussione, quando a te non riesce proprio bene.

Voglio diventare così.

venerdì 14 ottobre 2016

I Nobel e quello che resta

Ho un'opinione sul Nobel a Bob Dylan? Sì, basta frugare in qualche cassetto o magari prendere la magnifica pagina che scrisse in tempi non sospetti Giuseppe Battarino su "La Provincia", con una mia zampata guastafeste di stampo bonjoviano.

Ho un'opinione su Dario Fo? Sì, anche se non l'ho mai "cassettato", anzi questo già dice qualcosa.

Oggi dico solo riposa in pace Dario, e saluta Franca.

Per il resto, tre quarti di ciò che leggo oggi sui Social a proposito della dipartita di Fo e del premio a Dylan mi propina la consueta dose d'amarezza.

Ciascuno ha diritto alla propria opinione, ma i toni aiutano a fare la differenza. 

Del resto, con tutto quello che abbiamo fatto per l'umanità dalla tastiera, abbiamo  diritto a insultare e/o mancare di rispetto a chi ha scritto o fatto qualcosina nella sua vita e magari - che ci piaccia o no - per gli altri.

I Nobel vengono (assegnati) e vanno.

Resta la nostra inadeguatezza, che ha trovato un ottimo amplificatore. La nostra frustrazione e incapacità di essere civili.

giovedì 29 settembre 2016

Gianni Morandi e le cose serie

Anch'io mi diletto talvolta a cercare rifugio tra i post di Gianni Morandi. E non perché io sia una una sua fan scatenata, anche se mi fido che ascoltasse i Beatles e i Rolling Stones.

I suoi post mi offrono una ragionevole tregua, mi ricordano che è possibile anche essere così: spontanei e disarmanti. Persino nei social.

Ammetto però che mai mi ero spinta oltre i suoi messaggi: invece, i suoi commenti sono anche meglio.

Certo, a volte dà troppa retta alle critiche, che si dovrebbero ignorare per smorzarle. Ma Gianni è umano.

E le sue risposte iniziano con tale garbo, da noi dimenticato: caro… cara. Quasi come una lettera di uno o due secoli fa.

Poi Gianni ha la lezione in tasca, rispetto a tutte le polemiche di chi vive solo sulla tastiera.

Le cose serie sono altre. Gianni mica lo grida, lo sussurra in un commento, ringraziando e salutando. Che sono poi - queste ultime - tra le cose più serie che esistono.

martedì 27 settembre 2016

Massimi sistemi, minimo sforzo

Parlare dei massimi sistemi, affermarli con la certezza dei luoghi comuni e la tristezza di pregiudizi che hanno avvelenato i secoli, sbandierare nemici accreditati dall'odio.

Tutto per non compiere il minimo sforzo di lavorare su di noi e indossare uno sguardo capace di vedere l'umanità ferita in ciascuno.


giovedì 15 settembre 2016

L'amico che sa telefonare

In questo ticchettio da tastiera, meglio se con pubblico (poco) pagante, non oso disturbare un amico. Tante chiamate vengono ignorate, quando non sono di lavoro o di favori, e non sempre perché scarseggi il tempo: è già tanto se ti "rimborsano" con un messaggio dopo qualche ora o giorno. Meglio ancora se su Facebook.

Ma il mio amico è diverso, lo so. E' solo che è molto impegnato, a rendere migliore il mondo secondo me. Perché realizza cose bellissime e ha pure il tempo di amare.

Così gli scrivo un timido messaggio.

- Ma tu, pensi che io possa farcela.

Il mio amico è troppo impegnato per essere disturbato. E pochi dopo minuti mi chiama. Neanche saluta, perché deve affidarmi il messaggio più importante.

- SICURAMENTE ce la farai.

L'amico che sa telefonare, che non conosce i like, i commentini su misura in pubblico o le altre cazzate della modernità social, è quello che resta al mio fianco. Quello che non merito. Un grande dono, in un mondo avido.

Big Ben ha detto stop (a cosa)

Sì, ho continuato a convincermi che bisognava essere civili. A ignorare e non credere troppo a se stessi.

Ma adesso mi sono persuasa di un'altra cosa. Che bisogna dire stop, come Big Ben, a ciò che senti come dolorosamente ingiusto, verso di te o verso gli altri: come se ci fosse poi una differenza.

La vita è altro che qualche like o recite, ma a volte può passare da lì.

Allora sognatelo il mio like da quattro soldi, ad esempio, o un applauso anche quando parlate di amenità.

- Quando sparlate e poi indossate l'aria di santità in pubblico.

- Quando scrivete che c'è uno Stato che non dovrebbe esistere: e si chiama casualmente Israele.

- Quando inneggiate agli artefici di uno sterminio, non importa quanto lontano nel tempo o conficcati nella nostra epoca.

- Quando seminate con gioiosa abbondanza commenti di odio o scherzate chi reputate diverso, in mille modi.

Non mi metto a fare rissa con voi, ma sono lontana e felice a costruire qualcosa di differente.

Big Ben ha detto stop. Malu, è già distante.

domenica 4 settembre 2016

Il dolore con la verità in tasca

Giudichiamo spesso i dolori e le scelte che li legano, come se li avessimo provati tutti.

Se una persona rifiuta una cura, se rifiuta la vita, se fa una scelta per chi ama, una marea di se di fronte al quale opponiamo il nostro ma.

Il dolore (altrui) con la (nostra) verità in tasca. Tutto il tempo che buttiamo a bollare le scelte dolorose degli altri e a decretarne la (in)giustizia, potrebbe essere impiegato a lenirne la sofferenza. O magari a vivere, noi.

Gettiamo invece il silenzio alle ortiche, chiudiamo fuori la compassione e via con quel suono insidioso, meno violento e più subdolo del ticchettio delle vecchie macchine da scrivere.

Le nostre dita si avventano feroci sullo smartphone e stanno già dilaniando qualcuno.

Il dolore con la verità in tasca, procura ancora più male.

martedì 23 agosto 2016

Quasi meglio una cartolina

Vecchia abbastanza da pensare che fosse quasi meglio una cartolina. Perché viaggiava, si faceva desiderare e portava le tue emozioni, con le immagini di un altro.

Forse sembra troppo standardizzata al mondo attuale, ma oggi mi pare più pudore. E poi, non è forse standardizzato sparare foto per tutti sui social, con se stessi talvolta più importanti dei luoghi che stanno provando a darci qualcosa?

Quasi meglio una cartolina di tutto questo esibirsi, senza vivere davvero, troppo spesso.

giovedì 7 luglio 2016

Oltre a chiedere un favore

Coltivo vecchi sogni maldestri nell'asociale social world.

Che quando compaiono all'improvviso a chiederti favori, ti chiedano come stai.