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martedì 22 agosto 2017

Notte e c'è sempre un ragazzino coraggioso su un'isola

Oggi c'era una luce fissa dentro di me, una di quelle che mi gridava: ma sì, vada storto anche quello e quello, l'importante è che sia salvo Ciro.

Ciro, ragazzino coraggioso, sull'isola che ho sempre amato di più al mondo. Ciro e i suoi fratelli, una squadra di amore.

Torno indietro di tanti, tanti anni a Ischia, quando un fratello coraggioso mi raccontò una storia lieve, vestita del pudore della notte: riguardava il più piccolo della famiglia e il padre, che troppo presto se n'era andato. Il più piccolo, era un ragazzino gentile e costretto a essere adulto prima del tempo, senza perdere la sua grazia.

Si chiamava Ciro. Scrissi un racconto, che resta ancora in un cassetto, e da allora ho pensato, oggi di più.

C'è sempre un ragazzino coraggioso, su un'isola. E bisogna affidarsi a lui, per tornare a sorridere.

Notte e c'è sempre un ragazzino coraggioso su un'isola.

domenica 22 gennaio 2017

Nel frattempo, gli alpini

Consulto nervosamente il meteo pensando alla minaccia della neve per i miei almeno cento chilometri quotidiani. Poi guardo i muri bianchi che si abbattono su chi già è ferito dal terremoto e sento tutta la mia ignavia.

Non è finita. Che cosa faccio per questi miei fratelli? Per le creature tutte che laggiù stanno pagando un prezzo troppo alto? Smanetto su Facebook? Faccio proclami impalpabili? Dico una preghiera mentre mi addormento, una preghiera che lascio a metà come troppi miei propositi? O mi decido a fare qualcosa, fino in fondo?

I miei alpini sono già arrivati, nel frattempo. Franco Montalto gira le foto per documentare. Per mostrare che c'è qualcosa più forte della neve, del silenzio che schiaccia, della paura. E' un coraggio taciturno, che sfreccerebbe via senza farsi notare se qualche voce non lo raccoglie. E anche qui, non per celebrarlo - quello è capace di scappare, schivo com'è - bensì per raccontare cosa si può fare. Cosa accade, più forte di ciò che lasciamo accadere.

I miei alpini, tra gli angeli più deliziosamente testardi della mia città, mentre parliamo sono già là. Castellalto, ma quanti altri nomi ci possono essere: un unico grande volto da accarezzare. Don Gnocchi lassù, fiero di loro. Noi quaggiù qualcosa dobbiamo fare accanto a loro, oltre a perderci nel sentiero delle parole.


giovedì 19 gennaio 2017

Notte e vogliamo interpretare la terra

Accidenti a me, mentre accendo la televisione già mi sto rimproverando. Come se ascoltare dibattiti in tv, aiutasse a soffocare il dolore di quanto accade nel mio Paese scosso dal terremoto e dalla neve.

Come no. Ascolto interminabili esperti e qualche aspirante tale, interpretare la terra. La creatura più imponderabile, facilmente accusata di malignità, forse perché non conosciamo quella più terribile e imprevedibile: l'uomo.

Notte e vogliamo interpretare la terra.

mercoledì 18 gennaio 2017

Notte e palazzi così illuminati

Palazzi così illuminati per contrastare invano la notte nella città e (non così) lontano case senza un barlume, scosse dalla paura.

E noi tutti a gridare: fate qualcosa per chi ancora è stato colpito dal terremoto.

Facciamo, lo dicono in pochi: le mani solo aggrappate allo smartphone. 

Notte e palazzi così illuminati ma (non così lontano) il buio. 

domenica 30 ottobre 2016

Notte e non siamo più fragili

Tremano le poche certezze, vuoi che non siamo più fragili? Eppure possiamo dare una risposta differente, se invece di guardare alle nostre paure ci rivolgiamo a quelli al nostro fianco, magari più spaventati di noi.


Non siamo più fragili, siamo migliori.

Notte e non siamo più fragili.

Dialoghi reali - I santi non pensano (ai loro posti)?

Di fronte al crollo e al dolore, sento il tuo grido di rabbia, impastato in parole bambine.

- ma i santi non pensano ai loro posti?

Hai dato voce alla sofferenza incredula di ciascuno. E dentro lo gridi più forte, così le parole si sciolgono, con il punto interrogativo.


I santi pensano ai loro posti. Me lo dice, soffocata, quella stessa tua voce bambina.

giovedì 25 agosto 2016

I've had enough - canzone per la notte (e grazie Kiss)

Ne ho abbastanza. Lo puoi gridare, quando passi nel fuoco. Quando incontri bugiardi che si truccano gli occhi con la verità, quando dai di più di ciò che hai e senti che tutto vola via.

Ma "ne ho abbastanza" va oltre le parole. È trovare la forza di dire: be', ora non mi ferma più nulla. Agire e sapere che ce la farai nel modo più sincero: in qualche modo.

Di questa canzone adoro anche il secondo ritornello, il suo viaggio dall'amarezza alla grinta. E stasera mi ispira particolare gratitudine e un paio di pensieri.

Mi commuove, e mi rende ancora più felice di aver amato i Kiss fin da ragazzina, constatare come Paul Stanley sia stato tra i primi a preoccuparsi delle vittime e della bellezza ferita a causa del terremoto. Dal pragmatico Gene Simmons analoga solidarietà e una lista di cose da fare per aiutare i terremotati: ok le preghiere, ma servono le azioni, ha raccomandato.

Oggi è anche il compleanno di Gene, spesso nel mirino perché parla troppo (e a volte è vero) e dice ciò che pensa fregandosene delle correnti di pensiero dilaganti (deliziosamente vero).

Grazie ragazzi. E adesso questa è l'ora, tutti insieme.



Wishin' and hopin' won't get you nothin'
Prayin' and schemin', no time for dreamin'
I've got the power, this is the hour now
Wishin' and hopin' won't get you nothin'
Prayin' and schemin', no time for dreamin'
I've got the power, this is the hour now




I've had enough, Kiss, canzone per la notte.

mercoledì 24 agosto 2016

Notte e fa male

Non si sono offuscate le luci. Purtroppo nemmeno le parole, o le immagini. Tutto si intreccia in un dialogo senza senso.

Invidio quasi chi riesce a dissertare, dibattere, polemizzare o far finta niente dopo una tragedia come un terremoto.

So solo che fa male. Tanto più quando si riaffaccia la notte.

Notte e fa male.


martedì 19 aprile 2016

Cosa sapevo, cosa so dell'Ecuador

Dell'Ecuador non sapevo nulla, poi ho appreso qualcosa, briciole da Expo e un mare di emozioni da una mamma innamorata.

Dell'Ecuador so che soffre, come il Giappone. Chissà perché entrambi mi sono parsi Paesi cortesi, e tormentati oggi dalla nostra indifferenza.

Dell'Ecuador so che ha tremato. Di noi che non ci scuotiamo mai.

http://neicassettidimalu.blogspot.it/2015/09/marocco-ed-ecuador-e-son-viva.html

sabato 16 aprile 2016

Notte e chiedo perdono al Giappone

Si chiude la giornata, con una nota di amarezza. Ho cercato notizie del Giappone e del dolore che l'ha nuovamente colpito a causa del terremoto, tra i siti nazionali, ma ho fatto molta fatica a capire cosa fosse successo, spesso in fondo ad altri lanci della cui importanza stento a rendermi conto.

Non c'era stato lo tsunami, mancava la drammaticità? Tutto diventava meno interessante?

Ma non sto parlando di qualcosa di interessante. Sto parlando di empatia. Di preoccupazione per i feriti, gli intrappolati, di lutto per le vittime, della volontà di sapere per una preghiera.

Troppo gentile, il Giappone, troppo distante. Poco incline a urlare il proprio dolore, poco vicino.

Avrei voluto sapere di più, senza dover scavare tra le notizie, per mandare le mie piccole energie a questo popolo. Ma non posso fare altro che fermarmi, piangere e chiedere perdono al Giappone.

Notte e chiedo perdono al Giappone.

mercoledì 6 maggio 2015

Notte in questo giorno bastardo

Ci sono giorni bastardi più bastardi degli altri. Penso ai dolori, dannatamente leali e inflitti gratuitamente, finché arrivo a fotografare questa data.

Sei maggio. Perché maggio, il mese della preghiera che fiorisce contro ogni ostacolo, si immerge così nella sofferenza? Il cinque, avrei pianto per Bobby Sands ed era solo l'inizio. Ma anni prima… Ve l'ho già raccontato, eppure - peggio del vecchio marinaio - non riesco a tacere.

Mamma è via, questa sera, in una seria riunione, e io sto vedendo un film. Ho sette anni e va tutto bene, se non ci fosse quel tintinnio di vetri, sopra le righe. Papà è al telefono e ne è infastidito: si gira pensando che io stia giocando con la finestra e sta per sgridarmi.

Gli basta un attimo, per capire che non è così. E' il lampadario che sta danzando senza gioia.

Papà abbandona il telefono  e mi afferra. Siamo costretti a scendere sull'ascensore, e ogni istante sembra lungo nei suoi occhi, così anche nei miei.

Fuori, si è riversata la via. Può accadere di tutto, ora che ci dichiariamo al sicuro. Si può sbriciolare il grattacielo o si può aprire la strada.

Altrove, il dolore è già insopportabile. Altrove? E' il Friuli,  è qui. E quando torna la mamma, non la lascerò andare via più. E quando, due mesi dopo, vedrò danzare un lampadario, correrò dal nonno immobilizzato a letto, tra le lacrime. Finché la sua voce buona e un po' stanca mi calmerà: bambina, è la corrente d'aria.

E anni dopo, il mio primo direttore e specchio di padre mi racconterà di quando lui c'era, in Friuli, a scrivere di quanto non si poteva sopportare.

Ci sono giorni bastardi, e altri più ancora.

Notte, in questo giorno bastardo.