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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

domenica 30 aprile 2017

Vale la pena aspettare

Vale la pena aspettare il tuo fiore, il suo mostrarsi dopo tanta timidezza, il suo tendersi verso il lago senza invadenza.
E dopo il suo rapido impallidire e cadere, come il soffio frettoloso su una candelina, mi metto ad aspettare ancora. Che sia un anno o una vita.

Notte e su coraggio (Bigazzi style)

Con tutta la serietà del caso, ma mentre chiudo mese, cassetti e cd sono garbatamente sfiorata da un pensiero.

Che la mia generazione sarà in gran parte (l'ho scientificamente provato, quindi in modo fallibile, lasciatemi fare la filosofa ) tentata da rispondere ogni volta che sente:

Primo Maggio.

Su coraggio.

E questo per la canzone dal titolo più semplice e meno scontato del mondo, Ti amo. Dal duo Tozzi-Bigazzi. E siccome io sarò sempre una bigazziana sfegatata, questa sera mi va di dedicare un sorriso a Giancarlo, al suo essere sempre avanti senza mai volersi far notare.

Notte, buon primo maggio. E su coraggio. (Bigazzi style).

I volti dentro una laurea

Venticinque anni. Uno sguardo casuale sulla tesi, una domanda che mi piomba addosso e focalizzo la data della mia laurea: aprile 1992. Avevo 23 anni e terminavo un pezzo di vita, mentre già ne avevo aperto altri, un po' forsennatamente insieme.  Sta terminando questo mese, con il suo silenzioso anniversario, e mi fermo a ricordare.

Che strano: rivivo quel giorno, papà e mamma che mi portano a Milano, ma restano fuori a causa della mia agitazione e un po' anche della loro. Entra il mio caro amico Beppe, unico ammesso. Pochi frammenti, poi l'abbraccio ai miei e mentre brindiamo, ho già un sacco di cose da fare, mi assicuro.

Sì, quel giorno è importante, eppure quasi vola nella mia memoria, perché inciampo nella sera prima. Dovrei essere a casa a ripassare o a riposare, ma mi fermo fino a tardi nell'aula del municipio dove scorrono i risultati elettorali. Da una parte è febbre giornalistica, sì. Quello è un periodo in cui potrebbe cambiare tutto, con le avvisaglie e poi  la bufera di Tangentopoli, oppure niente.

Ma contano di più le persone degli anni, delle stagioni, delle fragili previsioni. Nelle ore in cui mi laureo, Marco Sartori viene eletto deputato e i suoi occhi brillano di gioia, forse con una scintilla di incredulità. Io ho 23 anni, lui che è come un fratello il mese dopo ne compierà 29. Sembra tutto così strano e travolgente, un nuovo inizio per ciascuno di noi.

Oggi non riesco a non pensare che ho 48 anni, l'età in cui lui ci ha lasciato. Con il tempo che prima l'ha portato via, poi gli ha reso omaggi da galantuomo, lo so: vorrei far credere a me stessa che così procura meno dolore, ma un corno.

Risento la sua voce e un'altra quella sera, che pur direttamente non ho ascoltato. I cellulari sono ancora un miraggio e vengo richiesta in non so quale ufficio del Comune, perché c'è una telefonata dalla redazione, allora guidata dal mio maestro gentiluomo Gianni Fusetti. Mi avvisano che ha chiamato il direttore, Mino Durand, ed è furibondo con me.

Motivo dell'ira: "Ma Marilena dov'è?! In Comune per i risultati elettorali? Disgraziata, mandatela subito a casa che domani mattina presto si laurea!".

Sono cresciuta abbastanza da non lasciarmi afferrare dal magone, bensì dalla gratitudine. Persino dall'orgoglio.

Ho conosciuto persone meravigliose, alcune mi hanno voluto un mondo di bene. Ho vissuto tempi in cui si poteva stare umani. In cui ci si preoccupava degli altri, anche quando si rideva. In cui non c'erano cellulari per raggiungerti in ogni istante, ma si sapeva come farti arrivare il messaggio più importante.

E di quei tempi, sarà rimasto pure qualcosa, lo sento mentre chiudo la mia tesi nel suo cassetto.

Con Marco che ride e parte per Roma, deciso a fare seriamente. Con papà che sopporta che quella disgraziata di sua figlia sia fuori fino a notte fonda invece di ripassare o studiare per il momento per cui ha tanto sudato, il momento che forse lui aspetta più di lei. E con Durand che se non chiudo questo cassetto ora, per precauzione mi sgrida ancora.

Metamorfosi (fedele a se stesso)

Si può cambiare così rapidamente, restando sempre se stessi. La metamorfosi del rododendro, affamato di vita grazie alla primavera eppure  da chissà quante stagioni di emozioni prima. Un fiore che sembra goffo e interessante a modo suo già mentre offre un esordio di colori, poi come un cigno lascia alle spalle i primi tentativi.

Metamorfosi di cui pochi si accorgono, ma molto più difficile forse è cogliere quanto tu sia rimasto uguale, fedele a te stesso e persino a chi ti ha voluto, cambiando.





Minuscoli giochi di potere

Sto per cancellare le amicizie inutili.

Via chi non la pensa come me.

Ora controllo chi non mi segue.

Ti distruggo io, con un rivoletto di veleno virtuale.


Minuscoli giochi di potere vanno in onda sui social network. Goffe simulazioni di guerra, per dimostrare che anche nel piccolo, persino nel virtuale la pace non interessa minimamente all'umanità. Se non per postare generiche dichiarazioni su Facebook, prima di graffiare con la solita cattiveria. Minuscoli giochi di potere, goffi tentativi di dimostrare di esistere senza esserne troppo certi.

sabato 29 aprile 2017

Notte e non bisognerebbe spiegare le canzoni

Alla radio una voce premurosa mi racconta come sia nata una delle mie canzoni predilette. Viene facile sentire una fitta al cuore, quell'onda di emozioni diventa rapidamente palude dove ristagnano le umane, troppo umane motivazioni per scrivere quelle parole.

Che cambiano di netto sapore, come le stesse note fuggono alla rinfusa. Ecco perché si affaccia questo pensiero: non bisognerebbe spiegare le canzoni.

Non bisognerebbe stringere di razionalità i sogni.

Non bisognerebbe motivare - se non compiere - molti degli atti ragionevoli da noi eseguiti.

Notte e non bisognerebbe spiegare le canzoni.

Cambio storia

Ogni tanto qualcuno mi racconta ciò che devo fare. E io cambio storia.

La penna, il tablet, un mozzicone di matita: non fanno differenza. Scolpisco la trama su una pietra che ho trovato ed è un lavoro stupendo, tutto mio.