lunedì 30 novembre 2020

Al primo sguardo

Correva l'anno 2019: dodici mesi esatti, e un mondo fa. In un anno già movimentato, decisi che sarei andata in giornata ad Assisi. Strada mai fatta e dopo una vita di pendolare avevo maturato una certa avversione a stare al volante.

Eppure in 17 ore andata e ritorno: dentro il viaggio con ogni luce e condizione meteo, la certezza che sarebbe cambiato qualcosa, prima o poi.

Ma non è andata così: è cambiato al primo sguardo. Mi ricordo quando sgusciando fuori dalla nebbia, mi trovai immersa nella luce che abbracciava Assisi. Dovetti fermarmi a guardarla e a recuperare il fiato.

Al primo sguardo si può cambiare, infilare nella valigia fede e libertà.

E poi ripartire, verso di sé.

Possiamo rialzarci

Sant'Andrea quest'anno mi rimanda più che mai alle emozioni della terra che inspiegabilmente sento come mia. Dentro la testa, risuona "Flower of Scotland", plasmata da un fiero musicista di strada il giorno del referendum dell'indipendenza.

Oggi più che mai Sant'Andrea mi ricorda che ogni tanto qualcuno viene a fare l'arrogante nella tua terra, o meglo nella terra che ti ospita. Ti credeva fragile, pensava fosse una formalità, e tu l'hai rispedito a casa sua a pensarci su.

Se l'hai fatto una volta, due, quante altre ancora, hai acquisito questa energica consapevolezza: possiamo rialzarci, ancora. E lo stai già facendo, avanti rispedisci a casa sua l'armata arrogante. Avrà molto a cui pensare.

 

domenica 29 novembre 2020

Cresco di curiosità

 Per quasi cinquant'anni, mi sono fermata all'ultimo piano conclamato. Quello in cui abitano persone e sogni.  In queste ore, sono salita puntuale fino a quell'ultimo piano, poi ho guardato la cagnolina che spingeva il muso su, verso l'altra rampa.

Lassù che cosa c'era? Detto in modo realisticamente banale, la porta a cui accedono i tecnici dell'ascensore, ma io per la prima volta l'ho vista in un altro modo: un ulteriore luogo da esplorare. Gradini in più, il fiato corto e felice di aver superato un livello, una sazietà.

Siamo arrivate su, come se avessimo scoperto l'America. E forse un po' è stato così.

Perché cresco di curiosità.

venerdì 27 novembre 2020

Insolita e leggera come la nebbia

La nebbia così leggera, non l’avevo mai intuita. Due merli che si muovono dentro, come due pupille, dandole l’autorevolezza di uno sguardo che sa scavare  nei tempi e nei pensieri. 

La nebbia data per scontata, impalpabile e vera, era sparita e solo allora abbiamo capito quanto fosse importante per noi. Insolita, riappare ed è come se fosse tornata a casa.

Leggera e insolita come la nebbia, mi sento, indifferente alla pesantezza di chi pensa di poter schiacciare gli altri. La nebbia, non si può schiacciare: se n’è già andata, verso casa.

giovedì 26 novembre 2020

Lo sguardo bambino di Maradona

Lo sguardo bambino di Maradona, me l’ero dimenticata crescendo. E non sono stata più bambina io.

Quando se n’è andato, stavo pensando al futuro e non ho capito bene cosa stesse accadendo. È bastato il film su Rai3 a riportarmi un sorriso liberatorio, uno sguardo che mi riportava a un tempo troppo lontano. 

Ogni domenica è una rivincita.

Ero troppo brasiliana, Pelè il mio idolo indiscusso e il Brasile che mi scorreva nelle vene di romanista senza accorgermi che i miei eroi erano già qui. Eppure i campionati mondiali dell’82 mai si disputarono, fu la mia decisione dopo che il Brasile uscì di scena ed è troppo tardi per vergognarmene. Una ragazzina distratta da troppi sentimenti, ma poi si accorse di quanto stava accadendo a Napoli. È quando il calcio ti dice che anche nella vita ogni domenica, ogni giorno è una rivincita. 

Ti hanno detto che rimarrai sempre sempre schiacciato dai potenti, che successo non avrai mai. Perché cosa sia il successo, lo hanno decretato loro.

Sento che la gente mi vuole bene.

Poi le loro convinzioni non ti toccano più. Perché sai per chi stai giocando. Quello stadio zeppo di volti e sogni, oggi sembra un lampo conficcato nella preistoria.

Me lo dice lo sguardo bambino di Maradona, che mi fa ritrovare il mio. Ti stanno gridando cose che anche se qualcosa di profondo dentro di te, conosci. E sai cosa rispondere.

Tanto, io gli faccio gol lo stesso.

Lo sguardo bambino di Maradona,  Solo i mediocri condannano senza appello le fragilità dei geni. (cit. Luca Di Bartolomei). Lo sguardo bambino suo, e io che mi ci ritrovo.

Grazie Diego, tanti anni dopo di sonno dopo.

Scusate, mi viene da piangere. (Argentina-Inghilterra 1986)


martedì 24 novembre 2020

Quello che ti diranno (la paura è loro)

Sono cresciuta tanto timida quanto spavalda, i miei primi regali tangibili furono una chitarrina elettrica e un’automobilina con cui sfrecciare sul terrazzo. Con la prima urlai versioni strillate di “Pensiero” che mio padre registrò orgogliosamente. Fu lui ad affidarmi un altro pilastro di vita come primo disco: “Io vagabondo”.

Ci ha provato, a dirmi: tu sei donna, meglio che fai così e così. Ma quando la situazione gli è sfuggita di mano, non ha fatto molto per riprendersela. Aveva, anche in famiglia, la consapevolezza di donne rocciose di cui mi ha parlato molto più insistentemente delle altre figure.

Sono cresciuta così, con un'incoscienza preziosa. Solo più tardi mi sono scontrata con onde sempre più alte, alimentate da tanti uomini (e anche qualche donna), resi testardi da un solido alleato.

Ho imparato qualcosa, anche a livello linguistico, perché le parole sono preludio delle azioni o meglio azioni stesse. Lo ripercorro e sento addosso a me quello che è accaduto anche a tante altre.

Tu sarai coraggiosa: ti diranno che sei isterica.

Se tu ti emozioni, ti diranno che sei fragile.

Quando ti affideranno un compito inaspettatamente, ti potranno dire: perché serve la sensibilità di una donna.

Te ne diranno tante e arriveranno a fartene di più. Qualcuno arriverà ad alzare le mani e cercherà incredibilmente di farti  sentire in colpa. Se non chinerai il capo, potrà sforzarsi di farti terra bruciata attorno e peggio ancora. E il male che potranno procurarti, sarà immenso. Sempre per la loro solida alleata.

La paura. Ti faranno che diranno tutto questo perché hanno paura: la sentono massicciamente e si mascherano da supereroi, si acconciano da duri, pensano che tutto questo sia da "uomini". Ma non sono uomini, no davvero. Sono dei fifoni, incapaci di esistere se non schiacciando gli altri.
 
L'importante è non sentirla noi, la paura (o meglio sconfiggerla, perché non ce ne vergogniamo) fin da quando iniziano le parole. 

Quello che ci diranno, faranno, possiamo combatterlo, sempre. Non sempre fermarli, è vero, ma non diventare come loro, sì. 

lunedì 23 novembre 2020

Quell’impossibile del Natale


 Avvolta di luci e colori, ma soprattutto stupore, mi osservo. Me ne intendo dell’impossibilità del Natale. Ho perso mio padre un mese prima delle feste e l’aria fu risucchiata via assieme a tutto ciò che conteneva. 

Abbozzai solo un presepe, perché strinsi un patto: l’avrei fatto se altrettanto avesse deciso una donna straordinaria, che aveva perso la figlia e da allora si era fermata.

Quell’impossibile del Natale, nei cuori feriti, prova a unirli più del dolore.

Impossibile quest’anno in cui le certezze umane sí sono ridotte a brandelli: noi eravamo invincibili, tutto era possibile con le nostre forze e si è sgretolato.

Io proprio per questo, afferro una coperta calda di luci e colori, che non copre le mie debolezze, né il mio vuoto. Ma mi ricorda che l’origine del Natale è qualcosa di impossibile, così minuscolo da battere il gelo e il buio, e per questo io ci credo.


domenica 22 novembre 2020

Solo un filo di trucco

 

Basta un filo di trucco per uscire allo scoperto, anche con se stessi.

Una linea di ombra su un pensiero, una pennellata di luce sull’altra, il pallore cupo della notte che si ravviva.

Solo un filo di trucco per tracciare ciò che sarà di te, senza montarsi la testa, senza farsi cancellare da maschere e illusioni.

Un filo di trucco e finalmente sei tu, sulle punte a danzare con l’alba.

sabato 21 novembre 2020

Il dolore immobile

Sei sempre tu, l’unico che ha intercettato il mio dolore tempo fa lungo la strada semivuota. Sister, tutto bene, non ti vedevo più. Tu che vieni da un Paese lontano, che ogni giorno affronti viaggi più brevi e incerti.

Ma ora sei diverso. Sei immobile, appoggiato al palo senza indolenza. È il dolore che ti tiene lì, mentre dalla chiesa cerca di riversarsi con ordine il flusso degli amici di un uomo speciale. 

Quell’uomo per tanti anni ha accolto anche te, nel suo negozio. Ti vedo che fai tappa tra le vetrine, chiedi, racconti, cerchi di vivere.

Come manifestare il tuo dolore, se non così: immobile.

Ma poi mi ricordo l’unica altra volta in cui ti vidi così. Immobile, appoggiato a una parete, persino le lacrime impietrite negli occhi: quando morì la moglie di quest’uomo, anni fa.

Tu che ti sposti sempre con una regolarità stupefacente, che abbracci un quartiere con le tue parole e il tuo sguardo, perché ne fai parte, anche se vieni da lontano. Soprattutto perché vieni da lontano.

Il tuo dolore immobile mi ha scavato dentro più di tutto. Ancora di più, quando una donna si accosta a te e ti raccomanda: stai attento.

Io non riesco più a guardarti e ti saluto alle tue spalle. Mentre mi allontano, mi accompagna la tua parola: sister. Tu non ti muovi, non ancora.

giovedì 19 novembre 2020

Poveri sotto la luce


Una manciata di istanti di pura luce, ora anni luce distanti mi sembrano. Noi che corriamo al cospetto dell’Albero illuminato. No, non è un trono, è il luogo caldo e accogliente che ci era mancato in questi mesi, è il tepore di una promessa. 


Poi, a pochi metri ci attendevano  sguardi sofferenti, la scoperta che quel viale, in realtà, era già diventato buio, perché qualcuno che vi apparteneva in modo indissolubile se n’era andato.

 

Questa mattina ci è parso stupefacente che l’albero fosse ancora illuminato. Perché noi siamo poveri, sotto la luce, ma lei resiste, tenue o abbagliante ci accompagna anche nel tratto più oscuro.

 

Le lacrime, dopo tutto

La corsa, fitta di parole, di immagini e di gesti, è finita. Chiudo fuori tutto, ma qualcosa si incastra sulla soglia della porta dell'anima e l'unica è fingere di non vederlo.

Finché nei primi morsi della sera accompagno fuori la cagnolina e scorgo un muto compagno di passeggiate a sei zampe. Stasera devo chiedergli come va e lui annuendo mi restituisce la domanda. Mi sento mentre gli dichiaro: sono stufa.

Così lui replica: «Già, non passa più».

Una fotografia realistica, vagamente impietosa come questa sera gelida da copione, non riesce a volare lontano da noi; così il mio sguardo corre oltre la strada e lambisce il viale, dove so che lui abita. 


- Sì.

Non c'è più niente da dire, non c'è da correre più, non c'è un'altra immagine che si infila dentro a mascherare il vuoto del viale, dove il Peppino, non lo incontrerai più. Sto già rientrando a casa, perché ci sono le lacrime, dopo tutto. 

Perché prima, in qualche modo le hai soffocate, sei riuscita persino ad ascoltare sfoghi sul nulla da interlocutori che senti già molto distanti; devi aver mangiato, hai scrupolosamente (o così ti sembra, se non speri) svolto il tuo compito e adesso sei qui.

Con le lacrime, dopo tutto, che dovevano venire prima e ora che ti hanno raggiunto dopo questa corsa vana, ti fanno compagnia.

martedì 17 novembre 2020

Ed è tutto chiaro

Tutto confuso, persino sotto questo cielo blu che grida la vita. Ma poi compari tu, albero che prometti di tornare a casa dopo Natale, adesso resti accanto a noi per non lasciarci in preda a quest'angoscia, dura da dissimulare.
Stiamo camminando sul viale, nel nostro ristretto confine, quando appari ed è tutto chiaro. Non c'è nemmeno bisogno di spiegare la gioia, la afferri e la accarezzi, così felice da tacere.

Perché è tutto chiaro.


 

lunedì 16 novembre 2020

Purché io trovi Willy (e la libertà)

 

Così trovo Willy. Non quello del mio romanzo edito da Mursia, ma non credo di andare poi così distante. Il mio Willy ha un volto tutto da scoprire, anche quando pensi di averlo individuato tra le pagine.

Oggi parlando con le magnifiche creature che si occupano del progetto Porcikomodi all'interno di quell'immenso abbraccio è che Vitadacani, il discorso è andato su di lui e ho dovuto incontrarlo, almeno virtualmente. 

Willy è un torello che ha deciso che il suo destino poteva essere scritto anche da lui. Che ha scelto la libertà, a ogni costo, e ha sfidato ogni ostacolo, anche recinzioni altissime e la testardaggine degli uomini a dover dettare la propria legge.

Ma Willy non aveva la minima intenzione di arrendersi, e anche quando è parso che la sua storia dovesse avere un drammatico, scontato epilogo non è andata così. Perché se sei vuoi essere libero, se lotti con tutte le tue forze, persino il destino ti può dare una chance.

C'è un passaggio particolarmente prezioso per  me, nel racconto di coloro che hanno portato a compimento la sua salvezza. 

 Lui aveva un nome, e il suo coraggio lo aveva affrancato dallo status di animale-cosa che condanna i suoi simili.

Ho pensato che forse questa mia passione, ossessione per molti di dare dei nomi agli animali che incontravo (e alle piante), con una inspiegabile eccezione, potesse avere questa segreta intuizione. Che era per poterli abbracciare nel nostro percorso comune di vita. Per stare al loro fianco e imparare da loro. Per non pensare che fossero al mio servizio, per imparare a smettere di nutrirmi della loro sofferenza. 

Il cammino è lungo e faticoso, ma che importa purché io trovi Willy (e la libertà).

LA STORIA DI WILLY

domenica 15 novembre 2020

Senza tempo

 

Sotto il vostro sole provvisorio, lampo di una stagione, cammino senza tempo.

Che poi, che moneta svalutata è, il tempo. Non lo si trova per rispondere a una chiamata o uno sguardo. Quello che si rintraccia in abbondanza, per schernire o scoraggiare. Quello che ci passa avanti e ha troppa fretta per guardarci, quello galantuomo è un’altra faccenda ma non è maniaco della puntualità.

Forse è meglio essere senza tempo, smarrirsi tra creature che non si fanno simili crucci. Sotto il loro sole provvisorio, sentirsi vivi in un istante che si dilata in eternità.


sabato 14 novembre 2020

Quando il mondo sembrava già cambiato


 Nell’oscuro sfondo di questi tempi, scorre qualcosa di più di una promessa e persino di un film.

“Indovina chi viene a cena”  raccontava non solo che potevamo cambiare, ma in fondo che era già successo.

Non posso attribuire la colpa al virus, se capisco che  non è proprio così. Pontifichiamo davanti a tutto, anche a un piccolo migrante inghiottito dal mare e dal nostro silenzio.

Liberali incalliti e l’inferno che già ci guarda.

Quando il mondo sembrava cambiato. E dobbiamo ancora cambiare, o provarci.

Marinai controvento


 Mi hai dato tutte le istruzioni per un’esistenza tranquilla, peccato che io abbia guardato te. Nella tua vita e quando ti sei dovuto fermare apparentemente nei tuoi occhi: il tuo guizzo ti rivelava così, papà.

Marinaio curioso, testardo, controvento. Pronto a fare tutto ciò che credevi giusto, a salpare ancora se te lo impedivano. Non erano le condizioni in cui ti trovavi a dettare la rotta, ma le tue convinzioni. 

Quando sei salpato troppo lontano perché io potessi vederti, dodici anni te, mi hai lasciato anche questo.

Marinai controvento, siamo io e te e sappiamo dove incontrarci, ancora. Anzi, salpando ogni volta io già ti incontro, ancora.

venerdì 13 novembre 2020

Willy otto volte gentile (perché niente è immobile)

 Grazie ai potenti mezzi del computer mi sono messa a cercare quante volte si posa sulle pagine di "Chi ha bisogno di Willy" e ne ho contate otto.


Mi piace questo numero, che fatto scivolare delicatamente diventa simbolo dell'infinito. Nella Giornata della Gentilezza, il libro si posa tra le ortensie con naturalezza e mi fa pensare a tutte le volte in cui le creature sono gentili con noi, che ce ne accorgiamo o no.

Willy otto volte gentile, in un mondo un po' spaesato, vuole raccontare anche questo. Che persino quando siamo in un isolamento, voluto oppure obbligato, possiamo non spegnere i nostri sogni e frugare con lo sguardo attorno a noi. Fermi, ma felici come il Gatto sotto l'ombrello di Carpugnino oppure come i muratori che con la gentilezza hanno salvato una farfalla. 

Perché niente, nessuno è immobile, se lo vogliamo. Se siamo premurosi l'uno con l'altro.

mercoledì 11 novembre 2020

La classe è anche acqua

Ci sono eleganze pacate, che si colgono anche dagli sguardi. Come la tua.

Quando mio padre volò via, in diversi si sono presi cura di me, con garbo. Tu sei sempre stato presente, con telefonate o visite quando riuscivi a venire qui, l'hai fatto finché potevi e te ne sono grata. L'eleganza indossata dai gesti e dalle parole, mai ostentata: dietro quello che eri riuscito a costruire, non dimenticavi mai cosa, chi c'era. I sacrifici tuoi e dei tuoi cari genitori, i loro tremori quando dovevi raggiungere la metropoli e i suoi pericoli. La tua generazione, che ha vissuto il coprifuoco, quello vero: ci ripenso e mi ritraggo dalle mie lamentele quotidiane. Difatti, quando venivi a trovarci, ci parlavi volentieri anche dei tuoi nonni, i miei bisnonni, e mi hai aiutato anche con il nostro libro di famiglia, perché ci tenevi anche tu.

L'anno scorso, abbiamo festeggiato tutti insieme un tuo magnifico traguardo e io ti guardavo con affetto e ammirazione:  sempre così elegante e con quel guizzo sincero negli occhi che abbracciavano con orgoglio la tua famiglia sul lago.

Allora, lascia che io ti ricordi anche così. Tra le tue visite, una quando il mio corpo combatteva con il dolore di aver perso papà, forse reandosi ferite. Ti raccontai che mi avevano operato a un occhio, per togliermi un fastidioso ospite, eppure questo si era riformato e non riuscivano a mandarlo via: volevano intervenire ancora, ma io ero riluttante a tornare in sala operatoria. 

Tu arrivasti a casa mia con un tomo dell'enciclopedia medica. Mi dicesti: devi fare così, impacchi di acqua calda e fredda, alternati. 

Interventi, pomate, e ora l'acqua? Tuttavia, se me lo dicevi tu, io ci credevo; quindi, ho eseguito. 

Sarà stato quello, sarà stato il sentire che mi volevi bene, o tutto insieme, fatto sta che io sono guarita. 

La classe è anche acqua, lasciami scherzare, perché noi Castiglioni-Crespi ci sforziamo di sorridere anche quando siamo addolorati.  E a me pare di vederti sorridere sul tuo lago, forse lo stai facendo davvero, ancora.

martedì 10 novembre 2020

È rimasta la luna

Quando i sogni già sono spenti e usciamo riluttanti, ci accorgiamo che ancora c’è lei. Saggia o ritardataria, anzi entrambe le cose.


È rimasta la luna, uno spicchio, un frammento che si scioglie nel cielo. Un promemoria di ciò che lasciamo, eppure ci attenderà ancora. Un’amica un po’ triste, di quelle nei cui occhi leggi l’antico peso del mondo, eppure capace di smarcarsi con un improvviso sorriso.

È rimasta la luna ed è il buio che si allontana per primo.

La stella segnatempo

 


Mi guardo attorno senza orientarmi nel tempo, che quando avevo più coraggio di essere filosofa credevo pure non esistere.

Adesso il cielo blu si colora di foglie gialle che si stanno polverizzando, l’erba verde e testarda cancella ogni tentazione di brivido.

Io non so che in tempo stiamo viaggiando. Non scrivo più nulla sull’agenda, uso incerti post-it che volano via. 

Poi arriva lei, silenziosa. Anzi loro. Una stella segnatempo, perché mi ricorda che arriverà Natale. Una, due, tre.

Una stella segnatempo che ha voglia di accendersi. E anche se non so in che tempo siamo, potrei persino sorridere.


lunedì 9 novembre 2020

Sui passi del mio mondo

Quando sono diretta verso il centro, devo spesso deviare i miei passi. O forse riportarli dove è giusto che ripassino il loro senso. 

Per tanti anni, avevo sfiorato il parco incantato, quando giocavo le mie incerte carte da cestista nel vicino palasport o quando scendeva la sera e vedevo mia zia uscire dagli uffici di fronte, ripiegarsi alle incursioni del freddo e tornare a casa.

Sono scivolati via, gli anni, e oggi so qualcosa di più di quel parco: lì hanno riposato tante persone, che avevano dovuto affrontare un'epidemia quattro secoli fa. Colpiti senza colpe, sprofondati nella terra e spero risaliti fino a questo cielo azzurro senza invadenze: sul suo sfondo la chiesetta, in cui non riesco a entrare da troppi anni. Il lazzaretto: lì dentro forse qualcuno dei miei avi che non ce l'ha fatta oppure è uscito con una muta preghiera.

Così quando entro nel parco, sento i piedi che vanno per conto loro. Sui passi del mondo, del mio mondo che procede, incespica, si interroga, proprio come faccio io. E camminiamo insieme, senza essere più certi del tempo e dei tempi.

Io qui, sono già stata. Sui passi del mio mondo, respiro una strana pace.




 

giovedì 5 novembre 2020

Forse è troppo presto

 Inghiottita dal buio questo mattina, mi sono disorientata, ma poi ho pensato: forse è troppo presto.

Le auto cercavano di spazzare la notte riluttante a ritirarsi, l’aria sprigionava già quello strano calore dell’alba. Eppure forse era troppo presto.

Chissà perché mi è venuto in mente che ti dicono che è troppo tardi per cambiare. Mentre forse solo è troppo presto. Poi, si allenta la morsa del buio e tu devi solo batterlo con passi di cuore.

Non ora, ma presto. Molto presto.

mercoledì 4 novembre 2020

Qualcuno che ti aspetta

 Ogni sera, ti aspettava dopo una dura giornata di lavoro, perché questo era, ma molto di più. Il giornalista, nel vecchio millennio.

Tu risalivi perché quello era il bello, la casa vicino la redazione, praticamente sopra e a tavola ritrovavi te stesso, la tua famiglia, un po' di pace tutto insieme. Ce n'è bisogno quando fai il giornalista nel vecchio millennio, quando lo fai sinceramente e con quella precisione che ti porti dietro da una vita. Quando devi rimanere freddo abbastanza, da non esserlo per niente, tanto più quando il destino un giorno colpisce proprio te.

Ma tu sapevi che tua moglie, a casa, ti aspettava e vi sareste seduti insieme, cenando e raccontandovi quella giornata solo apparentemente terminata. Finché, implacabile, sarebbe arrivata una telefonata, dalla redazione centrale o da una fonte: c'era da scendere, da ripercorrere quei pochi metri che dividevano dall'ufficio, da riaccendere le luci e da cambiare il giornale ancora. Il pasto fumante, che diventava freddo, e ogni volta tu le promettevi: mai più.

Quando c'è qualcuno che ti aspetta, che si sta prendendo cura di te, già mentre ti attende, tutto acquista un senso . Così corrono gli anni, la figlia che puoi abbracciare ti rende nonno ed è uno stupendo lavoro,  accudire la tua nipotina; scrivi romanzi come non osavi prima.

Finché devi andare via e lo fai senza rimpianti anche perché c'è qualcuno che ti aspetta lassù.

Così corrono gli anni e la donna che ti ha atteso per tanto tempo dopo una dura giornata di lavoro, deve andare via a sua volta. Lo fa senza rimpianti, perché nel frattempo è diventata bisnonna, ha respirato tanto amore fino all'ultimo, ma adesso deve proprio andare.

Perché c'è qualcuno che ti aspetta, lassù.

Buon viaggio, Isolina, dal tuo Gianni, dalla tua Daniela.

martedì 3 novembre 2020

Metti se il Paradiso

 

In questi tempi più che duri, scavati nelle lacrime, se sento la parola Paradiso, continuo a sentire le parole del nonno. Così generoso e giusto, come i contadini sanno essere anche quando li strappano dalla terra, da non temere di definirlo in dialetto: in pari alle radici.

Stasera che mi sento pure sotto terra, per la precisione, guardo la tv e compare Gigi Proietti. O San Filippo Neri.

Metti se il Paradiso fosse conficcato qua, tra le lacrime, la fatica, le ingiustizie. E noi a cercare di estrarlo, mentre già ci strappa via da questo vuoto, Lui.

lunedì 2 novembre 2020

Nel cortile della vita

Il mondo degli adulti è diviso, e noiosamente delatore: anch'io oggi stizzita facevo lo slalom tra chi non portava la mascherina e intanto mi imbronciavo con l'umanità per pochi ingiusti.

Vivere è diventato così complicato - ho proseguito il mio dialogo interiore - e non è che la porto gioiosamente questa mascherina, tanto più quando sono in giro a piedi con il cane e si appannano gli occhiali. Devo quindi alzarli e decidere come vedo di più, o di meno, se con le lenti annebbiate o senza. 

In quei momenti prenderei a calci le castagne matte - quelle che infilavamo in tasca perché così curavano contro il raffreddore, anzi lo prevenivano, ci veniva assicurato - come un bimbo indiavolato perché non può divertirsi come vuole.

Poi, sento proprio un rumore di giochi infantili. Esito davanti al cortile della scuola e lo spettacolo che mi accoglie, è una carezza.

Ci sono gli alunni che corrono e giocano, i loro volti coperti dalla mascherina, ma gli occhi no e anche le loro voci riescono a fluire gioiose. Non si pongono interrogativi, i bambini, perché troppo impegnati a essere felici in ogni condizione. In un'altra parola, a vivere.

Nel cortile della vita cammino e ora non sbuffo più. Guarda, così mi si appannano pure meno gli occhiali.

domenica 1 novembre 2020

Non ho paura della nebbia


 Dalle mie parti la nebbia si riveste di infiniti nomi. Non ce n’è uno che abbracci sufficientemente il generico concetto.

Negli anni, la nebbia si è ritratta da noi, eppure noi non ce ne siamo dimenticati. Nei miei perenni viaggi, quando la trovavo di notte, ero indecisa tra paura e il tepore che crea la familiarità. 

Adesso questo tempo è intriso di nebbia e non mi sento di aver paura. Perché da queste parti la nebbia è più concreta delle incerte stelle: la accarezzi e forse ci ascolta pure.

O forse possiamo cominciare ad ascoltarci noi.