Sul pianoforte qualche mese fa ho posato
uno spartito, accanto a un minuscolo blocco di appunti. Non è la mia
canzone preferita e ragionavo anche su quanto raramente io l'avessi suonata,
eppure quell'immagine mi scatenasse riflessioni e sensazioni dentro.
I, la parola più breve e in grado di fare più rumore: il sottile confine
tra perdersi e trovarsi, tra esibirsi ed essere.
Sull'album The Elder dei Kiss
c'è tutto un dibattito che trascurerò, del resto anche nel mio nuovo romanzo un
passaggio sfiora questo tema. Ciò che è certo, è che questa canzone mi ha
sospinta negli anni della adolescenza, con tutti i loro dubbi. Non mi ha sempre
asciugato le lacrime, quello potevo farlo solo io. Ma piano piano, con l'aiuto
dei miei amici rock e delle canzoni che via via mi porgevano, ho pensato che
sì, non c'era nulla che non potessi fare: a meno che non lo volessi.
Ecco perché questo spartito per ora riposa sul piano, un promemoria, un invito a
credere in me, a urlarlo dentro me stessa e a farlo ancora più forte quando non
mi viene affatto.
Prendo note e prendo nota di me stessa.
Now I, I believe in me And I, I believe in something more Than you can
understand