venerdì 22 agosto 2025

Non ho fatto in tempo (in tutto questo tempo)

 

In punta di piedi, se n'è andato un signore che ha sfiorato il secolo. Un guizzo di memoria me l'ha riportato davanti agli occhi: pochi mesi fa, me l'aveva presentato un amico perché mi conducesse nel lungo sentiero del suo sapere.

Non ho fatto in tempo.

E all'hospice mi hanno spiegato, ancora una volta, come gli ultimi istanti siano i più preziosi, quelli in cui siamo solo noi stessi e possiamo esaudire i nostri desideri.

Ma perché - mi sono poi ribellata - soltanto all'ultimo, quando sappiamo di avere poco tempo?

Di troppo cose mi rimprovero: non ho fatto in tempo. Accadeva in passato e non accenna a placarsi l'errore ora. Di questo gentiluomo frettoloso, che ti confonde solo l'idea, non so bene cosa pensare.

Credo solo che sia assurdo dire: non ho fatto in tempo, in tutto questo tempo.

giovedì 14 agosto 2025

Quei ragazzi uniti dalla fatica e dalla gioia di fare sport e le esclusioni che feriscono anche la pace

 

C'è un momento dell'incontro con i ragazzi dalla Galilea in Italia tanti anni fa, che è rimasto scolpito nella mia anima, un antidoto per me a questo periodo che cerca di risucchiare la speranza. Ogni spettacolo del Teatro Arcobaleno Beresheet LaShalom con Angelica è stato  per me un rigenerarsi nella riflessione sulle differenze che uniscono e nella speranza concreta di pace. Ma anche il calcio scriveva analoga storia con Yehuda e i giovani.

Perché anche lo sport sa far crescere insieme, con la sua bellezza, i suoi sacrifici. 

La fatica gioiosa di trovarsi per gli allenamenti, andando oltre ogni ostacolo, fisico e non solo, ci aveva conquistati tutti. Una sera, durante la tournée del teatro un giovane calciatore andò dall'allora presidente della Pro Patria Alberto Armiraglio  stringendo la maglia che gli era stata donata. Aveva gli occhi lucidi e gli disse, riconoscente: «Quando verrai in Israele, devi dormire a casa mia». 

Una maglia, delle scarpe, un tesoro di valore incredibile: l'emozione e la gratitudine appartenevano ai ragazzi ebrei, musulmani, cristiani.

Questo ricordo, stupendo come tutti quelli che riguardano la missione di pace - pace autentica, non quella che si esprime con gli slogan apparenti per un popolo, contro un altro - di Angelica e Yehuda, ha per me un sapore agrodolce oggi.

Non volevo credere ai miei occhi leggendo della petizione promossa da esponenti di un gruppo politico - e alcuni da me erano conosciuti e stimati - per sospendere gli atleti israeliani da tutte le competizioni internazionali.

Lo sport che unisce, lo sport strumento di pace? Dov'è finito?

La mia delusione è profonda. Ho anche firmato la petizione che si oppone a questa richiesta (QUI), ma soprattutto sono sconvolta e preoccupata, sempre di più. 

Il mio dolore cresce, pensando a chi ha potuto gareggiare in una competizione internazionale - quella dallo spirito più elevato che unisce i popoli, 53 anni fa - e non c'è più: gli atleti israeliani, seviziati e uccisi alle Olimpiadi di Monaco. 

lunedì 11 agosto 2025

«Non importa se l'immagine è falsa». La fatica perduta insieme ai dubbi, il livore e io giornalista che mi sento impotente

                                                                      

Immagini false. Le segnali alle persone che - ne sei certa perché le conosci, conosci la loro storia - le diffondono attraverso giornali o il classico post social con la vuota scritta "dal web": neanche, tragicamente, fa differenza, visto che la mancanza di controllo è una malattia dilagante. Il risultato alla segnalazione è quasi sempre il silenzio, se non il livore: che importa se la foto è falsa, la tragedia è vera.

Una tale indifferenza

Quindi io, per dimostrare una tragedia vera, devo usare immagini false? Sono autorizzato, anzi è auspicabile? 

Falso. Vero. Tutto insieme, con una tale indifferenza, che non mi fa solo male: mi incute timore per la direzione che sta prendendo questo mondo ricco di informazioni, sparse così confusamente da calzare a pennello con verità precostituite.

Dal Medioevo con prudenza

Non posso nascondere un senso di frustrazione e impotenza come persona e come giornalista. Come persona, perché in realtà l'importanza delle fonti mi è stata inculcata molto tempo addietro, dalla scuola e dall'università. Storia della filosofia medievale, mi ricordo all'Università Cattolica un'intera lezione su questo fronte.

L'ho anche esplorato nella mia piccola vita di ricerca. Ad esempio, sono una studiosa dei Plantageneti: da Eleonora di Aquitania in giù. Tutti inchinati davanti a Riccardo Cuor di Leone, di leggenda in leggenda (e anche di fumetto in fumetto), mentre Giovanni Senza Terra era il crudele e incapace. Come se la crudeltà fosse una caratteristica esclusiva del principe eternamente ultimo o eterno secondo (ne ho trattato nel mio libro L'importanza di essere secondi, edito da Nomos). Ci sono voluti secoli e attenzione a fonti differenti per mettere in crisi parziale questo impianto.

Le fonti vanno studiate tutte. Le fonti, non sono tutte uguali. Sembra una contraddizione. Ma le fonti vanno coltivate con l'acqua del dubbio e sboccia il discernimento. 

L'uguale credito e l'epilogo

Corro avanti, forse troppo, rispetto ai secoli tutt'altro che bui del bistrattato Medioevo. Gli anni oscuri del terrorismo in Italia, il mio tormento è sempre lo stesso: immagino se i giornali avessero dato uguale credito ai terroristi e allo Stato (anzi magari un po' di più ai primi), come sarebbe stata la narrazione. Ma soprattutto: quale sarebbe stato l'epilogo?

E qual era l'epilogo che sognavo, ma non in maniera ingenua, sul Medio Oriente oltre vent'anni fa? Quando grazie ad Angelica Calò Livné e al teatro di Beresheet LaShalom con i ragazzi ebrei, musulmani e cristiani, vedevo fiorire prove di pace capaci di mettere in fuga l'urlo della violenza?

Oggi, se non mi lascio andare alla disperazione, è ancora una volta grazie a lei. Ad Angelica in Israele, all'amica palestinese Samar, alle tante donne coraggiose che ascolto accanto a loro. 

Ho molto pudore a condividere notizie sul dramma che sta scuotendo due popoli, non solo perché cerco sempre di dedicare tempo al controllo, ma perché a volte anche una parola in un contesto giusto può provocare un dolore. E si sta soffrendo già troppo.

Tutt'attorno a me, però, non è così. Vedo calare sulle piattaforme e sui cuori implacabili giudizi, tanto livore, slogan allucinanti che invece di avvicinare due popoli li vogliono nemici per sempre.

Ripenso a quando ho cominciato a fare la giornalista, senza computer, senza un mare di informazioni a cui attingere; avverto la fatica nel reperire dettagli attendibili in quelle condizioni: adesso mi sembra un'operazione in scioltezza, quella che affrontavo in quegli anni. Mi schiaccia molto di più oggi, questa tempesta di notizie, scritte senza dubbi e con l'ombra di una sceneggiatura perfetta, in cui affondano subito artigli e denti famelici seminatori di odio. 

Quella fatica mi appare come un gioiello che abbiamo perso, spero non per sempre. Io provo ad accarezzarla ancora, fino a quando farò anche questo mestiere e fino a quando vivrò, e a non lasciarmi opprimere da questo clima di odio seminato da chi parla di pace ma "dimentica" un popolo. Spesso fallisco, ma quando ci riesco invece è grazie alle donne di Luce che nonostante le ferite mi spingono a guardare avanti. 

Con gli occhi a volte doloranti per le lacrime, ma non annebbiati dalle false certezze.

La fatica sarà perduta, e così i dubbi, e molto altro. Non può esserlo, del tutto, l'amore.

mercoledì 6 agosto 2025

Tutto ciò che non sapevo fare (ora possibile, anzi necessario)

 

Il disegno non fa per me: me lo sono sentita dire, me lo sono detta, dai primi pennelli o pastelli in mano, fino a scuola e oltre. Per forza: perché mi misuravo. Avevo un padre che disegnava in modo impeccabile e arguto; mia madre non sa cosa significhi andare oltre un bordo mezzo millimetro nel colorare mentre io lo faccio immancabilmente. 

Un disastro, la scultrice. Con la plastilina, evocavo mostri neanche spaventosi, goffi e un po' sciocchini, mentre papà, a ogni età, ci faceva capolavori. Il ricamo, lo rinfaccio ancora come lavoro forzato alle suore dell'oratorio quasi quanto "sbucciare" le uova sode all'asilo: nel secondo compito, sono quasi brava per forza e per amore, al primo ho detto allora addio. Nella casa paterna, tutte erano regine di lana e uncinetto: io ho creato masse informi fino alla resa.

Ho procurato anche un solenne spavento il primo giorno di scuola a mamma, quando vide che non scrivevo seguendo le righe, ma partivo da un punto e schizzavo a un altro. Non ci avrebbe mai creduto, a un mio futuro di scrittura, focalizzandosi sul mezzo: per fortuna, una salvezza che mi ha trasmesso proprio lei è la tastiera, prima della macchina da scrivere, poi mi sono impadronita facilmente del computer.

Non fanno per me, un sacco di cose, e me le sono precluse. Dove non potevo fare bene, con la certezza di un verdetto che mi schiacciava, mi sono ritratta per decenza. Non è stato facile, perché io sono curiosa per natura. Mi piace esplorare di tutto e questo mi fa anche perdere l'intensità di una strada, avendo energie umane. Potevo andare avanti a studiare il pianoforte, ma avrei tolto tempo ad altre esplorazioni. La mia chitarra mi ha sempre guardata in cagnesco: non è perché non sarai mai Jimmy Page, Eddie Van Halen o Joe Perry, che mi lascerai in preda alla polvere.

L'elenco è lungo, lunghissimo, ma grazie a Manuela Carnini, sono tornata a meditare sul disegno. L'ho fatto, per un crocevia di circostanze nelle medesime ore. Una bellissima, l'apertura di Casa Fridami e le opere piene di vita di Manuela, del suo talento profondo dell'anima, affiorato per diffondere una luce di cui in tanti abbiamo bisogno. L'altra, carica di tristezza, la morte di mio zio: un lutto che non potevo gridare, tanto non mi voleva o poteva ascoltare nessuno. Allora, ho lasciato perdere le matite che ho affidato a mamma per i suoi compiti e mi sono presa una confezione di pastelli. Di loro, mi piace la fusione tra morbidezza e decisione.

Quel giorno, ho cercato di esprimere così ciò che provavo, con la partenza dello zio dai nomi belli - come molti di quelli trasmessi dalla bisnonna lettrice - con le nostre lentiggini e i nostri occhi chiari, la passione comune per la musica espressa in maniere differenti. È un mondo che si chiude per sempre, in me, e non ho a chi dirlo veramente.

Ho provato a dire a me. Da allora, ho sfogliato pagine bianche e le ho riempite di colori. È stato importante capire che non bisogna per forza essere "bravi", ovvero obbedire a standard, parametri, paragoni. Che ogni cosa ci esprime per come la facciamo, noi e solo noi.

Tutto ciò che non sapevo fare, è diventato via via possibile. Anzi necessario.