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sabato 19 settembre 2015

Chiedo perdono a Bannockburn - indyref


Forgive me, Bannockburn (19 settembre 2014 - mattina)
È in verità non per la gloria, né per le ricchezze, né per l'onore che noi stiamo combattendo, ma per la libertà – dichiarazione di Arbroath
(I had never been here before: the new site left me astonished and impressed. But also listening to Arthur, a yes supporter. While King Robert on his horse seemed to watch)

Bannockburn: è qui che è successo settecento anni fa. Come mi aspettavo, anche dimenticando “Braveheart”: un luogo sperduto, quasi casuale, che si sottrae alla curiosità superficiale. Pur fuggendo dalle deviazioni storiche, mi rifugio in quell’ultima scena del film di Mel Gibson. Perché forse Robert Bruce era così, quasi tremante, comunque consapevole di quanto si stia rischiando o di quanto non abbia rischiato prima.
Avete combattuto per William Wallace, lo farete per me? Il prato – perché questo è adesso, morbido e senza confini – sembra correre come i guerrieri che sfidarono i più numerosi inglesi. E’ il 23 giugno e non dovrebbe esserci storia: per questo motivo, si farà la storia.

A Bannockburn non importa se tu abbia sposato, anche solo sfiorato, una delle due parti del referendum: difficile che tu non sia colpito dalla tentazione di chiedere scusa a re Robert e a quei soldati. Conta quel 23 giugno, la vicina Stirling (dove oggi il 59,77% ha votato no, è l’implacabile, attuale promemoria e tra l’altro lì c’è uno dei record di partecipazione, con oltre il 90%) e il suo castello sono in mano all’esercito scozzese: il sovrano inglese – sì, lo stesso Edoardo strapazzato dal padre che avete conosciuto al cospetto di Braveheart – non sta a guardare. Duemila cavalieri e quindicimila fanti, l’esercito di Inghilterra. Tra i settemila e i diecimila gli scozzesi: non più di 500 erano a cavallo. Tra accette e spade, pochi archi a differenza degli avversari che risultano equipaggiatissimi.
Roba da darsela a gambe oppure sottoporsi al massacro, rassegnati. Non c’è modo di cavarsela, di riprendersi ciò che si considera proprio, di portare avanti una sfida che persino Braveheart, pur per via del solito tradimento, aveva perso.
Forse non è nemmeno accaduto in questo punto, mi dico. Ma vallo a pronunciare ad alta voce, davanti alla statua di Roberto con il suo cavallo, realizzata nel 1964 da Charles D’Orville, per il 650° anniversario. Qualche remora è da mettere in conto, nel silenzio di questo spazio e di questo tempo.
UN PASSO INDIETRO

Nel film di Mel Gibson, Bruce appare spesso esitante, cammina sul filo del tradimento, viene manovrato dal padre per rivendicare il diritto al trono.
E’ questo, in fondo, che lo sminuisce rispetto a Wallace nell’opera: non solo una fine drammaticamente diversa, ma muoversi in uno scenario di rivendicazioni e di potere a cui Braveheart è allergico. Wallace è invece dipinto come il simbolo di chi si batte per la libertà e soltanto sul finale Bruce riacquista autorevolezza gli occhi dello spettatore, ma deve citare quel nome così amato dai suoi soldati per andare verso l’impresa impossibile.
Storia e cinema si osservano, restituendo brandelli di verità. Wallace fu catturato per un gesto vile – consuetudine che ricorre nelle pagine dedicate agli eventi scozzesi e dell’umanità – e fu sottoposto a una morte orribile.
La vita di Bruce non fu comunque rose e fiori: a lungo re senza regno ( fu incoronato dalla giovane e coraggiosa contessa di Buchan, un anno dopo l’assassinio di Braveheart, e lei stessa finì in una gabbia esposta all’aperto per gli ultimi anni della sua breve vita), gli furono rapite moglie, sorella e figlia, mentre suo fratello fu giustiziato.
Prima che arrivi il giorno della battaglia decisiva, deve accadere qualcos’altro che di primo acchito può oscurare la gloria dell’impresa: re Edoardo I è morto e gli succede il figlio che non brilla, dichiaratamente. Ma le proporzioni dei due eserciti sono quelle di cui vi abbiamo parlato ed evidenziano il trionfo, contro ogni numero, contro ogni legge di equilibrio delle forze.
PIU’ DI GOLIA
Così torniamo qui. Pochi giorni dopo il referendum, il sito accoglierà il suo visitatore numero cinquantamila, dopo la riapertura – nel segno del rinnovamento – nel marzo 2014. Un’americana del Texas è stata celebrata in questo modo. La sua storia è interessante, poiché Linn Forney Young è presidente delle Figlie della Rivoluzione americana. Pare che nel suo gruppo, costituito da un centinaio di persone, ci siano discendenti di persone che hanno combattuto da entrambe le parti a Bannockburn, persino diretti eredi di re Bruce. 
Ma oggi è ancora il 19 settembre e l’indipendenza per cui si combatté, è stata rigettata attraverso il referendum.


Il campo sterminato, verdissimo, dove un corvo insegue le invisibili prede, è tranquillo, nonostante i turisti. Se si chiudono gli occhi e ci si affida alla storia, da sfogliare o gustare in 3D, la notte è già volata via; Alexander Selton, scozzese che combatteva con gli inglesi (quante volte accade), si reca da Bruce e lo rassicura: il morale dei tuoi nemici è basso. Basso? Ma se sono così numerosi, preparati, solidi e ben armati. Chissà se, chissà come lo convince o forse già una fiamma muoveva il sovrano, fatto sta che lui e i suoi seguaci si avviano. Prima, si inginocchiano ed Edoardo, ancora sordo alle voci di monito di Bannockburn, pensa che stiano implorando pietà e se ne compiace.
Ha ragione, osserva un soldato: ma non invocano compassione a lui, bensì a Dio, perché sanno che o vinceranno o moriranno. Non c’è scelta, a Bannockburn. Non ce l’ha Robert Bruce, nessun uomo la possiede, fino all’ultimo degli scudieri: oggi bisogna combattere.
Così un giorno, un giorno solo basta per capovolgere il corso degli eventi e il dominio degli inglesi.
Flower of Scotland, questo è il suo teatro. Oppure… Scots Wha Hae. Se devo dar retta a qualcuno su quanto avvenne negli istanti prima della battaglia, voglio ascoltare il poeta Robert Burns. Questo è il giorno, questa è l’ora. Il campo corre e si ferma, come un letto di gloria o una tomba, perché le alternative sono solo queste: vincere o morire.
Eppure c’è una frase stampata su queste strisce di mura ora moderne (tutto è stato rifatto meno di tre anni fa), capace di interpretare meglio lo spirito di ieri e di oggi: appartenere a se stessi, e a nessun altro. Non è una pretesa da poco, per un uomo libero, per una nazione, e io provo un brivido di fronte a queste parole vergate sulle pareti quasi candide.
Una nuova rotonda racchiude questo percorso e le parole sono di una scrittrice scozzese, Kathleen Jamie.
Incontro persone di ogni età e nazione, ma fermo Arthur. Perché gli chiediamo di farci una foto, anche se non sta bene al cospetto del re e del suo cavallo anche più minaccioso come se captasse il nostro provenire da lontano, il non poter capire le ragioni di un evento simile e nemmeno di quello odierno. E perché io voglio cogliere da questo signore dai capelli bianchi perché provo un sentimento così strano, come se dovessi chiedere scusa a Bruce a poche ore dal verdetto del referendum.
Mi hanno rimpinzato di storie tipo “gli anziani hanno sostenuto il no”. Arthur non è un ragazzino e ha girato il mondo: si illumina quando parla del Giappone, terra di tecnologia e cortesia. Non ci scatta una foto, bensì una raffica perché non  è sicuro che l’iPhone funzioni bene. 

Lui ha votato sì, e guai a dubitarne. Il giorno dopo, devo ammettere che trovare uno scozzese dichiarato contro l’indipendenza è arduo quanto poche ore prima, e mi ricorda i paradossi di certe elezioni italiane, dove nessuno fa outing neanche con maggioranze schiaccianti ormai palesate.
Arthur, però, è sincero. Terminata la propria opera di gentilezza, non corre via, ma ci affida l’analisi del voto che ha messo a fuoco in queste ore: la gente ha avuto paura di cambiare. Non la giudica, non si scandalizza, neanche si arrabbia: aspetta il futuro a cui non si è voluta imprimere una direzione, ma lo si è lasciato in mano a Londra.
Londra. Che impressione sentirla pronunciare come una meta distante e distaccata da un uomo che non è confinato nella sua terra: la ama, certo, ma non teme di esplorare il pianeta.
Arthur qui è stato dodici volte e anche oggi passeggia e china il capo, rispettoso, al cospetto di re Bruce. L’uomo che quando non c’era storia, fece la storia settecento anni fa.
Non ce l’ha con Cameron, Arthur: “Ci ha dato l’opportunità di votare, bene. Ma purtroppo tutto deve passare da Londra oggi e continuerà così. Il mio popolo ha avuto paura di cambiare” insiste.
Eppure qui a Bannockburn il campo di battaglia si è trasformato in omaggio alla modernità e all’anniversario del 2014, seguendo anche il sentiero del 3D. Ad Arthur non piace, ma premette che è un suo gusto personale. In fondo, se prima arrivavano 25mila visitatori all’anno, ora sono raddoppiati nel giro di sette mesi.
E’ interessante e piacevole parlare con lui, ma solo più tardi mi rendo conto che avrei voluto rivolgergli un’altra domanda. Perché proprio oggi è tornato da re Bruce, se anche lui voleva chiedergli scusa.
O forse la vittoria è, resta evidente e la grida il risultato nascosto di questa votazione. Oh sì, evidenziato a più riprese, ma in fondo sempre in secondo piano, mentre non lo è affatto. L’84% degli scozzesi è andato a votare: per le elezioni solitamente la percentuale non è così alta, da un pezzo.
Lo dice bene uno dei tanti tweet sull’argomento: se i politici riuscissero a coinvolgere, impegnare così il popolo, durante altre votazioni. La vera sfida per un Paese migliore passa da qui.
Da una Scozia civile, ferita comunque il giorno dopo – e lo sarebbe stata con voto ribaltato – ma decisa ad andare avanti, fiera di sé. Tra chi sospira di sollievo e chi sa di avere una promessa da mantenere.


Canzone – Hurt, di Johnny Cash
Wallace, più di Bruce, ha ispirato registi e cantanti. Una delle pietre miliari è “The clansman”, l’inno alla libertà firmato dagli (inglesissimi) Iron Maiden, come omaggio a Braveheart.
Ma per la tappa a Bannockburn, ricordando Bruce e gli scozzesi che combatterono con lui, ho scelto una canzone più sotto pelle, come la puntura che riecheggia tra le note.
Pochi cantautori sono più americani di Johnny Cash, eppure casualmente ho appreso che lui riteneva essere di origini scozzesi. Di più, secondo la figlia Rosanne, ne era quasi ossessionato. Aveva infatti scoperto di provenire dal ramo di re Malcolm IV di Scozia, durante un volo aereo, parlando con un passeggero incontrato per caso. Non un sogno rimasto separato dalla realtà, visto che Cash si recò nel Fife e negli anni Ottanta girò anche uno speciale natalizio nella “sua” terra. La stessa figlia tornerà in questa zona e ripercorrerà le orme del padre.
Questa storia e il vuoto pieno di ricordi a Bannockburn mi fanno ripensare a una canzone meravigliosa di Cash, “Hurt”.
Una dedica a re Bruce e a tutti coloro che sono rimasti feriti, dal proprio coraggio, da una propria scelta o da quella degli altri.
Perché l’unica cosa reale, a volte, è il dolore. E lo si provoca quasi a rendersi conto se si possa ancora sentire qualcosa. A Bannockburn, settecento anni fa, pronti a provarlo per l’ultima volta; oggi ad aggirarsi chiedendosi cosa direbbero questi guerrieri.
But I remember everything. Forse questa è la dannazione, e la salvezza, della Scozia. Che si ricorda tutto. Che tutti sembrano andarsene alla fine. Che la corona è fatta di spine e la si indossa su una sedia di bugie, di pensieri irreparabili.
E mentre a Bannockburn cammino, temendo di sfiorare quei campi verdi che si perdono sullo sfondo, mi sembra di scorgere quelle macchie del tempo. Le persone che hanno combattuto, quelle che hanno votato, quelle che si sono indignate e quelle che si sono decise a non rompere uno status quo: tutti siamo qualcun altro.
E dalla voce ferita di Johnny Cash, americano alla ricerca della sua scozzesità, rileggo la grande verità, sempre cercata dall’uomo: se potessi ricominciare a un migliaio di miglia di distanza...
Mi devo rimettere in viaggio. Re Bruce capirà, se seguiamo le parole di un suo discendente, Benedict, l’anno prima del referendum, quando tornò la statua equestre, restaurata: “Lui invitò i suoi seguaci a diffondere l’amicizia per tutta questa terra”.
Anche questa è una vittoria che non passa.




venerdì 18 settembre 2015

Un urlo nella notte - Scozia e referendum

L’irruzione delle breaking news della Bcc arriva alle 5.23 di mattina. Ma la verità è già risuonata prima: l'indipendenza non è stata conquistata, voluta, votata.

La sera fredda non smorza il fuoco delle aspettative a Edimburgo. Le famiglie, gli amici si riuniscono in casa. I pub saranno anche aperti a oltranza, ma intanto trovare un luogo dove cenare, oltre l’orario canonico scozzese, si conferma arduo. Ci fermiamo in un ristorante elegante e non suggestivo, come il delizioso bistrot in salsa piratesca che avevamo assaggiato nel primo pomeriggio, addentando uno scone di benvenuto. Qui servono un delizioso salmone, carne di prima qualità e la birra arriva come un aiuto a combattere quest’aria autunnale. Le compagnie discutono di molti temi, ma il referendum tiene banco tra una portata e l’altra.

Eppure che tutto stia finendo si sente, si vede. Nei cartelli già diradati, negli adesivi di ambo le parti che si trovano bagnati e illeggibili sui parabrezza delle auto, se non per terra. Come se fosse già tutto passato, mentre in un certo senso sta iniziando ora.
Dovremmo restare a vegliare tutta notte, ma il verdetto arriverà di prima mattina. Penso che dobbiamo ricaricare le batterie, alcune ore almeno. Punto la sveglia per le cinque, ma a destarmi è un urlo della notte: in qualche modo, viene da Dundee.
Come al solito, i rumorosi sono quelli che hanno operato e sostengono la scelta più radicale. E’ la passione, è la voglia di trasmettere anche così la propria determinazione, magari anche di superare le paure che una scossa così forte al destino può iniettare.

Alla 1.40 un primo pronunciamento c’è: Clackmannanshire – rende noto la Bbc – ha dichiarato il suo no all’indipendenza con 19.036 no contrapposti ai 16.350 sì.
Alle 4.34 è però Dundee a far gridare e a svegliare anche chi vigliaccamente come me non ha resistito a fare una piccola siesta. I pub si colorano di entusiasmo e l’atmosfera si scalda all’improvviso. Un grido come liberatorio si sprigionerà anche con Glasgow, ma non è la medesima cosa. Le vie e Internet raccontano con un’intensità simile la delusione degli indipendentisti, che spalancano gli occhi di fronte ad esempio al risultato di Aberdeen. Ma in fondo, di questa scelta non c’è da stupirsi, mi spiegano: Aberdeen, il petrolio, le società internazionali, la minaccia e la paura di trovarsi senza lavoro.

Torniamo all’economia, al gioco dei duri, specialmente di quelli che provengono da fuori. La Camera di commercio britannica ha già pubblicato un rapporto dettagliato, secondo il quale la maggior parte degli affari fuori dalla Scozia vogliono che resti parte del Regno Unito: l’85% delle società intervistate, contrapposte all’11% di aziende pro indipendenza. E un quarto delle compagnie afferma che il Parlamento scozzese debba avere più potere, il 21% opta addirittura per il meno.
Ad Aberdeen, il 58,61% dei votanti ha detto no. Non è molto diversa la situazione di Edimburgo, del resto: così legata alla propria storia, eppure anche al mondo, segna il 61% a favore della permanenza nell’Uk.
Allora Glasgow? Già, la calda Glasgow, dove ci saranno anche tensioni. Quella che a scuola ti indicavano come la capitale economica della Scozia, vince il sì, al 53%.
Ripenserò a te, Glasgow, ma adesso guardo il volto sconsolato degli edimburghesi che hanno creduto nel sogno, una minoranza nella minoranza. Che stanno già togliendo i cartelli, perché ormai è finita. Anche nel nostro bed and breakfast, di prima mattina, si è immersi nel lavoro per garantire una completa e ottima colazione scozzese: i sorrisi sono di rito, ma si ammette come sia triste aver smarrito questa opportunità.
Non c’è voglia di parlare, ma di ascoltare sì. La tv mostra Alec Salmond e gli occhi sono puntati su di lui, come sulla scritta sottostante: la Scozia vota no all’indipendenza. Sembra un contrasto, ma è la realtà. Salmond annuncerà presto le dimissioni, intanto però non molla e afferma che ora si aspetta presto la devolution promessa.


Tranquilli, i no voters. Sconsolati gli indipendentisti, anche se entrambi i fronti sembrano tornare alle loro occupazioni con lo stesso spirito. Ma la festa che si era osato preparare per la notte, non c’è stata e un servizio della Bbc fotografa due persone emblematiche.
Due amici che vestono il loro kilt e che sembrano particolarmente sconsolati, questo termine ormai lega tutti. Una donna con loro, neanche riesce a parlare. 
Alasdair, 49 anni, un ingegnere preferisce un’altra espressione “Distrutto. Penso che abbiamo buttato via una reale opportunità Non posso credere che il 55% degli scozzesi abbiano votato contro la possibilità per il loro Paese di diventare un Paese”.
Anche lui indossa un kilt. Doveva essere una festa, per lui e altri che ci hanno creduto. Si toglieranno l’abito ufficiale, ma lo riporranno soltanto: un kilt è per sempre, come una nazione. E’ per le grandi occasioni, quelle speciali che siano di un popolo o di una famiglia: c’è poi molta differenza?
Il silenzio è glaciale, come questo risultato.
NO 2,001,926 (55%)
YES 1,617,989 (45%)
Turnout 84.59%


Canzone, Flower of Scotland
In realtà, la Scozia è stata indipendente a lungo, da sempre, come vi ho anticipato. La nazionale di calcio e quella di rugby sono un esempio lampante. E non è un caso se hanno sempre ostentato questo inno, che è valso in fondo come ufficiale, digerito dagli inglesi.
Il fiore di Scozia che ha cantato per tutto il giorno il nostro artista di strada Izzy, è un’opera relativamente recente, che è entrata nel cuore degli scozzesi. E’ sbocciato grazie ai Corries, un gruppo di musica folk dei primi anni Sessanta, dove determinante fu l’incontro tra Roy Williamson e Ronnie Browne. Parla della battaglia dell’indipendenza contro re Edoardo, ma è un messaggio forte affidato ai posteri di quei guerrieri: quando vi vedremo ancora così, scozzesi, come quelli che lottarono e morirono di fronte all’esercito dell’orgoglioso Edoardo? Mandandolo a casa a ripensare ai propri errori, è la sintesi di una vittoria. 
A Bannockburn, dove avvenne tutto ciò, arriveremo presto. Ci arriveremo per caso, perché volevamo fare una tappa a Stirling, ma un cambio di strada ha portato anche a una modifica del programma.
Questa canzone, tuttavia, non parla di Bannockburn, non solo. Prende il passato per mano, come il vento che gioca con i petali di un fiore. Poi, sospinge la sua vitalità, la sua delicatezza, la sua voglia di crescere più lontano. Vede che ci sono colline nude e foglie autunnali che giacciono immobili, specchio di una terra perduta.
Sì, questi giorni sono passati e nel passato devono rimanere. Ma i Corries, e tutti coloro che hanno cantato queste parole, sognano che si possa ancora sollevare l’orgoglio di un popolo, essere ancora una nazione. E rimandare re Edoardo a meditare sui propri errori, a casa sua.
A onore di Buckingham Palace, va detto che non ha mai battuto ciglio su questa canzone, scandita ufficialmente nelle competizioni sportive.
Del resto, la statua di Robert Bruce, liberatore contro l’oppressione inglese, fu scoperta dalla Regina cinquant’anni fa. Vale la pena tornare su questo terreno, scoprendo cosa sia cambiato. E cantando “Flower of Scotland”, comunque la pensiamo.

La lunga notte di Edimburgo (1) - un anno fa indyref on the road

LA LUNGA NOTTE A EDIMBURGO
Such a long night in Edinburgh
“Huge day for Scotland today… let’s do this” 18 settembre 20.08 @andy_murray

(In a misty Edinburgh I met a lot of yes voters: no supporters looked shy. I had the opportunity of listening to many people, but Fiona impressed me a lot. The long night was just beginning)

Il benvenuto arriva in modo terribilmente convenzionale: con una nebbia
fredda che veste Edimburgo in abbondanza. Ammetto, arrampicandomi tra le meraviglie del castello: non ho mai visto la capitale così grigia.

Anzi, conto le mie visite negli ultimi vent'anni e ho quasi sempre condiviso la fortuna del sole, contro ogni scommessa, contro ogni tradizione conclamata. In questo grigiore, ci sono solo i colori del referendum a farsi notare.
Non nell'area del castello, come un'isola sacra della storia. Eppure proprio da qui, mi ricordo le ragioni dei secoli, che portano il peso della sofferenza. Dettagli per sorridere, il ricordo di una vecchia guida che bacchettava gli inglesi a suon di battute. Una, sui cannoni: noi spariamo alla una, non a mezzogiorno, mica siamo sciocchi come gli inglesi. Undici colpi sonoramente risparmiati, vuoi mettere.
Uno dei luoghi che amo di più, tuttavia, è la cappella di Santa Margherita. Anche qui ricordo un aneddoto del nostro baldo Virgilio. Ne decantò le virtù, poi simulò un singhiozzo nell'ammettere un'ombra devastante: era inglese. Santa nella compassione, nell’amore coniugale e filiale. Quello filiale in particolare, a giudicare dalla santità dei suoi figli.

Di solito, cercavamo apposta negli anni quella guida, istruttiva e simpatica. Ci ridevamo su e proseguivamo nella visita. Ma oggi non è un giorno qualunque. Nella cappella mi soffermo sull'amore, che più assomiglia a devozione, tra i sovrani, la regina che muore alla notizia della scomparsa del consorte e del figlio. E’ un piccolo, pacifico gioiello, che prende le distanze dall'immenso cannone appena fuori: peraltro, si tratta di una old lady, come avvisa l’insegna, ovvero Mons Meg, che più di mezzo millennio fa terrorizzava i nemici, ma ora implora un livello di rispetto minimo, tipo non arrampicarcisi sopra. Non basta a ridare fiato alle battaglie la presenza di una vetrata dedicata a William Wallace. Qui vince l'armonia, scandita dalla preghiera e dai colori luminosi insinuati tra le pietre.
Quando esco, la nebbia marina è più compatta che mai e della città, si vede poco o nulla. Un maxi cartello con un “Yes” fora il muro soffice con un tocco di impertinenza, per il resto si danno il cambio corvi e gabbiani.

Bisogna scendere dolcemente, lasciarsi alle spalle la porta e il motto: nemo me impune lacessit. Ripenso anche al cardo, l'angelo custode della Scozia, che si unisce a questa fiera dichiarazione. La notte dell'agguato, quando gli scozzesi dormivano ignari nell'accampamento, ma i vichinghi si avvicinavano. Per coglierli di sorpresa, vollero procedere a piedi nudi, in pieno silenzio.
Il cardo si ribellò per primo all'astuzia e invocò almeno leale combattimento: punse la loro pelle nuda e i soldati gridarono dal dolore. Così la vittoria facile divenne sconfitta e il cardo, le sue spine protettive, si legarono alla storia della Scozia.
Come si capovolgono, le umani sorti. Ma questa notte, chi dovrà proteggere, il cardo custode?

La tregua, fuori dal castello, è subito interrotta. Mi ero immersa nel clima di battaglia civile, fin dalla zona del bed and breakfast: sulla sua porta un tenace adesivo "yes", che si replicava sulle soglie circostanti, ma spuntava anche qualche no e si faceva notare una bandiera del Regno Unito.
Ci si può guardare così, negli occhi, quasi con sfida, ma conservando il rispetto. Su Broughton Street apro l’Ipad e scatto una fotografia: la via sullo sfondo, in primo piano un sito Facebook, dove le immagini delle due possibilità di voto sono unite, in pace tracciando il cammino a partire dal 19 settembre, comunque vada. Affrontare il percorso verso il e dal castello vuol dire incontrare tante persone con adesivi minuscoli sulla giacca e – poche – altre che si espongono con bandiere, palloncini, ulteriori modi di attirare l’attenzione: questi ultimi appartengono soprattutto al movimento pro indipendenza e fermano i passanti senza timidezze.
Verso Leith Street un drappello più visibile con i colori della Croce di Sant’Andrea. Mi offre un adesivo che conservo, un ragazzino biondissimo che mi ricorda tanto il mio figlioccio. Penso che sì, avrà sedici anni e con un garbo da piccolo lord consegna la sua indicazione di voto ai passanti, da lui spesso visibilmente incantati. Penso che non è troppo piccolo, però, che voterà, che gli hanno dato fiducia e comunque vada per lui sarà una vittoria. Una sconfitta delle sue convinzioni o un sogno da dipingere nella vita del suo Paese, comunque una base solida da cui ripartire più forte. Sono molto giovani, questi militanti e quasi nessuno sa resistere dal prendere un gadget, a volte persino indossarlo. Io metto istintivamente l’adesivo sul polso, sotto la giacca. Voglio tenere in una simile giornata quel “yes” per ricordarmi l’incontro e nello stesso tempo non tenere lontano chi la pensa diversamente. Ho bisogno di ascoltare chi la pensa diversamente.
Invece, è terribilmente difficile. Me ne renderò conto con chiarezza più tardi, quando finito il giro al castello mi vengono date le istruzioni sul primo articolo da mandare all’Eco di Bergamo: righe e soprattutto tempi. Strettissimi, perché c’è un’ora di differenza con l’Italia e io non ho ancora trovato un no dichiarato.
Nel frattempo, di sì ne sono sfilati a iosa. Anche come l’improbabile sfida di Izzy, artista di strada che dalle sei di mattina – assicura – sta suonando con la fisarmonica “Flower of Scotland”. Il cartello che espone questo cowboy scozzese, chiede provocatoriamente: conoscete un novoter che sappia cantarlo? Non senza un nodo alla gola, scherza.
Si chiama come il chitarrista dei Guns N’ Roses: improbabile, penso, ma mi fermo un po’ con lui visto che la folla si sta diradando con lo spegnersi del pomeriggio. E’ difficile capire chi ci creda, chi ci stia attirando attenzione, chi cerchi anche di farci un piccolo business come sussurra la scatola in cui cadono le monete degli ammiratori. Lui tra poco se ne andrà e seguirà lo scrutinio con un amico. In un pub, magari. Non lontano, nelle strade che si stanno svuotando più veloci della luce settembrina, c’è l’Oxford Bar, irrinunciabile tappa per i fans dell’ispettore Rebus. E’ riparato dal cuore turistico, come a rivendicare la propria identità. Un pub semplice e irresistibile, dove il calore delle discussioni scorre con la birra. Sarà ancora più rovente stasera, come tanti altri locali.
Festeggerete? Vi commisererete? Siete indifferenti? E’ comunque una buona occasione per passare a prendere una bottiglia di champagne, oggi assicura il Villeneuve Wines.
Per le celebrazioni in casa, ma è il filo conduttore di questa notte in Scozia. I pub hanno una licenza speciale e potranno restare aperti per accogliere chi non vuole aspettare in casa. Chi vuole condividere con il maggior numero di persone, anche sconosciute, il verdetto che segnerà il futuro della Scozia.
Tra i più rumorosi, ci sono i catalani. Vestono la bandiera e si aggirano festosi per Edimburgo, come se votassero loro. Toccherà a loro, certo, tra un mese e mezzo: ma non sarà proprio la stessa cosa, visto che il referendum non avrà alcun valore legale. Ma non è ancora ufficiale oggi e i gruppi ospiti quasi battono per volume quelli scozzesi.


A Edimburgo, devo confessare, mi accade una cosa strana. Un fuori programma di amena modernità, oserei definirlo. Perché mi convinco di aver lasciato la penna e il blocnotes nel bagaglio a mano, nel bed and breakfast, quindi mi lancio alla ricerca di una cartoleria per rifornirmi. Incontro un sacco di negozi di abbigliamento o tecnologici, tant’è che mi rifornirò di altro, ma per trovare una biro devo frugare in un locale di souvenir. Eppure me la dimenticherò in fondo allo zaino, quando incontrerò uno dei personaggi più mirabili e continuerò ad appuntarmi tutto sullo smartphone.
Signori, è entrata in scena Fiona.
LE BANDIERE IN TESTA
Mettiamolo così. Tu lavori, tutto il giorno, dalle nove alle fatidiche cinque anglosassoni e cerchi di rimanere concentrato nella giornata che ritieni fondamentale per il tuo Paese. Quando hai finito, senza dare a vedere quel fuoco che ti scava, esci. E ti trasformi.
Come un Clark Kent qualsiasi, entri in una cabina immaginaria. Trovi un rifugio e ti cambi: la bandiera di Sant’Andrea annodata come un foulard al collo, adesivi di misura aggressiva con “yes” sulle maniche e altri più piccoli sul volto, una fascia sui capelli, una borsa di accompagnamento e infine bandierine conficcate nella fascia vicino alle orecchie. C’è anche un adesivo particolare, riservato a un tema che le sta molto a cuore: il sistema sanitario nazionale.
Fiona non passa inosservata, perché non vuole. Affronterà tutto il percorso di casa così e avrà un’arma in più: il sorriso. Oh sì, è chiaro, le numerose persone che si fermano a parlare con lei, tra cui qualche giornalista, sono attirate dalla dichiarazione sfacciata di sostegno all’autonomia.
Ma Fiona non è sfacciata: «Sei di un giornale? Ti prego, fotografami pure, ma non mettere il mio cognome».


Attorno a lei, non sapevano di questa sua idea. Della sua determinazione a sfruttare queste ultime ore per una propaganda massiccia. Vi sembrerà un’incongruenza, visto che la sua immagine comparirà sui giornali e quindi sarà riconosciuta. Eppure capita spesso. Penso anche durante il mio lavoro giornalistico quante volte sia accaduto di sentire questa richiesta: come se il nome fosse qualcosa di più prezioso, qualcosa in grado di garantire una reale protezione rispetto al volto. Si può essere un viso tra la folla, da confondere, ma il nome ci definisce, irrimediabilmente, in barba anche alle omonimie.
Fiona sembra una donna generosa: non ha figli, ma pensa al futuro dei bambini. E questo per lei è essere scozzese.
«Noi abbiamo una maggiore consapevolezza sociale – afferma – A me importa questo, come l’educazione. L’ambiente, la società, la sanità per i più deboli sono priorità per noi, non le guerre». Si preoccupa dei ragazzini – in Scozia gli studenti universitari non pagano tasse, sapete -  e ancora di più degli anziani.
Westminster. Quando sussurra questa parola, è come se evocasse un mondo lontano. Nulla contro Londra, è Westminster. Concetto che mi ripeteranno altri yesvoters.
«Ora vado – dice Fiona – devo raggiungere una mia amica e stasera aspetteremo l’esito del referendum insieme». Si allontana in quella nebbia gelida che non è nebbia, in quel respiro del mare che non vuole lasciare la costa e la sua storia. Fiona continua un viaggio, tra passanti che la fermano e implorano di scattare una foto con lei, specialmente se si tratta di turisti.
Fiona non è un’esaltata, è una donna gentile che crede nella cultura e nel prendersi cura degli altri. Non si aspetta la vittoria («Troppa propaganda mediatica contro, troppe paure»), ma nessuno potrà toglierle il diritto di sperare.
Fa sempre più freddo e la folla si dirada, anche tornando verso Prince Street. Determinata, fermo una coppia di anziane amiche. Accidenti se una di loro non voterà no. In un certo senso, non sbaglio. La scozzese è per il sì, ma la sorpresa è l’altra: inglese, naturalmente. Due amiche quasi inseparabili, che fingono anche di bisticciare ridendo per le inesistenti telecamere.
Sì, vanno in vacanza insieme, pure. E oggi la scozzese ha messo nero su bianco all’inglese che vuole separarsi dal suo bel Regno. Pazienza, è la replica dell’altra, che ha sposato uno scozzese. Continueranno a viaggiare insieme e si divertiranno un mondo. Del resto, se entrate nelle loro case, troverete uno specchio di questo mondo: chi ha il genero scozzese, chi la nuora inglese. Il Regno Unito è una famiglia che questa sera – la sera più importante dell’anno – sta facendo shopping insieme.
Il cane, è un’altra storia. Un signore, con barba e cappello da cowboy (ma nel segno del tartan) ha deciso di arruolare pure il cagnolino alla causa, avvolgendogli al collo un foulard bianco e blu. La bestiola, a onor del vero, non sembra convintissima, ma non ne fa nemmeno un dramma anche perché si prende coccole continue dai passanti.
NON E’ LA VIA
Di lì a pochi metri, un drappello che scandisce il sì, lancia attraverso una donna dai capelli lunghi e scuri un appello che sa più di anatema.
E i vicini di casa – con mio sommo sollievo di giornalista – sono i supporter del no. Così conosco Oliver. Quello che si può definire un gran bravo ragazzo.


Indossa jeans e un giubbotto e alla mia richiesta convoca i suoi soci di campagna elettorale per una foto tutti insieme. Ha 27 anni e proprio non capisce perché bisognerebbe pronunciare questo addio all’Inghilterra. «Non è questa la via – afferma, con un ardore composto che non mi suona affatto contraddittorio – Ce l’hanno con Westminster? Ma pensi, non è mai stato così vicino alla Scozia come negli ultimi anni. Cameron non è forse un nome scozzese?».
Ripasso. David Cameron, nato a Londra che più Londra non si può, nel 1966. Tuttavia, Oliver ha ragione: il padre di Cameron è scozzese, come trapela dallo stesso cognome, di un noto clan. E del resto, prima ancora e dall’altra parte politica, rammenta Oliver, c’era Tony Blair, nato a Edimburgo.
No, non bisogna staccarsi – insiste –e invece occorre cogliere le promesse fatte da Cameron sui maggiori poteri che verranno concessi alla Scozia.
Insieme, ripercorriamo anche il legame della famiglia reale. Mentre parla, ripenso al Glamis Castle, nei pressi di Dundee, uno dei castelli che mi ha sempre affascinato di più. Lì si sente il passaggio felice della Regina Madre, lì era nata anche la sorella di Elisabetta: come un mondo fatato, dove non entrano gli spettri o almeno si prova a tenerli lontani. Oppure a rispettarli, come la donna alla quale si lascia una sedia vuota per la messa nella cappella.
Proprio a Glamis, Carlo e Camilla (il castello appartiene ai Bowes-Lyon, nome che suggerisce anche il vincolo acquisito con quest’ultima) hanno inaugurato un memorial dedicato alla Regina Madre.
Ma poi riaffiora il tema di William e Kate, del loro amore sbocciato qui, in Scozia. Vorrà pur dire qualcosa. Che ormai non ha senso separare due popoli, il cui destino è forgiato insieme da un pezzo. Annuiscono gli amici di Oliver, mentre ormai si è pronti a sbaraccare. Si mettono in posa per la foto di rito, mentre le prime luci artificiali si impossessano della sera e illuminano il loro sorriso. Sembrano i quattro moschettieri e immagino che D’Artagnan, la guida, sia il signore con qualche anno in più, pantaloni bianchi, giubbotto e coppola; uno dei ragazzi invece porta calzoni rigorosamente con il tartan, una giacca e la cravatta, mentre esibisce con l’ultimo giovane del quartetto il cartello “No thanks”.
Accanto, l’anatema della donna prosegue e c’è un’unica parola che risuona nell’aria: yes.
Ma ora, i banchetti si smobilitano. E’ finito il tempo della propaganda, anche quello del voto. Adesso inizia l’attesa, l’ultimo momento – si spera – in cui essere divisi.