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giovedì 13 febbraio 2020

Corsi e ricorsi

Sotto quel soffitto importante, sentivo parlare di filosofia teoretica. Bausola. Il magnifico rettore, ma lui era così umano che nemmeno in quegli anni riuscivo a chiamarlo così.

Trent'anni dopo, 33 per la precisione, sono ancora qui, nell'Aula Magna dell'Università Cattolica: stanno presentando il Salone del Mobile di Milano, lo schermo rosso dalla scritta bianca, si fa sfiorare dallo sguardo.
Mi viene da sorridere pensando che forse proprio qui o in corridoio, arrivò un compagno baldanzoso - uno di quelli che come diversi di noi studiava Filosofia con la mente già orientata su Comunicazioni sociali - ad annunciare che una rivista di design cercava aspiranti giornalisti.

Ci andammo solo in due, a bussare alla rivista: io, poco filosofa, e l'amica così differente da me... che tutti ci scambiavano per sorelle. Sembra un paradosso, ma noi sappiamo che non lo è: lo abbiamo capito ancora di più adesso.

Lì iniziò tutto, adesso sono qui, in quest'aula a prendere appunti su un computer per scrivere un articolo. 

Forse, sono un'aspirante giornalista.

E mica finisce lì, perché la sera devo rientrare a Milano per l'ultima tappa del corso di conversazione di inglese. Non c'è diploma di liceo linguistico che tenga: avevo voglia di frequentarle, queste lezioni per giornalisti, per vari motivi. Pratico, così le interviste in inglese saranno più agevoli in futuro. 

Ancora più pratico: un tempo, non sapevo perché studiavo (e pure poco, preferivo stare attenta in classe e poi dedicarmi a cose più interessanti a casa). Magari per compiacere gli altri, quelli importanti - la famiglia - e quelli un po' meno.

Adesso, ancora una volta, mi ha spalancato un mondo la Beata Benedetta Bianchi Porro.

Adesso, studio perché mi va. Una parola, un'espressione nuova, una sfumatura, l'angolo di un sorriso alcuni mi restano dentro, altri se ne vanno con un battito di ciglia, eppure ciascuno è importante. La sera, quando arrivo all'ultima lezione sono stanca e neanche certa di avere avuto compiti da svolgere: la medesima stanchezza leggo sui volti degli altri. Ma siamo felici. Perché non importa quanti anni abbiamo, ci stiamo appassionando a qualcosa. Da egocentrica, riconosco che ammiro solo qualcuno più di me in questa stanza: i miei compagni di studio.

Stanchi, con i capelli grigi, qualche ruga, affanni: dentro gli occhi, tuttavia, quella luce che significa ardere dal desiderio di imparare in un mondo che ci appare troppo dominato dalla nebbia di sapere.

Corsi e ricorsi. Sono un'aspirante giornalista, da trent'anni abbondanti.

E studio, per non sapere.

Corsi e ricorsi, che mi cullano nella notte e spero mi facciano risvegliare domani mattina, come quella fanciulla tratteggiata da Chesterton nell'Uomo che fu Giovedì.  

Con inconsapevole gravità da fanciulla.

lunedì 15 agosto 2016

(Notte e) Preghiera di una creatura per la sera

Ti arrampichi  sull'altare di legno che è la vita e sembri rivolgerti più al lago che alla luna.

Hai compiuto tre anni e mi ostino a chiamarti cucciola, persino quando sei così seria e concentrata. Io penso in una preghiera, che sai dire - non recitare - meglio di me.

Una preghiera della sera, con il sapore di Rimbaud e degli angeli che sbarbava il nonno, o forse più alla Chesterton, con quella "inconsapevole gravità di fanciulla". Con la semplicità di una creatura che troppo spesso l'umano ritiene inferiore e che a volte mi sembra che veda tanto di più.

Anche oltre l'orizzonte tu scruti e scorgi qualcosa che io neanche so immaginare.

Eppure il tuo cuore umile e innamorato manda nei tuoi occhi il messaggio più prezioso: grazie.

Grazie, Signore, che ci hai creati, che ci hai portato qui su paesaggi immensi, che ci hai dato  amore e ci hai insegnato ad amare, anche quando non ci credono. Grazie di ogni creatura, abbracciata da San Francesco.

Grazie anche delle volte in cui ho paura, perché guardo accanto a me e trovo coraggio, nei volti e nelle forme che mi offri tu.

Grazie perché amo, nelle ombre e nelle luci della sera, e quella luna lì mi sembra di poterla toccare. Altrimenti stanotte sognerò di giocarci, ma piano, senza farle male.

venerdì 27 giugno 2014

Ci assomigliamo

La mia gemella mi guarda: non ci assomigliamo più. Capelli lunghi, appena mossi; corti e ricci lei. Ci dividono tutti i colori, tranne quello degli occhi.

Ma chi li guarda gli occhi, poi. Chi li guarda più.

Se mettessero occhiali speciali per le anime, forse si ricrederebbero. Perché dopo tanti anni restiamo Gregory e Syme, inconciliabili che pur si scambiano i ruoli. Gli occhiali servono non per scorgere la somiglianza nelle anime, ma il filo che le lega.