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domenica 3 dicembre 2017

C'è sempre un signore

Apro un libro speciale a cura di Giuseppe Gabri: i 20 anni di "In tra da nögn". Lo so, che se ci finisco dentro, in quegli anni, non ne esco più.

Vedo persone a me care celebrate come giovani colleghi. Scorgo storie così vicine a me che non so se sorridere o commuovermi. Facciamo entrambe le cose, dai.

Poi inciampo in una serata in cui ho parlato persino io. Ed erano tempi in cui detestavo parlare. Ma c'era da raccontare lui. Non solo il mio primo capo. Quello per cui ho iniziato, e il cui stile di giornalista ho capito meglio di anno in anno: perché già stava rischiando di scomparire, divorato da fretta e volgarità.

 Sì, gli ho voluto un mondo di bene.

E sì, l'ho sempre chiamato signor Fusetti. In barba al vezzo giornalistico di darsi del tu, per una presunta democrazia. 

sì, io stavo bene alla rivista dove scrivevo mentre studiavo. E sì mio padre mi suggerì: manda una lettera al signor Fusetti. 

Fu quotidiano. Con tutte le conseguenze del caso. Ma spesso ripenso allo stile preciso e garbato del signor Fusetti e delle altre persone spettacolari che ho incontrato e letto in quegli anni di Prealpina, ai tempi di Mino Durand. Uno per cui in questo periodo ringrazio pure Facebook, perché ne leggo ricordi intrecciati a canzoni: Maniglio Botti.

E medito: non importa quanto volgarmente urli il mondo, c'è sempre un signore nella tua vita dal quale puoi imparare tanto. Persino più di uno.

domenica 30 aprile 2017

I volti dentro una laurea

Venticinque anni. Uno sguardo casuale sulla tesi, una domanda che mi piomba addosso e focalizzo la data della mia laurea: aprile 1992. Avevo 23 anni e terminavo un pezzo di vita, mentre già ne avevo aperto altri, un po' forsennatamente insieme.  Sta terminando questo mese, con il suo silenzioso anniversario, e mi fermo a ricordare.

Che strano: rivivo quel giorno, papà e mamma che mi portano a Milano, ma restano fuori a causa della mia agitazione e un po' anche della loro. Entra il mio caro amico Beppe, unico ammesso. Pochi frammenti, poi l'abbraccio ai miei e mentre brindiamo, ho già un sacco di cose da fare, mi assicuro.

Sì, quel giorno è importante, eppure quasi vola nella mia memoria, perché inciampo nella sera prima. Dovrei essere a casa a ripassare o a riposare, ma mi fermo fino a tardi nell'aula del municipio dove scorrono i risultati elettorali. Da una parte è febbre giornalistica, sì. Quello è un periodo in cui potrebbe cambiare tutto, con le avvisaglie e poi  la bufera di Tangentopoli, oppure niente.

Ma contano di più le persone degli anni, delle stagioni, delle fragili previsioni. Nelle ore in cui mi laureo, Marco Sartori viene eletto deputato e i suoi occhi brillano di gioia, forse con una scintilla di incredulità. Io ho 23 anni, lui che è come un fratello il mese dopo ne compierà 29. Sembra tutto così strano e travolgente, un nuovo inizio per ciascuno di noi.

Oggi non riesco a non pensare che ho 48 anni, l'età in cui lui ci ha lasciato. Con il tempo che prima l'ha portato via, poi gli ha reso omaggi da galantuomo, lo so: vorrei far credere a me stessa che così procura meno dolore, ma un corno.

Risento la sua voce e un'altra quella sera, che pur direttamente non ho ascoltato. I cellulari sono ancora un miraggio e vengo richiesta in non so quale ufficio del Comune, perché c'è una telefonata dalla redazione, allora guidata dal mio maestro gentiluomo Gianni Fusetti. Mi avvisano che ha chiamato il direttore, Mino Durand, ed è furibondo con me.

Motivo dell'ira: "Ma Marilena dov'è?! In Comune per i risultati elettorali? Disgraziata, mandatela subito a casa che domani mattina presto si laurea!".

Sono cresciuta abbastanza da non lasciarmi afferrare dal magone, bensì dalla gratitudine. Persino dall'orgoglio.

Ho conosciuto persone meravigliose, alcune mi hanno voluto un mondo di bene. Ho vissuto tempi in cui si poteva stare umani. In cui ci si preoccupava degli altri, anche quando si rideva. In cui non c'erano cellulari per raggiungerti in ogni istante, ma si sapeva come farti arrivare il messaggio più importante.

E di quei tempi, sarà rimasto pure qualcosa, lo sento mentre chiudo la mia tesi nel suo cassetto.

Con Marco che ride e parte per Roma, deciso a fare seriamente. Con papà che sopporta che quella disgraziata di sua figlia sia fuori fino a notte fonda invece di ripassare o studiare per il momento per cui ha tanto sudato, il momento che forse lui aspetta più di lei. E con Durand che se non chiudo questo cassetto ora, per precauzione mi sgrida ancora.

lunedì 30 novembre 2015

Il mio capo e la laurea

Sono volati 25 anni, anche se non posso nasconderne il peso. Entro nella prima redazione della mia vita, con una lettera incerta e un'esperienza milanese che poco si sposa con il quotidiano.

Incontro il mio primo capo. Una persona scrupolosa, innamorata della storia, della famiglia, persino di questa folle umanità. Non conosco, non abbastanza, le sue ferite: sono troppo giovane e irresponsabile. Lo seguo, scalpito, lo capisco a poco a poco e mai abbastanza.

Non riesco ad acquisire la scorza che lui auspicava, non so se davvero.

Poi va in pensione e il mondo professionale è così diverso, senza di lui. Rare le luci. Un giorno,  mi chiama e mi chiede di leggere un suo manoscritto. Dattiloscritto. Mi stupisce, mi sconvolge che lo chieda alla sua alunna. Forse, solo in quel momento sento Firenze sotto la mia pelle, ma non so se gliel'ho trasmesso abbastanza.

È ancora vicino, lo vedo, ci parliamo, prima di una nuova sofferenza, il Parkinson bastardo. Lo scorgo spesso mentre spinge la carrozzina con la nipotina.

Dopo tanti anni, che sono così pochi, apprendo che la nipote si sta laureando. Con una tesi sul bastardo Parkinson.

Il signor Gianni (non riuscirò mai a chiamarlo in modo differente da quel primo giorno)  è andato avanti, come dicono gli alpini, ma io lo vedo sempre. Nelle sue delicate liriche, nel tracciare una notizia senza schiavitù, nel non alzare la voce se non per l'ultima vigliaccata subìta dalla nostra Pro Patria, nello scrupolo che riguarda la stesura di un'apertura di giornale o di una breve.

Il mio capo e la laurea di una piccola ormai adulta. Che sa che il Parkinson, come la falsità, non potrà mai vincere davvero.

Brava Maddalena.