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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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sabato 16 novembre 2019

L'omaggio silenzioso dei musicisti

I Mandolinisti Bustesi per la piccola Chiara. Tutta la loro arte, la loro passione, la loro solidarietà per una bambina che sembra essere volata via, ma torna fedele e bellissima nei cuori come una farfalla.

L'attesa, la magia, la promessa che risuona al Teatro San Giovanni Bosco, per sostenere l'impegno della  Casa di Chiara. E c'è da chiedersi se esista qualcosa di più commovente di questa orchestra storica della mia città che sa viaggiare ogni oltre frontiera, mentre prende i suoi amati strumenti e offre note per la bimba che ci ha cambiato la vita.

E poi sì, scopro che c'è. I musicisti depongono gli strumenti. La voce viene ora consegnata interamente al pianoforte, perché possa riempire l'aria, l'aria di Chiara la musica che la aiutava a stare meglio, come racconta papà Marco.

L'omaggio silenzioso dei Mandolinisti, tutti immobili tranne i cuori che battono forte.

Poi, riprendono in mano i fedeli strumenti e consegnano le ultime note al ritmo della vita.



lunedì 29 luglio 2019

Il gigante e la bambina

Ci sono fortune che siamo troppo piccoli per ricevere. Io quarant’anni fa stringevo la mano ad Angelo  Borri.

Quella foto, come quel premio (il Villa dato a un folto gruppo di ragazzini) sono rimasti rispettivamente in un album vergato da mio padre e in uno scaffale. Poi, un po’ di dettagli diventano sostanza.

Quel sindaco di Busto Arsizio si chiamava Angelo Borri e abitava a poche centinaia di metri da noi. Un uomo che ho conosciuto a poco a poco e mai abbastanza. Nell’articolo che ricopiai nel diario c’era pure Nino Miglierina, quasi a farmi vedere la strada che avrei intrapreso da giornalista.

Solo oggi, in occasione dei cento anni della nascita di Borri (proprio come la sua e nostra Pro Patria ricordo in un articolo http://www.varesenoi.it/2019/07/30/mobile/leggi-notizia/argomenti/opinioni-1/articolo/la-generazione-che-ha-bisogno-di-angelo-borri.html) riprendo in mano quel libro. Dentro c’è una cartolina che mi invita a diffondere con il mio sorriso la gioia di vivere ed essere buona. Non so chi l’abbia scritta.

So che il volume si spalanca al capitolo sesto.

Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d’aver dei fatti da raccontare.

Quasi a ricordarmi con più vigore come avrei dovuto fare il mio mestiere e chissà quante volte (non) ci sono riuscita.

Allora dopo aver scritto un articolo, dopo aver fatto la giornalista oggi, apro un cassetto di Malu. Dentro, c’è questa foto.

Il gigante e la bambina, che stenta ancora a imparare. Un gigante così grande, da non far sentire piccola una ragazzina.



martedì 25 dicembre 2018

Natale, senza diventare di gesso

In questo Natale ci sono dei super fortunati. Sono i sinaghini, gli abitanti del mio rione, ex Comune, che hanno potuto stringere tra le mani il racconto di Natale di Ginetto Grilli.

Il maestro ha scoperto un segreto. Sant'Antonio, il Gesù Bambino e il ragazzino scalzo che tende la mano per ricevere  il pane, non sono sempre di gesso. E hanno tanto desiderio di sentire i vecchi canti di Natale.

Io non posso svelare tutto il racconto, ma lo assaporo di parola in parola.

E penso anche questo.


A volte si può, mi verrebbe da dire si deve per non andare a pezzi, diventare di gesso. 

Ma c'è sempre un modo per restare intrisi di umanità. O divinità.

C'è veramente poi differenza?

Buon Natale.


venerdì 14 dicembre 2018

I Magi e il bisogno di scoprire

Quando ero piccola, mi rammaricavo che oltre l'oro Gesù ricevesse due doni poco significativi come incenso e mirra. Non fosse altro che ne sapevo poco: della seconda soprattutto.

Ora, mi rammarico di quanto fossi cretina. E penso che non esista niente di più desiderabile.


Doveva essere una serata sui Re Magi dei B300, nella nostra biblioteca dedicata a un grande uomo come Roggia che questo luogo sacro di Busto ha reso possibile. E sui Magi ho imparato, compreso il fatto che proteggono la mia città.

Ma Giuseppe Montalto mi ha rivelato ancora una volta come il potere delle erbe sia qualcosa che va al di là della nostra comprensione. Che il vero oro è quello che non si calcola.
Che la natura ha detto tutto, basta saperla ascoltare. E che la Bibbia ha cercato invano di chiarire, persino ai testoni come me.

Le coincidenze, queste sconosciute. Perché se i Magi passarono o Barbarossa li portò (questione di punti di vista) non è un caso. 

martedì 27 novembre 2018

Adesso ti conosco, nonno (grazie Bidén)

Ci sono persone che conosci da sempre, e conosci sempre, anche quando apparentemente non ci sono più. Le tieni nel tuo cuore, flash che si intersecano con la linea della vita e non la lasciano. 

Eppure, puoi conoscerle ancora, proprio perché di vita stiamo parlando. Come l'Augusto, come ul Bidén.

Ci vuole una serata come quelle che sa organizzare la squadra dell'"in tra da nögn" per scoprire qualcosa di più profondo ancora su quest'uomo che sapeva rispondere per le rime alle difficoltà e ai potenti maldestri e arroganti. Che amava alzare il bicchiere con gli amici, l'ultimo ancora, in una sequenza che scorre in un film ininterrotto, capace di battere anche la morte.

Infatti martedì sera abbiamo brindato con lui.  La famiglia di Augusto Brazzelli Lualdi, in testa i due straordinari nipotini che si sono messi a tenere banco con una naturalezza spettacolare e a masticare persino quel dialetto che ormai si parla con timidezza. Gli amici che il bustocco lo cullano con tenerezza, tanto più quando si tratta dei versi del Bidén.

E ancora, un piccolo prodigio: il ritorno di una gran parte di squadra della Baraonda, la rivista satirica che ha fatto dispetti deliziosi per il Carnevale a Busto. Anche lì, l'Augusto, maestro di vita, non di cerimonie, con la sua penna pungente, che non temeva nessuno, senza mancare di rispetto. Io socchiudo gli occhi ed entro in quel tempio sacro, dove ero stata ammessa incredibilmente da ragazza. Prima del profumo della carta, quello delle pietanze e il primo richiamo del vino. Perché la creatività, si nutre. Specialmente della tradizione, come qua a "La Rava e la Fava"promette di fare in modo innovativo lo chef Alexandros Faccincani, il suo menù sarà "back to the future", spiega.
Il Pedèla, il Giavini, il Gabri, Tiziano Riverso che racconta aneddoti e per farci sorridere commuove tutti.

Tanti momenti si intrecciano in questa serata, ma ce n'è uno che poso con delicatezza sul finale. Quando il nipotino racconta che lui, il nonno non ha potuto mai vederlo. Ma adesso è come se l'avesse fatto. Lui ora lo conosce, anche se già lo conosceva. Come ciascuno di noi

Adesso ti conosco, nonno.

Adesso ti conosco, amico.

Grazie Bidén e versiamo  un bicchiere. Anmò.


 

lunedì 22 ottobre 2018

Il primo passo, con voi

Il compleanno del nonno, una data così bella da farmi superare anche quel ghiaccio di nome pudore. Se ho avuto il coraggio non solo di scrivere, ma di pubblicare il primo libro, è perché non era solo mio. Perché mio padre Nino si era portato avanti e io dovevo solo completare. 

- Quando pubblichi tutti quegli scritti che hai nei cassetti?

Bisogna rivelarsi, bisogna soffocare lo sgomento, bisogna fermare poi la paura di dire troppo o troppo poco. Quel giorno in cui decisi che questo libro doveva uscire e con l'immagine di mio nonno Giannino in copertina, era immerso in un mese e anno da spavento: novembre 2008.

L'anno dopo "Quando il nonno prese per il naso il re", edito da Nomos, era pronto a uscire e la sera giusta era il 22 ottobre: per il compleanno del Giannino, appunto. Quella sera che è rimasta unica. Accanto a me due amici speciali e pazienti. Le prime file occupate da volti emozionati: appartenevano tutti alla mia famiglia. Ai discendenti di Giannino e a quelli delle "piccole donne", le sorelle della nonna Giuseppina. Una piccola grande famiglia, che si radunava.

Così a volte dico a mio padre: il primo passo, ancora una volta, sono riuscita a compierlo con te. Ma poi aggiungo: con voi. Alcune delle persone in prima fila e non solo, nel frattempo, sono andate via. A compiere altri passi in altri luoghi che non si vedono e forse persino a vegliare sui miei.

Ma sono grata di quella sera, unica e inimitabile.

Buon compleanno, nonno Giannino, e chissà se prendi per il naso gli angeli, con timore reverenziale.

giovedì 12 luglio 2018

Notte e sguardi avanti

Una serata così, tra gli amici del mio maestro e altri fili di vita ancora. Lo so, sembra che io e il maestro (d'ora in poi definito nel suo corretto ruolo "il prof") abbiamo gli sguardi incrociati, distratti dalla foto.

Ma è perché siamo felici e cogliamo tanti sguardi avanti. 

Grazie al Lions Club Busto Arsizio Europa Cisalpino, perché li ho sentiti immersi nei programmi, perché ho viaggiato con loro nei mesi scorsi, perché ho rivisto dentro i loro sorrisi l'amico Walter partito troppo presto. Perché il prof ha parlato e ancora mi ha fatto pensare che dovere bellissimo sia parlare, costi quel che costi, per non far dimenticare chi ha parlato saggiamente prima di te.

Perché mi ha colpito la voce di uno di loro, quando si è incrinata al pensiero dei bimbi ricoverati in Pediatria. 

Perché a me, sembrano chiedersi quei piccini con gli sguardi, ha osservato il signore. Ed è una domanda che poi ci resta addosso, crescendo, senza avere più innocenza a consolarci.

Sguardi, sguardi. Sguardi che si vogliono bene, che scoprono, che spronano. Che vanno avanti, in una sera d'estate, a esplorare nuove stagioni, fioriture di vita, ancora.

Notte e sguardi avanti.


venerdì 13 aprile 2018

I bambini che ti scrivono nell'anima

Invitata alla Settimana della lettura tra i bambini, porto con me il capitano Scott. Non posso presentare  le storie più recenti che ho scritto  - penso - troppo dure per i più piccoli.

Porterò "L'importanza di essere secondi" che mi fu tracciata nell'anima più di quindici anni fa e proprio passando dalle scuole decisi che dovevo metterla nero su bianco.

Questa mattina sono all'Ada Negri, l'istituto del rione dove mi sono trasferita da qualcosa come vent'anni. Eppure - mi dico - non vivo ancora lì, ci abito.

Sì, racconterò di Scott, dei suoi amici, del Polo Sud, di come arrivare primi sia fantastico, ma rimanere fedeli agli altri e battere la paura nel gelo antartico lo sia ancora di più. Poi vedo gli occhi chiari di una bambina, tingersi di lacrime quando il capitano sta scrivendo le sue righe d'addio.

E decido di cambiare registro. Di passare alle storie successive, di narrare le più divertenti. Di sobillare dolcemente le ragazzine raccontando delle donne più determinate di Braveheart in Scozia. Naturalmente, narrerò solo le storie a lieto fine.

Lei alza la mano: ma come termina la storia della giovane Isabella, che sfidò tutto e tutti per andare a reclamare un diritto che gli uomini ripudiavano, posare la corona sulla testa di re Bruce.

Non mi posso tirare indietro, così incalzata, e sono pronta a incassare nuove lacrime. Allora giro la frittata: adesso ragazzi, parlate voi, fatemi delle domande.

E di domande mi riempiono. Molte, terribilmente sagge, roba che io le ascolterei per ore, per crescere. C'è una ragazzina che ha tante storie in testa e deve assolutamente metterle per iscritto. C'è chi vuole conoscere il libro precedente, qualcuno indaga sul primo.

Il primo - spiego -, l'ha scritto mio padre e parla di mio nonno. Io l'ho solo concluso. Uso un'espressione che svela la bambina che sono: non so parlare di morte. Dico, che l'ho terminato quando mio padre se n'è andato.

A fine incontro, una bimba alza disperatamente la mano: ma poi il tuo papà è tornato?

No, piccola, non è tornato. E' proprio lassù.

E io piccola mi sento, davanti a voi. Specialmente alle ragazzine - scusate la discriminazione, maschietti - che se ne vanno malvolentieri, a un paio che improvvisamente mi abbracciano, a quelle che mi dicono: ma tornerai?

Io oggi più che mai so che posso scrivere tutto ciò che sento e voglio.

Ma i bambini, ti scrivono nell'anima.

venerdì 6 aprile 2018

Notte e quelli che sanno far sorridere

Gli occhi non mentono e sanno brillare di lacrime, che tu pianga o tu rida. Stasera, arrivata di fretta tra pensieri e magone, oso sorridere. Poi inizio a ridere, a non restare ferma, a inseguire con lo sguardo la bravura degli atleti sul palco.

Io lo so, che è una sera speciale. I dieci anni dei Reattori al Teatro Fratello Sole. Una storia di amicizia che sul palco riversa talenti e sacrifici .Perché anche se è una passione, il palco è esigente.

Io rido, rido forte. A volte mi interrompo, guardo dentro di me, di noi. Rivivo il dolore di non poter abbracciare una bambina speciale. Ma poi, è lei ad abbracciarci.

Lo sento nell'applauso, in una corrente di emozione che ci attraversa, nel richiamo degli amici sul palco, nell'atto silenzioso di una donna gentile che fino a pochi istanti prima mi aveva fatto tanto ridere con la sua bravura e ora ha un piccolo, immenso gesto di delicatezza.

Quelli che sanno far sorridere, spesso hanno pianto tanto. Ma ripartono ogni giorno, ogni sera. Imparano nuove storie e le offrono senza chiedere nulla, se non la gioia di un pubblico che apprezza, un gesto di attenzione a chi vorrebbe sorridere ancora.

Notte e quelli che sanno far sorridere.
https://m.facebook.com/La-casa-di-Chiara-513641192139763/





giovedì 5 aprile 2018

Se (non) si chiamasse dialetto

Si chiama dialetto. E se non si chiamasse dialetto? Forse non si chiama, dialetto. Lingua, cultura... Mi piace questo termine, voce.

Io leggo, ascolto, assaporo, scrivo un poco, ma parlo raramente il dialetto, nei luoghi dove mi sento più libera, come nello stadio e nella mente. Sabato 7 aprile in biblioteca (quella che se esiste, lo deve a Roggia, un professore piemontese e mondiale che a Busto ha dato tutto per riflettere) ci confronteremo, assaporeremo, ci rimbrotteremo su quella e quell'altra pronuncia…

Perché a Busto siamo così. Diversi da tutto il mondo attorno, giusto perché il mondo amiamo. E ci dividiamo pure tra noi, perché la pronuncia di Sacconago ad esempio sa differenziarsi. Ma dove sembriamo dividerci, ci ritroviamo.

Se non si chiamasse dialetto, chissà quanta importanza gli verrebbe attribuita anche da chi oggi ne sorride.

Io lo chiamo dialetto, voce, identità, energia. E più di tutto, voglia di ritrovarsi dentro qualcosa tracciato da altri, in cui possiamo sentirci liberi. 

giovedì 29 marzo 2018

Più forti delle buche

Finalmente una buca amica: quella in cui la testardaggine dell'asfalto morente, che si sbriciola ma non molla, lascia lo spazio a una pianticella più cocciuta di lui.

Spesso raccolgo i vari sfottò su Roma, anche per la questione voragine. Io cinque anni fa sono cascata nella capitale, e malamente, senza peraltro poter accusare una buca, ma quella bella pavimentazione troppo storica per le mie caviglie. Nella mia città situata nel cuore della Lombardia efficiente, sono caduta pochi mesi fa e questa volta sì, c'entrava un cratere disseminato lungo la via.

Cratere che naturalmente esiste ancora, anzi si è accentuato, a pochi metri dalla scuola.

Ma più forte delle buche è la speranza. Anche quella di una pianticella che prende casa in un simbolo di degrado e decide di abbellirlo per un po'.

L'unica tristezza è che la piantina non sia eterna. La buca, invece, sì.

domenica 11 febbraio 2018

Giorgio e la gratitudine

Oggi tra i singhiozzi che non voglio lasciar vincere, penso a ciò che mi ha insegnato Giorgio. E la lista è troppo lunga, perché io possa consegnarla a questi minuscoli cassetti.

Non solo perché ci conosciamo da tantissimi anni. Anzi ancor prima, perché i nostri padri - come lui amava ricordare - lavoravano nella stessa azienda. 

L'ho sempre visto garbato, smorzare un problema con un sorriso, ascoltare con pazienza e molto altro.

E quando il dolore si è affacciato, Giorgio mi ha saputo ancora stupire. Perché era bello stare da lui e da sua moglie, ascoltare, imparare a smorzare un problema con un sorriso.

Più di tutto, sentirgli dire; sono stato fortunato, ho incontrato tante belle persone.

Così, Giorgio, ti risento e rivedo quella luce nei tuoi occhi: la gratitudine, sempre. La forza di vedere il bene che ha attraversato le vite e di sorridere, ancora.

Buon viaggio, Amico, sempre con quel sorriso che mi ha guidato per tanti anni e ancora lo farà.


venerdì 26 gennaio 2018

Notte e la festa non fa rumore

C'era una festa, nella piazza della mia città, e risuonava di sorrisi di bimbi e voglia di rinascere dalle ceneri della paura.

Ma si sono accorti solo di ciò che li faceva gridare all'orrore (dove a onor del vero non mi ero fermata perché mi era bastato vedere Giöbia scritto in modo sbagliato).


Un giorno vorrei che venissero nella mia città, come in ogni città, con i riflettori spenti e la luce nel cuore. Non a etichettarla, ma a conoscerla.

Notte e la festa non fa rumore.

giovedì 25 gennaio 2018

Notte e se riesci a far sorridere

Mentre fuori piomba  addosso alla giornata una tragedia, tu hai la fortuna di poter stare lontano da schermi e da  immagini di morte. Il dolore non si può ignorare, però. La morte in realtà la ritrovi, tra le paure che ti raccontano i bambini. Le appiccichi sulla Giöbia promettendo di bruciarle con l'inverno e ogni angoscia, un'idea portata avanti da noi dell'associazione B300.

Sarà per i loro sguardi, i loro canti, le timidezze dei ragazzini e la loro audacia allo stesso tempo, che puoi cercare di vedere una giornata a colori almeno per qualche istante.

Ma non solo. Perché a un certo punto una scolaresca ti rivela cos'ha fatto in queste ore.

- Abbiamo fatto sorridere cinquanta persone!

- Come avete fatto?

La bambina spiega che hanno cantato le canzoni della tradizioni e tanta gente ha sorriso loro lungo la strada. 

- Anzi, si sono affacciati gli studenti del liceo.

- Ma gli studenti sono tanti, allora i sorrisi erano molto di più.

Me lo conferma il suo sorriso che si allarga.

Se riesci a far sorridere, è già lontana la paura.

Notte e se riesci a far sorridere.
 

I cattivi che non fanno male

Concentrata, ritaglio adesivi del nostro amico Ul Kativu. Sì, quello che popola per poco gli incubi del fumetto della Giöbia. Ai bambini piace moltissimo, e anche me.

Perché è crudele, senza dubbio, ma non a lungo. Perché sa accettare il sortilegio del bambino. Scompare, tornerà. Avrà anche lui una crepa dentro di sé, che ancora non ci può confessare.

Penso ai cattivi che ho amato, prima di tutto Snape (Beaton) di Harry Potter, come se fiutassi per fortuna o affinità che era un dannato buono.

I cattivi che non fanno male, sono quelli che fuggono in un angolo a piangere, un angolo in cui non li vediamo. Ma una parte di noi, li scorge benissimo. E si mette al suo fianco, in silenzio.
25 gennaio, i B300 e i loro personaggi - adesivisissimi- tornano. 
http://www.varesenews.it/2017/01/riprendono-gli-appuntamenti-da-boragno/584990/


domenica 31 dicembre 2017

Ginetto e il bene dal bene

Un anno passa velocemente quando ci si vuole bene. Quando si vuole il bene. Quest'ultima parola splende, abbracciando il maestro e amico Ginetto Grilli. Oggi compie 92 anni ed è un ragazzino che poche settimane fa in Alsazia mi sgridava bene(volmente) alle 7.35 perché non ero scesa ancora a fare colazione, ma ero impegnata a chiacchierare.

Vedete, ricorre quel termine. Bene. La nonna Argia assicurava: il bene viene dal bene. Sembrerà formula non molto magica, scontata insomma, eppure funziona: così dovrebbe andare per le formule magiche, no?

Il Bene inizia con la b, seconda lettera. Ma si lega a un sacco di A, come la serie del Ginetto. 

A come affetto e amicizia. Li offre a coloro che incontra e con i quali costruisce. Ai volti che non dimentica, alle storie che vive e riporta per non farle sbiadire.

A come attenzione. Anche questa, l'ho vista riversare su persone amate e incontrate per caso, per un'ora, una volta nella vita. Perché tutti meritano di essere ascoltati con attenzione. Come ha scritto lui due anni fa "Sètas giù un mumentu". Anche se corri, se hai un sacco di cose da fare, bisogna fermarsi, sedersi, prestare attenzione.

A come Amore. Quello che nutre per la sua Agnese e per tutta la famiglia. Per la sua città, Busto Arsizio, e per il suo paese, Sacconago. E per Chi tutto ha creato, perché Ginetto mi ha insegnato anche questo: l'importanza della fede. La preghiera, la Scrittura, il suonare per devozione e la cosa più importante di tutte: l'esempio. Perché anche per i sinaghini, parlà a l'é fià. Meglio fare, provarci, mischiare azioni e silenzio, con un sorriso se si può. 

Ginetto, il bene viene dal bene e altro bene diffonde, in ogni passo. Anche il poter viaggiare con te, ogni giorno, lontano e vicino, per le strade alsaziane e i cortili di Busto, sul lago di Como dai nostri amici e nei luoghi che ancora dobbiamo scoprire.

Buon compleanno, ragazzino. 



giovedì 28 dicembre 2017

A cosa appartengo

Ho amato una (sola) terra lontana, la Scozia. Invece, mi sono trasferita di pochi chilometri e di un mondo.

Quando mi affaccio su questo quartiere, che un tempo era fieramente paese e anche un po' ora, sono attraversata da una sensazione strana. Quasi vent'anni che transito da queste parti. Quasi metà della mia vita.

Eppure - sorridono i miei concittadini - non basta. Perché bisogna aver versato molti più pensieri ed emozioni per dirsi parte della comunità.

Io non appartengo. Forse, a niente davvero, viaggiatrice cocciuta.

Ma quando il tramonto si posa quasi per caso su queste corti, sui campanili e sui  monti dissolti in fondo, potrei quasi crederci, che appartengo. E mi ricordo della prima sensazione, qui. Quando spalancai le persiane sul retro, sulla parte addormentata del paese, e sentii il fremito di una settimana di libertà a Firenze su cortili nobili.

Sentii che la storia è storia, dappertutto. E così la vita, le sue radici, persino quando le hai appena sfiorate.

A cosa appartengo, non lo so. Ma a qualcosa, sotto un tramonto audace, senz'altro. 

martedì 12 dicembre 2017

Io ex piccione e i pendolari da premiare

Una premessa: Max Rogora è uno degli amministratori per i quali nutro stima in virtù di un motivo che appare banale, ma non in questa epoca politica. Lavora. Di più, ha un mestiere duro, di quelli che ti fanno alzare all'alba e ti espongono alla durezza di ogni condizione meteorologica.

La sua frase sui pendolari che nidificano come i piccioni - riferendosi ai parcheggi - ha fatto male a molti. Anche a me. Ma il punto è un altro e non si nutre di parole.

Sono stata grande pendolare in auto, e Dio sa quanto mi è costato, anche in termini di anima sotto pressione. La mia esperienza costante di viaggi in treno è avvenuta invece parecchi anni fa, quando avevo molte più energie. E forse quando le cose erano più facili, nonostante i mezzi obsoleti e scarpe sciolte di inverno sugli scaldini.

Intendiamoci, ho attraversato un mio piccolo inferno, perché anche se avevo vent'anni, mi sono sobbarcata quella cosa terribile di nome trasbordi. Cioè per andare da Busto Arsizio a Milano e portare a casa la mia doverosa laurea, ho vissuto tutti i disagi legati ai lavori per l'interramento. Ciò ha significato che per pochissimi mesi ho affrontato in scioltezza il treno Busto-Milano. Più spesso ho preso l'auto e sono andata a Castellanza, ed era il minore dei mail. Oppure sono salita sul  bus a Busto, sono scesa se non erro a Rescaldina, ho preso il treno di nuovo a Saronno… Anche poco dopo le sei di mattina, per arrivare puntuale alle lezioni di Logica. Logica… così sembra un amaro paradosso.

Un solo problema non mi sfiorava: il parcheggio. Perché ce l'avevo facile. Posteggiare era normale per i pendolari, allora. A differenza di oggi. 

Quando prendo il treno delle Nord, vado a piedi perché ho la fortuna di poter contare su una base prima del mercato, spero abbastanza lontana dallo spettro del disco orario. E perché posso permettermelo, finora, con le mie zampe (scusate, questa immagine dei piccioni mi condiziona, a volte ho pure le ali mentre corro alla stazione). Quando mi sono fatta male, non ho potuto, ad esempio e ho dovuto fare ricorso alla macchina.

Penso a chi ogni giorno si sobbarca il viaggio fino a Milano o altri luoghi. Non è che lo faccia per masochismo, di solito non ha alternativa. Penso ai costi che deve sostenere. E credo anche che qualcuno che libera le autostrade da macchine e smog, abbia diritto a un incentivo, non a un aggravio di nome posteggio a pagamento.

L'immagine dei piccioni mi spiace, forse perché anche i piccioni mi sembrano così simpatici: spesso, in barba ai pregiudizi, mi hanno insegnato più degli umani, con la loro costanza, il loro orgoglio mai urlato, la loro semplicità.

Ma ancora di più mi insegnano i pendolari, che viaggiano in condizioni spesso allucinanti, che fanno sacrifici che molti politici (non Max Rogora, che, ripeto, fa un duro lavoro) non hanno mai nemmeno visto da lontano.

Sogno che chi con sacrifici vive, si trovi unito. A difendere il lavoro, la tenacia del costruire, le difficoltà. Chiunque faccia uno sforzo per vivere e rendere migliore la vita agli altri, merita un aiuto.Non di essere (tar)tassato.


giovedì 23 novembre 2017

Notte e il linguaggio della speranza

Brindo con nonno Pierino, quando la folla si scioglie lentamente. L'emozione di questo artista dei dolci, che ha cancellato tante amarezze nostre, si riversa in quei momenti condivisi alla pasticceria Oscar per la presentazione del libro "Pénsaghi non" con i B300. 

Eppure c'è qualcosa che mi commuove di più. Ho seguito Pierino De Tomasi, o almeno ci ho provato, in Russia, ho pianto e tremato, l'ho riabbracciato a casa, l'ho visto prodigarsi con sua moglie per costruirsi una vita, tremare ai fallimenti iniziali, sorridere ai primi segni di successo.

Ho sospirato: che bello quando gli altri dicevano "Pénsaghi non". E, accidenti, in questo periodo ho incontrato persone che in quest'epoca bollata come egoistica si sono sentite dire proprio così.

Quando penso di aver attraversato tutto, ecco che nonno Pierino con i suoi 96 anni rivolge occhi fiammanti al pubblico. Andate a votare!  

Perché se cambiare si può, pensare di potere si deve. E Antonio Colombo quando si avvicina, mi svela la vera formula magica.

Pénsaghi non, è il linguaggio della speranza. Non pensarci, qualcuno ci sta pensando per te.

Grazie nonno Pierino, è stato un onore provare a scrivere la tua storia.

Notte e il linguaggio della speranza. 
foto by Giampietro Castignone

sabato 26 agosto 2017

Tognella e volere è volare

Sono solo 600mila euro. Ci penso, con un'arma a doppio taglio. Serve, ma non cambia la vita a un Comune, quella somma. Eppure mi sembra una cifra immensa, per ciò che significa, forse soprattutto riflettendo su coloro che dopo la guerra volevano che tutti si provasse di nuovo a volare, in modo fisico e metaforico. Anche attraverso un aeroporto come Malpensa.

Non sono una malata di nostalgia. Ma sì, dai, mica nego che leggere "aeroporto di Busto Arsizio" mi rendesse fiera quel che basta e che quando sento invece la definizione "di Milano", mi rammarico. Se ho soffocato in questi giorni il dispiacere per la vendita delle quote da parte dell'amministrazione comunale, è proprio perché mi dicevo: Marilena, i tempi sono cambiati. Per definirci, quando va bene, usiamo l'immagine "ex Manchester d'Italia". Roba da piangere, come tutte le espressioni che iniziano con "ex". C'è di peggio: non  manca chi ha gridato per anni entusiasta che siamo l'ombelico del mondo. Ma non mi risulta un'immagine convincente, sia guardando il mappamondo sia il corpo umano.

Restiamo con i piedi per terra. Restiamo a terra, quindi.

Poi, leggo la pagina sulla vendita delle azioni Sea pubblicata su "La Prealpina". E Giorgio Giacomelli che parla a Marco Linari, mostrando anche l'elenco degli imprenditori della zona che  misero anima, corpo e risorse in questa operazione. Sono nomi importanti, tutti: Airoldi, Ferrario, Crespi, Tosi…

Uno, però, mi fa particolarmente male. Tognella. Antonio Tognella. Per me, è una specie di figura mitologica, lo so. Ho letto tanto, ascoltato molte persone, ma più di tutti vale mio nonno, e qui torno bambina.

All'ex Cotonificio Bustese, se avevi un problema, andavi dal Tognella, anzi lui lo sentiva e lo risolveva prima. Nonno Mario ne aveva uno particolarmente pressante: la nonna faceva dentro e fuori l'ospedale. Bisognava assisterla, ci volevano tempo e cure.

- Hai bisogno, Mario?

 A volte, Tognella mandava la macchina con l'autista per portare altri operai, alle prese con un'emergenza per i loro cari.

Tognella, nel piccolo. Tognella, nel grande. E non solo perché custodì l'impero del tessile durante la guerra per poi restituire la parte che spettava a Carlo Schapira, costretto a fuggire (lo ricordo il nipote Roberto Jarach). No, pure questo era scontato: la banalità del bene, come si intitola lo stupendo libro di Deaglio su Giorgio Perlasca (anche se per tanti così non è stato).

Ma non era scontato dire: ci vuole un aeroporto, investiamoci, muoviamoci, andiamo nel mondo. Facciamo qualcosa tutti insieme per il territorio.

Abbiamo ceduto lo 0,055%. E quanto contiamo?

Per questo motivo, oggi  sono triste. Non perché mi senta di aver perso una primogenitura, di cui mi interessa poco. E' che mi sembra, piuttosto, che abbiamo perso una visione, la più preziosa, quella di guardare oltre. Molti, se non tutti. Volere, è volare.