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SOLO 800 MILIONI DI RESPIRI

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mercoledì 7 gennaio 2026

È tutto scritto nella prima canzone (sei veramente tu?)

 

Perché questa cosa qua è la vita: accade che ti rimescoli le carte. Non molte volte, ma quella giusta. Tu ti ritrovi a compiere un gesto e un rito di parecchi anni fa, così senti nell'aria ciò che ti lasciavi sfuggire.


Say good night when we should say good bye, oh yeah

Sì, perché ogni sconclusionato epilogo di sera ci sussurriamo buona notte, eppure dovremmo usare un'altra espressione. 

Addio.

Domani rinasceremo. Domani ci rivolgeremo la domanda che irrompe all'inizio del disco.

Ma sei tu?

È tutto scritto nella prima canzone. E io che mi sono persa in una mole di cd, che mi conduceva lontano quando voi urlavate tutto subito.

Chissà com'è possibile che io sia così consapevole, e persino vagamente felice, ora.

giovedì 16 ottobre 2025

La maschera che mi salvò nello Spazio (ciao Ace)

 


Ero persa nel pieno delle convenzioni e anche in un po' di leggera musica, fino a quell'istante, quello in cui i miei compagni di scuola mi regalarono "Unmasked" dei Kiss. Il resto è storia personale: io che arranco nel mondo del rock, sempre più duro per corazzarmi contro le ipocrisie della vita.

Ma siccome si cerca sempre un beniamino, che lo si sappia o no, all'inizio ho trovato inequivocabilmente te, Ace. Io donna di squadra per il basket coltivato ogni ragionevole dubbio di altezza e tuttavia solista come vezzo di figlia unica, ho scelto l'extraterrestre come ti chiamavo allora. Quello che nello spazio si perdeva senza vergognarsi.

Sei stato il mio primo chitarrista, quello che secondo me non veniva mai abbastanza apprezzato dal vasto mondo dei Soloni (persino più vasto dello spazio, che ne dici Ace?), la mia devozione ha retto anche l'impatto delle biografie sempre più particolareggiate e infine l'uscita dal gruppo. La prima per me, e quindi dolorosa, perché quella di Peter Criss era stata troppo immediata per farmi male ed Eric Carr era una tale luce per me, che non ho visto buio alcuno.

Con te, è stato diverso. Al liceo mi sono messa anche a fare la tesina su una tua canzone, roba che oltre a turbare la professoressa ha sfidato anche le compagne più benpensanti attaccate dichiaratamente ai cosiddetti cantanti o gruppi impegnati.

Cosiddetti.

Perché loro pensavano che fosse tutta una maschera e invece voi dicevate qualcosa di terribilmente vero: le maschere, siamo noi. Sono incollate a viva forza sulla nostra anima e chi finge di non saperlo, non si trova mai.

Adesso che tu, Ace, sei veramente nello Spazio, in uno spazio ancora più vasto di quello che potevamo pensare, io ripenso all'unica volta che ho provato a truccarmi come te (con pentimento definitivo perché mi si bruciò la pelle), al dispiacere di non averti mai visto dal vivo, eppure guarda che amico sei sempre stato, più di altre maschere.

Non ho altre parole che le tue, come quella canzone che finì nella mia tesina: firmata Ace Frehley, ma io la firmerei "La maschera che salvò Marilena nello Spazio"

I'm snowblind, I can't see a thing
I'm snowblind, I don't wanna sing
I'm snowblind need a familiar face
I'm snowblind think I'm lost in space

 

giovedì 20 gennaio 2022

Settanta ragioni e un bacio

Settanta ragioni per suonare più forte e spingere via ogni dubbio. Settanta ragioni e un bacio.
buon settantesimo compleanno, Mr. Stanley.

 

sabato 31 luglio 2021

Dialoghi reali - Oltre il mio controllo (sconosciuti fratelli)

 A caccia di un parcheggio, blandamente, rallento per far attraversare uno sconosciuto. Il tempo di guardarlo meglio e non posso farne a meno: è oltre il mio controllo.

Riparto, con lentezza, abbasso il finestrino e lo chiamo.

- Signore! 

- Sì?

- Lei è un mito. 

Indeciso se potersi prendere rapidamente questo attributo oppure ritenere che il caldo mi stia colpendo, l'uomo chiede: «Perché?».

Io neanche rispondo, a voce. Indico la sua maglietta: Kiss, la copertina di Dynasty, 1979.

Non c'è più bisogno di parole, né di maschere. Lui mi risponde con il segno del pollice.

Riparto, serena. Gli sconosciuti fanno in fretta a diventare fratelli, grazie rock.

mercoledì 13 novembre 2019

La vita cambia ogni giorno. Come una canzone

Ci sono canzoni che ti appartengono, a maggior ragione sfuggendoti. A volte, interi album. Ne ho portato uno in questi cassetti, di anno in anno, e stasera si riaffaccia con un nuovo volto a undici anni dal momento più devastante della mia vita.

Quando fu pubblicato "Out of control", c'era una canzone che ero indecisa se detestare o adottare a slogan di vita. Peter Criss usciva dai Kiss, io non volevo lasciarlo andare anche se poi sarebbe entrato nel gruppo quel batterista unico - anche nella rara umiltà - di nome Eric Carr.

Ma l'album che Criss consegnò a volto nudo, era troppo carico di suggestioni per una ragazzina. By myself, da solo, ripartire ancora. E poi - proseguendo tra i brani - sentire, sentire che devi lasciar(ti) andare. E ancora, diagnosticare quello che serve anche quando suona paradossale: essere fuori controllo per governare la vita, quella vita che finalmente inizia. Perdersi per ritrovarsi, sempre.

Nelle ore che mi incatenano più dolorosamente nel ricordo alla partenza di mio padre, queste canzoni mi rincorrono e faccio fatica a riconoscerle, o a riconoscermi.

Perché il tempo non è più dalla mia parte, ma ho voglia di ripartire, ancora. E non posso più dire, come affermava Peter Criss, che ho atteso a lungo. Perché Dio sa quante volte sono ripartita lasciando i facili traguardi: aspettare, non è stato mai il mio forte. A volte, incrocio gente che dice: potessi anch'io. Ma non ho potuto: l'ho voluto, pagando il prezzo.

Davanti, avevo una guida, un padre al quale tanti hanno detto ciò che non era in grado di fare. E lui l'ha sempre fatto, mandando giù stanchezza e dolore, tanto che persino io non me ne sono mai resa conto fino in fondo. E' un esempio bellissimo e terribile: perché quando hai un padre così, è chiaro che non sarai mai alla sua altezza. Che lui non è solo insostituibil, è pure inimitabile. E poi ti svegli e capisci che non puoi affatto imitarlo. Non devi. Non perché non lo ami abbastanza, ma perché lo ami tanto.

Poche ore fa, una persona cara di famiglia colpita da un lutto a sua volta ha descritto mio padre così: un uomo straordinario, al quale la vita ha cercato di togliere troppo, e lui si è ripreso tutto con gli interessi. Un bambino che non poteva camminare da solo, ha viaggiato per tutto il pianeta.

Io non sono come lui: sono nata con una sorte più benevola, la vita poi mi ha tolto altro. Ma quello che ho potuto, me lo sono ripresa. Quello che ho voluto, ancora di più.

E ogni giorno, come Peter Criss cantò 39 anni fa, ogni volta si può ripartire, con le proprie forze. La vita, per quanto si sia addentrata nel sentiero del tempo, ricomincia ogni giorno. Cambia, come una canzone. Non importa se accanto a te, lo capiscono: tu stai camminando e ti stai costruendo il tuo miracolo.

Proprio quando ti dicono che non potrai mai fare qualcosa, è il momento di farlo.


My life
It's gonna mean somethin'
My life
It's gonna be that way

I've been trying so long
Wasting time
There's so much that I want to do
There's so much that I got to do

martedì 27 agosto 2019

Settant'anni, a una certa distanza

Ho lasciato scivolare qualche giorno tra me e un compleanno carico di suggestioni. Gene Simmons - che per non farsi mancare nulla è nato lo stesso giorno di Sean Connery - ha compiuto settant'anni. Sì, settanta.

I conti non tornano. Io ho undici anni, il Demone dei Kiss una trentina.

Come siamo finiti qui? 

Questo è il primo ragionamento, che cerco di spazzare via. L'altro, mi raggiunge dopo la pioggia di auguri sui social. Tra questi si infila una foto di una passeggiata qualunque a New York: Gene Simmons e Paul Stanley a spasso per la città dove hanno dato via al sogno.

Accade ora, eppure potrebbe essere di quarant'anni fa. C'è il tempo che galoppa, tra trionfi o piccoli successi, piccole delusioni o bastonate, nelle nostre vite: spesso, tutto insieme.

E poi c'è qualcosa di noi stessi che resta, testardo e delizioso. Lo copre qualche ruga, ma non lo può oscurare.

Quasi due mesi fa, ho mancato l'ultimo concerto dei Kiss, consapevolmente. Oggi sento ancora di più quella scossa dentro: non solo tornerò, in qualche modo, si dovrebbe dire.

Non ce ne siamo mai andati. Con i nostri sogni a spasso per le vie di una città, magari proprio dove tutto è iniziato.

martedì 2 luglio 2019

Tornerò in qualche modo

Il tempo sta scivolando via, ma la fine della strada, non la vedo mai. Forse perché ho gli occhi chiusi, ascoltando la mia musica.

Qual è la mia musica? Quella che mi ha tenuta straordinariamente viva, fin da bambina. Quella che ho detestato, persino, in alcuni momenti. Soprattutto, quella che quando avevo poco più di dieci anni, per caso, mi ha preso per mano e mi ha condotto in un universo strano, stranissimo. Abbagliava di colori, ma sotto era così sincero.

I miei compagni di scuola mi regalavano "Unmasked": l'inizio della fine. Io, che neanche potevo truccarmi molto per allergie varie, mi trovavo catapultata in un mondo sempre più ampio e accogliente.

Sono stata a diversi concerti dei Kiss. L'ultimo a Torino, aveva già una punta di nostalgia che però si faceva domare dalla felicità. Verona, forse il più memorabile.
No, il primo, a sedici anni, a Losanna: roba che sarei scappata di casa, se continuavano a ripetermi di no. Penso che papà l'abbia capito e per una volta ha ceduto lui… I Kiss senza trucco in Svizzera: ancora più plateali.

Perché a me quello importava: la musica e ciò che mi trasmettevano. Si può essere trasgressivi, senza stordirsi. Si può perdere la testa, con i piedi per terra. Ho seguito e seguo tanti gruppi da allora, ma i Kiss sono qualcosa di più di una band. Sono la dedizione, l'ostinazione (cercansi tutti i critici degli anni Settanta che li deridevano), sono il lavoro e il sacrificio, la parte meno visibile, non meno vera. Ciò che amo più di loro, non fa rumore e non è sgargiante.

Adesso a Milano arriva la tappa italiana dell'End of the Road e io non ci sarò. Non posso. Forse non voglio. Sono grande e voglio rimanere piccina.

Allora canto una canzone che mi ha sempre accompagnato nella vita, in particolare quando dovevo salutare qualcuno: mi ha dato forza e speranza, ogni volta. Ha più di quarant'anni e l'ha firmata Paul Stanley.

Goodbye.

Addio… è solo per adesso. Perché io tornerò, lo giuro, in qualche modo.

Certo, Paul, io sto ascoltando la musica. A occhi chiusi.

giovedì 2 maggio 2019

Parasite - canzone per la notte (e ogni giorno)

Questa canzone mi solletica la tristezza oggi, per il finale. Tu vedi finalmente chi è un parassita: chi pensa di conoscerti e non sa niente di te.

Ace Frehley che da ragazzina era la mia stella, altro che uomo dello spazio, sembra provare pentimento nella diagnosi. Come se ci potesse essere una dipendenza verso questo tipo di persone. E forse è così.

Avevo sei anni quando uscì questa canzone.

Oggi sono felice di aver superato i 50 e di aver cambiato filosofia di vita.

Oggi una persona che mai mi ha rivolto la parola, mi ha scritto pensando di aver individuato una difficoltà e di sfruttarla.

Ha capito male e con garbo le ho risposto. Perché non c'è bisogno di rivolgere male parole.

Parassita è chi crede di conoscerti.

Tu non lo schiacci. Gli stai lontano e Vivi. Respiri ogni fiore, anche quello che sembra esserti negato per adesso.

Parasite, Kiss, canzone per la notte e ogni giorno.

mercoledì 1 maggio 2019

Di slancio, i sogni

Di slancio, i sogni ti portano lontano. Sopra la folla o davanti a un mare grintoso di solitudine.

L’unica certezza, che tu non hai paura ad afferrare quella corda e a viaggiare dentro ciò che vuoi. 

Ripenso a questo concerto, ai sogni dei Kiss derisi, come tanti altri, quasi cinquant’anni fa. Chi scuoteva la testa e non rispettava, quei sogni, oggi non si sa che fine abbia fatto.

Noi sì.

I sogni, di slancio, sono calati sulla terra.



giovedì 6 dicembre 2018

Notte e buon viaggio "best mother in the world" (ciao Flora)

Ci sono mamme che conosci da sempre, anche se le loro vite, non le hai nemmeno sfiorate. Quando ero piccola e Kiss-fanatica, avevo studiato come da contratto ogni dettaglio sulla vita dei miei beniamini e delle loro famiglie.

Come di Flora, la mamma di Gene Simmons, che in queste ore è volata via, a 92 anni. Da giovane la immagino fragile e fiera. Fragile, nel campo di concentramento in cui l'aveva mandata la follia umana.

Vince la vita
vince l'amore

E poi la vedo fiorire, come il suo nome mi evoca, in Israele. Andarsene, con il suo bimbo, in un Paese di cui non conosce la lingua. E quando sente urlare un poliziotto all'ingresso in America, istintivamente mostra la pelle tatuata.

Ma Flora è forte e orgogliosa. Sa cucire, i bottoni, l'affetto, la vita. Oggi se ne va via e Gene Simmons la saluta nel modo più vero, senza addii o arrivederci, perché sappiamo tutti dove andiamo, speriamo tutti di sapere dove ci ritroveremo.

Bastano poche parole: the best mother in the world. La mamma migliore del mondo, quella che sa cucire ogni oltre ferita della vita e dell'umanità, per sorridere ancora.

Notte e buon viaggio, mamma migliore del mondo (ciao Flora).

https://www.facebook.com/PaulStanleyOfficial/photos/a.10150364074794967/10151021966704967/?type=3&theater

giovedì 20 settembre 2018

The Last Kiss (dica 45)

Dai su, non scherziamo. Avete sempre suonato con me sul palco della vita. L'anno scorso ero lì a Torino, consapevole del tempo che è volato, ma continua ad abbracciarci.

One last Kiss. Un ultimo bacio, distribuito nel pianeta a suon di concerti per dire che 45 anni sono tanti, tantissimi. Che si vorrebbe continuare all'infinito, ma forse bisogna fermarsi e riflettere.

Far riflettere.

Su, ex ragazzi: il rock l'ho scoperto con voi, quante volte devo ripetervelo? Ero in altri generi affaccendata, roba di cui mi ero anche vergognata. Ho visto balenare la libertà oltre la maschera e ciò mi ha dato la carica per un bel lasso di tempo.

Quarantacinque anni, per voi, quaranta per me. Con meno voce, con tanti dubbi, ma con il medesimo fremito di quando ragazzina ho detto: la ribellione è essere se stessi, costi quel che costi, nota dopo nota, assolo dopo assolo e ancora di più tutti insieme.

One last Kiss: dica 45, perché la musica è salute, salute dell'anima. Come un bacio 


martedì 10 aprile 2018

Se Richie e Jon Bon Jovi suonassero insieme ancora (un mondo migliore)

Sai cosa mi importa della Hall of Fame: sì, traguardo simpatico, ma c'è una parola magica, molto più potente. Insieme.

Ho contato i ritardi, nel rendere merito alle band. Non riesco nemmeno a scompormi vedendo "entrare" i Dire Straits solo adesso o l'esclusione pazzesca di turno. I Bon Jovi dentro, ok senza scandalizzarmi del (troppo) tempo.

Io sono sedicenne, ancora. Sono a Losanna. Questo capellone biondo qua davanti, quando si muove, che voglio vedere i Kiss. Per non parlare del batterista che con il suo ardore mi sta allontanando dalla posizione strategica appena conquistata.

Cosa mi ricordo di quel concerto quando calcolavo i minuti prima che i Bon Jovi se ne andassero via: prometto che vi compro il vostro primo disco eh, fatto, ma ora sloggiate.

Forse qualcosa che scopro solo quando l'incantesimo finisce in frantumi, quando Richie Sambora se ne va.

Insieme. Che fine ha fatto quella parola magica? Da allora, ascolto diligente Jon, l'ammiro per il suo impegno sociale, un paio di sue canzoni sono un riferimento nella mia vita.

Ma io sono ancora sedicenne oggi e li rivoglio insieme. Così quando sento che questo è accaduto, che Richie e Jon hanno suonato per una volta uniti, io credo già in un mondo migliore.

Come quando i Kiss si presentarono anche con Ace e Peter (e il cielo sa che nonostante il dolore sono convinta che la separazione fosse stata necessaria). Come quando Vince Neil ritornò dai Motley Crue. Non come quando Axl Rose si è messo a cantare per gli AcDc.

Nessuna verità o certezza, solo un bisogno. Quello di credere in un mondo migliore, in cui nella musica è possibile ciò che non riusciamo a fare nella vita. Suonare insieme, per rendere felici gli altri, forse persino noi stessi.

domenica 31 dicembre 2017

Notte e senza paura di volare (coraggioso anno)

Mi complimento per il coraggio, che fosse mio e no. Non me ne rimprovero mai, mi sgrido solo quando mi sono tirata indietro: eppure neanche so alzare la voce troppo.

Perché sono felice del coraggio, che me lo fossi data o fosse un dono puro. Ho rinunciato alle certezze, in  nome di una Certezza. Immune dai sorrisetti e dai proclami, ho camminato e ora guardo le mie scarpe impolverate.

A un concerto rock, qualcuno quasi settantenne ha osato volare. Io mi avvio a un anno importante, e non ho puntato così alto, ma forse mi è costato persino di più.

Senza paura di volare, neanche di mettermi in discussione, ma più di tutto di mettere in discussione ciò che altri mi propinavano per verità di vita.

La verità passa da una lacrima, di dolore o di gioia. Dal sudore di un concerto. Dalla capacità di rinunciare a ciò che offre false sicurezze, per ascoltare umili dogmi che non chiedono giuramenti. 

Grazie per il coraggio a chi l'ha avuto e a chi me l'ha dato. Intanto, un anno più coraggioso si sta affacciando e non mi fa paura.

Notte e senza paura di volare (coraggioso anno)


lunedì 11 dicembre 2017

Snow blind - canzone per la notte

Quando ero al liceo, mi hanno chiesto una tesina, su una canzone o un artista. Tanti scrivevano di cantanti impegnati, persino troppo. Io ho scelto i miei clown serissimi.

Ace Frehley, snow blind. Un colpo al cuore per la mia prof, credo. Gente che voleva salvare il mondo  contro uno che si trucca da extraterrestre e si dichiara cieco a causa della neve.

A me sembra che nessuno di quegli autorevoli artisti abbia in effetti salvato questo pianeta, ancora in condizioni indecenti. Ma Ace quattro o cinque cose continua a dirmele. Tutte le domande che ti poni guardando alla finestra, quella casa in cui non arrivi mai. Poi la madre di tutte le frasi, come riconosceva Socrate.

Proprio non lo so.

Lookin' out my window, sometimes I wonder
Am I ever gonna get to where I'm gonna go home
Maybe tomorrow, maybe next summer
Girl, I just don't know,

Snow blind, Ace Frehley (kiss), canzone per la notte.

giovedì 5 ottobre 2017

Notte e sogno ancora a colori

Sogno ancora a colori, e sogno ancora più forte. Non importa se qualcuno dice che è pasticciato: già me lo sbattevano in faccia da piccola, mentre io amavo mischiare sfumature e tratti a modo mio.

Intingo il pennello nel mio rock, come un concerto infinito. Alzo il volume, non per coprire il silenzio, bensì per farlo esplodere.

Sogno ancora a colori, sogno ancora più forte. Perché sogno ancora con te.

notte e sogno ancora a colori.

mercoledì 6 settembre 2017

And then she kissed me - canzone per la notte

Una canzone di oltre mezzo secolo, che negli anni Settanta ancora osavamo cantare. Tutto così incantevole, un sentiero senza un bivio.

Una danza, una speranza, persino le stelle che brillano sopra i due.

E di strofa in strofa, vaccinati da questi tempi bastardi, ci sussurriamo: qualcosa accadrà per spezzare questo incantesimo.

Invece no. Un bacio a suggellare ogni tappa di questo cammino spontaneo e felice, dal primo sguardo a casa da mamma e papà per dichiararsi.

In tutto questo, un solo momento catturato con sicurezza, come un lampo che non si può nascondere.

She kissed me in a way that I'd never been kissed before
She kissed me in a way that I want to be kissed forever more


Forse si può spezzare l'incantesimo malvagio in noi così, con un bacio.

And then she kissed me, Kiss, canzone per la notte.

mercoledì 21 giugno 2017

Shout it out Loud - canzone per la notte

C'è sempre qualcuno troppo vecchio per capirti. E non devi guardare la carta di identità, perché è menzognera.

C'è sempre qualcuno che ti ordina cosa sentire, se non essere.

E c'è sempre una ricetta poco segreta: urla forte ciò che senti, ciò che sei.
Shout it out Loud, Kiss, canzone per la notte.

mercoledì 14 giugno 2017

Come una chitarra

Come una chitarra, dei Kiss precisamente, che suona la stessa musica in ogni luogo. Ma si colora per salutare ciascuno come se fosse unico.

È unico. 

Una nota che non si ripete. Una variazione sul tema, che fa sentire tutti uguali.

La musica e i suoi travestimenti di sincerità, io sento.


martedì 23 maggio 2017

Notte e non posso fingere (solo rispettare)

Mi piacerebbe dire cose se non intelligenti, sensate. E anche sensibili. Ma su tragedie come Manchester mi rinchiudo nel silenzio, non solo mio.

Non riesco a parlare, neanche ad ascoltare. Sfuggo come una bambina (e mi vengono in mente quei volti innocenti, sì) a ogni telegiornale e ogni commento stile accetta.

Poi è la musica, ancora una volta, che si offre come un balsamo lieve. I Kiss tra pochi giorni dovrebbero essere lì, a Manchester, e non so cosa faranno. Intanto piangono, e così gli Iron Maiden che annunciano che non si fermeranno con i concerti nel Regno Unito. Ariana Grande sì, e io la rispetto.

Perché in fondo è questo tutto ciò che posso fare di fronte a questo orrore. Rispettare ciascuno. 

Me lo dice, in fondo, anche il "presidente" Alice Cooper. Nel suo messaggio di cordoglio, scrive: non posso fingere di conoscere o anche solo immaginare il dolore di genitori, fratelli, sorelle, familiari. Per quanto soffriamo, non possiamo. Mi piace prendere la parola "pretend" e forzarla in un doppio senso, inglese e italiano: fingere e pretendere.

Non posso avere la pretesa di capire l'immensità di quel dolore. Ma di rispettare le reazioni di ciascuno, sì: questo posso farlo o almeno provarci.

Notte e non posso fingere (solo rispettare).

lunedì 15 maggio 2017

I Kiss per trattarsi bene

Sto levando il trucco e le emozioni, ma queste ultime sono ancora più resistenti. Che concerto ho visto questa sera? Quale, meglio?

Se chiudo gli occhi, attraverso più vite. Le mie e quelle dei Kiss, guarda un po'. 

1984, con questi sconosciuti Bon Jovi, tutti capelli e casino. Ed Eric Carr, batterista tosto ma gentiluomo. Neanche un'ombra di make-up. La prima conquista adolescente, essere a Losanna per la mia band preferita.

Nove anni fa, a Verona. Allora, la musica aveva un sapore che non conosceva lacrime.

E ora a Torino. Terza, decima, ventesima vita, perdo il conto come per le canzoni. Paul adorabile uomo di scena, Gene mi stupisce per la voce e la forma. Ancora una volta, non sono le sue canzoni le mie favorite sui dischi (si chiamano dischi, accidenti), eppure sul palco cambia tutto. War machine, tetra e spettacolare, God of Thunder (pur scritta da Paul) come ci fa inchinare. Tommy ed Eric, non statuine, ma musicisti intensi e seri.

Però Flaming youth - sì, mi stupisce sentirla dal vivo, io la cantavo nei momenti di incazzatura adolescenziale - mi porta un brivido più profondo quando arrivano le immagini di tutte le vite dei Kiss. Anche di chi non c'è più, come Eric Carr. Ma soprattutto loro giovani, le maschere ancora abbozzate, pettinature improponibili: tutte cose che ricacciano indietro nel tempo.

E avresti voglia di fermarti lì. Invece no, devi correre avanti a prendere la vita, come loro ti hanno insegnato a modo a loro a fare. A ricordarti che devi trattarti bene, che non è un peccato essere buoni con se stessi, che si può volare a ogni età e si possono beccare tutte le note oppure no, ma importa poi veramente?

Mentre rendi felice qualcuno, mentre lo fai sentire persino un popolo in un mondo in ordine sparso, mentre - e che cavolo - contento sei tu, io penso: sì, avanti Kiss, se imparo a trattarmi bene. Avanti se questo sarà uno dei tanti concerti o l'ultimo, per cambiare vita e far correre avanti qualcun altro.

Non importa, nemmeno questo. Perché abbiamo tante vite e basta volersi trattare bene in ciascuna di esse.

15 maggio 2017, Torino. Grazie