Appunti di Viaggio di Marilena Lualdi
Nature, music and doubts
Apri un cassetto e trova un angolo di bellezza e riflessione. Qui puoi fermarti, respirare e riscoprire il senso profondo delle piccole cose
Uno dei misteri del dialetto per me è come riesca ad abbracciare in una sola parola ciò che si vuole dire. Anche quando dentro c’è un universo.
Stamattina con il mio maestro e un altro poeta di livello elevato, parlavo della nostra lingua. E di ogni lingua. Perché ciascuna ha una parola che qualcun altro non può costringere. Pochi giorni fa ero in Veneto e ho accolto uno di questi termini.
Insverdegà. Che significa - mi hanno spiegato con pazienza - sporcarsi ruzzolando nell’erba. Tu ci stai ancora pensando e i tuoi abiti si sono già gioiosamente sporcati di verde.
Si chiama dialetto. E se non si chiamasse dialetto? Forse non si chiama, dialetto. Lingua, cultura... Mi piace questo termine, voce.
Io leggo, ascolto, assaporo, scrivo un poco, ma parlo raramente il dialetto, nei luoghi dove mi sento più libera, come nello stadio e nella mente. Sabato 7 aprile in biblioteca (quella che se esiste, lo deve a Roggia, un professore piemontese e mondiale che a Busto ha dato tutto per riflettere) ci confronteremo, assaporeremo, ci rimbrotteremo su quella e quell'altra pronuncia…
Perché a Busto siamo così. Diversi da tutto il mondo attorno, giusto perché il mondo amiamo. E ci dividiamo pure tra noi, perché la pronuncia di Sacconago ad esempio sa differenziarsi. Ma dove sembriamo dividerci, ci ritroviamo.
Se non si chiamasse dialetto, chissà quanta importanza gli verrebbe attribuita anche da chi oggi ne sorride.
Io lo chiamo dialetto, voce, identità, energia. E più di tutto, voglia di ritrovarsi dentro qualcosa tracciato da altri, in cui possiamo sentirci liberi.
La vita vissuta in dialetto. Nella magnifica serata organizzata dall'associazione In tra da nögn, Ginetto Grilli suggestiona e garantisce momenti di ilarità intesi,da cui si impara qualcosa.
Una su tutto: questo, proprio, tutti veniva vissuto dai nostri avi così, in dialetto. Oggi noi lo farfugliamo, se va bene, lo ascoltiamo volentieri, di solito dopo i quaranta, ma come si fa a rompere questa barriera che abbiamo creato?
Bisogna viverla, la vita in dialetto. E tramandarsi le storie così, cambiandole anche qualche volta, perché i dettagli sfuggono alla memoria nonostante il saldo esercizio. San Cirillo che arriva a Sacconago, perché anche il borgo reclama le reliquie: ascoltate questa storia che Ginetto narra sempre e sempre si rinnova.
C'è tutto, in questa serata. La capacità di stare insieme, di analizzare il sacro rito della schiscetta con Luigi Giavini, di gridare sulla carta un "forza Giorgio" animatore di spirito e di apprendere una buona notizia, un fiocco rosa che riguarda altri due amici.
Toh, quasi quasi lo stiamo vivendo davvero, questo nostro dialetto che ha parole non misteriose, ma così conosciute, più di altre, che ti solleticano qualcosa dentro prima che tu razionalizzi così.
Questa vita vissuta in dialetto, se volete la salviamo. C'è persino una orazione finale.
Non so quanti anni siano trascorsi dall'ultima volta in cui ho fatto un'intervista in dialetto. Un dialetto che non è il mio, ma lo accarezza, stretto da una comune saggezza.
E quello che dice un'antica lingua come questa, non fugge dagli occhi, al contrario lo fa brillare più forte. Quello che non si può tradurre in italiano, perché il cuore è refrattario ai vocabolari ufficiali. Quello che quando devi metterlo su un foglio vacilli, perché è troppo libero anche per lasciarsi intrappolare nell'inchiostro.
Così, quando devi versare quel liquido prezioso sotto forma di italiano, in gran parte, ti senti più povero.E solo il ricordo dello sguardo, che suonava silenzioso, ti aiuta a non perdere quella saggezza.
Notte e quello che un'antica lingua dice (non si perde)
Avrà ragione il poeta, che il copione non si può cambiare. Uno può solo salire in scena, quando è il suo momento. Ridere o piangere, far ridere o far piangere: non spetta veramente a noi.
Io amo queste pagine, che scandisco anche per riprendermi la mia lingua. Ma in un angolo di me, vorrei ancora convincermi, vorrei dirlo a voce meno timida di quella che uso per leggere in dialetto: il copione, sta a noi.
L'amore in tutti i tempi, in tutti i volti. Il libro di Luigi Giavini mi trasmette il desiderio di portarlo con me nelle passeggiate in città e anche nei sentieri sconosciuti.
Per vedere meglio chi conosco, per ritrovare chi non c'è più, per individuare un colore o un calore smarriti in luoghi che pur dovrebbero risultare familiari.
Sono tante le persone che abbraccio in questi Gesti d'Amùi. Rivedo Emidio Cavigioli e gli altri tigrotti che fanno dello sport una fiaba, riapplaudo Delia Cajelli quasi temendo di infrangere la magia del palco o esulto di nuovo perché riapre la libreria.
Ma c'è sempre una poesia che per ciascuno guida le altre e io prendo il gomitolo, il missèl. Imbocco il sentiero perduto (sperdü, la musica) nella memoria dove ogni sasso è il ricordo di ogni istante. Lüsi, che nota d'armonia la luce.
E la auguro a tutti, la auguro al mondo e a ciascuno di noi, a quell'Europa mezz'inciuchìa (mezza sbronza, sentite come addolcisce il pur sferzante dialetto, con un retrogusto di nostalgia) che può risalire così. Con Gesti d'amore.
Figurati che penso: ci devono essere già aperti i negozi la sera, per avere un movimento così nella mia città. Dev'essere già estate. Ci dev'essere una musica che non percepisco, ma scorre leggera.
Coltivando queste meditazioni, arrivo alla Rava e alla Fava, dagli amici dell'In tra da Nögn.
Prendono corpo - perché anima ce l'hanno già, e vibrante - le ricerche di Giovanni Bandera, come percorsi curiosi e rispettosi allo stesso tempo, tra i butìi da Basega. In via Milano, forse il nonno mi sta aspettando. E sento che sta per muoversi ancora, dopo tanto sonno tormentato, via Solferino.
Tra queste pagine si sono innestati anche i nostri ricordi e rivedo tutta la mia famiglia, oltre a volti che si erano addormentati a loro volta. Mille mestieri, bronci finti e sorrisi poco audaci, attraversano le vie attorno alla basilica.
Giavini, Pedela, Gabri… E quanti amici ci stanno trasportando con questo prezioso libro e frammenti robusti che si aggiungono, così lontani, così vicini.
Poi, ul Pedela legge la poesia dell'orchestra dul Barlàm, la penna lieve di Angelo Azzimonti. E mi accorgo che gli organetti forse stanno ancora raccontando qualcosa.
Era un cinema, era un negozio, è un ristorante dove le precedenti vite si ritrovano. In tra da nögn, l'associazione guidata dal Pedela, assaggia parole e piatti nel nuovo, e antichissimo, luogo dove è approdata La rava e la fava.
Vecchie poesie e qualcuna che si offre fresca e timida. Memorie da versare con un buon vino, nella nostra lingua. E chi dice che le tradizioni sono sorpassate, può guardare i due giovanissimi Regiù della Famiglia Bustocca e della Famiglia Sinaghina.
Può guardare dentro se stesso e i momenti più belli di ieri che vogliono continuare a sgorgare.
Siamo ciò che parliamo e lo viviamo. Se lo viviamo.
Da tenersi in tasca, come antidoto alla giornata. Ricordarci ciò che siamo, una candìa, una candela che uno sbuffo d'aria può spegnere, non deprime, ma aiuta a vivere intensamente. Ad attribuire il giusto peso.
A non vantarsi, a non arrabbiarsi, a non stimarsi, a non pretendere.
Questa è la poesia di un mio concittadino, un uomo buono, che mio padre ben conosceva. Ieri sera l'ho sentita leggere da sua moglie, per lui. E ho pensato: Signore, questa è una preghiera, questa una canzone. Una canzone, per ogni giorno: basta guardare una candela...
A candìa, Angelo Azzimonti, canzone per il giorno.
Nella mia lingua, si risparmiano le lettere. Perché parlare è fiato, perché ci siamo impastati un dialetto tutto nostro che si distingua dai vicini. Eppure ci ha permesso di girare il mondo.
Così un signore saggio mi ha donato un quadretto con la poesia di Giuseppe Azzimonti, la preghiera di un povero diavolo, che non può che intitolarsi così: ciàu Signùi.
Una preghiera che inizia con la confessione di stanchezza e tribolazione, che però assicura la volontà di restare sempre nelle Sue mani.
Tante parole usiamo, sprechiamo, penso per convincerci che stiamo dicendo qualcosa. Stasera indosso la preghiera di un povero diavolo e dico solo
Vogliamo cantare ancora, o ci salveranno gli africani? Chissà perché mi insegue questo interrogativo, dopo aver letto "Na nga def?" di Luigi Giavini. E oso persino rispondermi: ci salveremo, insieme.
Non sono ottimista solo perché mi inonda di luce la copertina della Nomos, così solare nell'incorniciare la domanda: come stai?
La mia lingua, il mio dialetto non si spezza. Ha escogitato anche esmessu per gli sms, posta su fésbu, poi c'è una magia antica per twitter.
Tuìt, pensa un po' come è vicino al nostro, mitico "ti uì".
Come stai chiede il senegalese Mosè e tutti coloro che Luigi ha ascoltato, incontrando, da ogni angolo del mondo. Una domanda potente, la definisce la mia Regiù Chiara Massazza.
Cultura è anche questo. Vivere le male parole che male non fanno. Ci vuole l'ironia del maestro, serve accostarsi alla nostra lingua e capire come risalire ai termini e alle radici. Spesso, non ce la faremo, ma resta quella parola che male non fa, anzi smussa tentazioni di guerra.
Che strana la vita, pure linguistica, ricorda il maestro. È riuscito a raccogliere più di 100 termini birbanti. Ma teneri, pochissimi. Perché noi bustocchi siamo presi dal lavoro, dalle mille cose da fare, e siamo meno inclini alle smancerie.
Eppure sappiamo volerci bene.
Io oggi ripasso la P.
Grazie, Ginetto Grilli. Grazie, Famiglia Bustocca.
Non poteva che essere il giorno della felicità, quello in cui hai un appuntamento con il maestro. Che ti piglia a male parole, ma per scherzo: Ginetto Grilli non lo farebbe mai con nessuno.
Questa sera alle 21 si aprono le porte dell'Aula Magna del liceo Classico per il maestro e per tutti coloro che vogliono essere felici. Perché felicità è scoprire, conoscere meglio una lingua (sono troppo felice per chiamarlo dialetto) che non è perduta, ma si può rintracciare in fili invisibili sotto pelle. Quella che stenti a parlare a volte, per timore di guastarne la poesia.
Sono felice anche della Famiglia Bustocca che chiama la città lì e dello spirito gioiosamente battagliero del Regiù Chiara Massazza.
Felicità è anche gratitudine.
Tutti dal maestro stasera. E chi non viene, è un lifrocu (justjoking).
Posto ul Magnificat, perché questo intervento di Ginetto Grilli - alla presentazione di Cirléi di Luigi Giavini - è magico, in parlato e cantato.
Poi, visto che giovedì il maestro svelerà le "male parole", chiediamo già perdono sorridendo. Non che dobbiamo farlo, perché non c'è cattiveria, anzi. In quei termini della nostra lingua che risentiremo, c'è la voglia di sorridere e di non fare la guerra a nessuno.
Giovedì 20 alle 21 l'appuntamento del maestro, firmato dalla Famiglia Bustocca, è stato spostato nell'aula magna del liceo Classico (via Carducci, Busto).
Il maestro non canterà - credo - ma simpaticamente le canterà.
Vado in funderia. Foto dalla funderia. Volti in posa, un po' intimiditi nel loro sorriso. E fuori la campagna che allora si difendeva dall'invasione di altri edifici: le uova fresche da cui fuggivo, profumi armoniosi e un silenzio di contrasto.
Funderia, pà Carloeu. E quella u che sembrava rendere il lavoro più duro e appagante nello stesso tempo.
Come un lieve pendio verso la strada o il più ribelle orizzonte: scosu. Davanzale che ti conduce lentamente verso gli altri e da cui ti puoi ritrarre, se lo vuoi.
Ma ul pà Carloeu dice che "scosu" è anche grembo. E questo mi commuove, come una Natività timida e coraggiosa.
Tra i fili del mio dialetto, verità sussurrate che non puoi vestire con arroganza.